x

x

Tommaso Niccolò D’Aquino, poeta della Città dei Due Mari

La lapide di Tommaso Niccolò D’Aquino custodita in Città Vecchia

Il 2 aprile del 1721 moriva a Ta­ranto Tommaso Niccolò D’Aqui­no che vi era nato il 24 novembre 1665.

I suoi resti mortali sono oggi nel­la chiesa di Sant’Agostino nella città antica in un tempietto mar­moreo fatto erigere dal Comune di Taranto (sindaco Curci) su progetto del professore France­sco Boniello e per volontà di un Comitato cittadino per le ono­ranze al poeta.

Fu posta questa epigrafe: “At mihi delicias satis est cecinisse Tarenti” (A me è già tanto aver celebrato le bellezze di Taran­to). Ancora oggi, caro Direttore, molti concittadini confondono il D’Aquino, il poeta di Taranto, e che ha dato il nome alla via prin­cipale della città, con il santo fi­losofo D’Aquino, non tarantino ma laziale.

Il nostro D’Aquino aveva com­posto in quattro libri, sull’esem­pio delle Georgiche virgiliane, il poema “Deliciae Tarentinae”, che furono solo conosciute nel 1771, uscite a Napoli presso la stamperia Raimondiana e furo­no dedicate a Michele Imperiali, principe di Francavilla.

La sua pubblicazione si deve all’opera costruttiva di Cataldan­ton Atenisio Carducci che fu poi il primo suo traduttore dal latino, in ottave, e precedute dalle Me­morie con ricche annotazioni per i quattro libri del poema.

Nella poetica dedicatoria Car­ducci presentò il contenuto dei libri: dalle origini di Taranto ai suoi luoghi più belli e fertili, dalla natura alla feconda pesca­gione, dai boschi fino ai grandi uomini, alle acque limpide del Galeso all’incantevole fontana nella piazza omonima, al santo protettore Cataldo e all’antica ci­viltà della città.

Un panorama vasto e direi com­pleto delle Delizie scritte in me­lodiosi esametri latini.

Nel suo “Pater” Cesare Giulio Viola parlando del padre che tornava a Taranto ebbe a scrive­re: “Ma non importa dove sfoci il Galeso di Orazio; importa che quella fu la terra delle delizie e a me, stasera, mio padre sente che questa fu la terra delle delizie”.

Nella “Prefazione” il Carduc­ci non tralasciò di informarci come e da chi venne in possesso di una copia del manoscritto del D’Aquino; di una copia perché lo scritto originale non fu trovato tra le carte del poeta.

Una copia, forse corretta dallo stesso D’Aquino, fu inviata a Na­poli al patrizio Cataldo Marrese e il Carducci cercò quella copia ma il Marrese l’aveva smarrita. E allora tornò alla copia in suo possesso e tradusse gli esametri in ottave e, finalmente, nel 1771, con licenza di Superiori, fu data alle stampe a Napoli. Si ebbero nel tempo, oltre a quella di Car­ducci, altre edizioni e traduzioni che qui tralascio, ma non posso non sottolineare l’ultima tradu­zione completa dei quattro libri con eccellente prefazione da par­te di Lucio Pierri, editrice Scor­pione, Taranto, 2013.

D’Aquino scrisse anche un’e­gloga dal titolo “Galesus pisca­tor, Benacus pastor” scoperta dall’avvocato Carlo D’Alessio e tradotta da Ettore Paratore e dal dottore Felice Presicci (si veda il mio studio sul D’Aquino poeta, Mandese editore, 1995).

Tornando all’opera massima del D’Aquino, essa, che nasce cer­tamente dall’approfondita let­tura delle Georgiche virgiliane risente però fortemente dell’u­manesimo classico napoletano, quello che fa capo al Sannazza­ro, autore di Egloghe piscatorie; e D’Aquino soggiornò molti anni a Napoli e studiò altri poeti come il Pontano e il Marullo, sicché fu partecipe di tutto quel repertorio umanistico napoletano che, unito ad una certa coloratura seicente­sca arcadica fece dire ad Ettore Paratore che il poema del D’A­quino era anche un poema sei­centesco.

Sono, in ultima analisi, della con­vinzione che l’opera è fondamen­talmente di ispirazione classica, un mondo umanistico rivestito di una sapiente visione soprattutto virgiliana nella qualità e colora­tura del verso esametro; e tutta­via offre dei quadretti o disegni popolareschi piscatori relativi a Taranto, colti soprattutto in al­cuni rilievi della pesca, dell’ono­mastica dei pesci, nelle festività religiose oltre ad un sapiente omaggio at Divus Cataldus. Ma noi oggi, a trecento anni dalla morte, cosa ricordiamo di que­sto benemerito figlio di Taranto? Dovrebbe la sua opera, eviden­temente già tradotta dal Pierri, essere, un domani, dopo codesta terribile epidemia, conosciuta a livello cittadino e scolastico per­ché nel riconoscere i grandi che furono si qualifica e si innalza la conoscenza e la coscienza della vera cultura e civiltà cittadina.