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Quanti abbracci sospesi!

Giacomo Leopardi in una lettera del 1822 gridava al fratello Carlo: “Amami, per Dio! Ho bisogno di amore, amore, amore!”  E nel luglio del 1828 ripeteva vanamente: “Non ho bisogno di gloria, né di stima, né di altre cose simili, ma ho bisogno di amore!”

È il corpo che, già a partire dall’età prena­tale, ci consente l’incontro con il mondo. La nostra esperienza percettiva è il risulta­to di processi di integrazione multimodale, di cui il sistema motorio è un attore prin­cipale. L’integrazione multimodale di ciò che percepiamo avviene sulla base delle potenzialità d’azione espresse dal nostro corpo situato in un mondo popolato da al­tri esseri umani, simili a noi. Costruiamo rappresentazioni non-verbali dello spazio intorno a noi, ci rapportiamo in un modo altrettanto non-verbale agli oggetti, alle cose e alle altre persone utilizzando un meccanismo funzionale di base che il neu­roscienziato Vittorio Gallese ha definito «simulazione incarnata». Questa descrive i meccanismi nervosi che ci mettono in risonanza col mondo instaurando una rela­zione dialettica tra corpo e mente, soggetto e oggetto, io e tu.

La diversità dell’altro o dell’altra fa capire quanto le nostre individuali modalità cul­turali siano fortemente riduttive. È sem­pre più necessario, e urgente, scoprire che l’altro/a ci aiuta a capire che il mondo va letto non soltanto con gli occhi del singo­lo quanto con quelli di tutti gli uomini. Da qui la valenza del verbo comprendere ( nel senso forte che l’etimo del termine designa) rispetto al solo capire. E dunque al mero sentire epperciò anche al consentire.

Gesto fisico consistente nello stringere le braccia e le mani attorno al corpo di un’al­tra persona, l’abbraccio esprime la forma più diffusa di effusione, da quella romanti­ca a quella più generica di saluto, da quella di gioia a quella di prossimità sociale fino all’ empatica partecipazione al dolore. Questo significato si è poi ritualizzato, fino a diventare l’elemento fondamentale, dal “rito del ritrovarsi” al “rito del commiato”, tipici della nostra vita sociale.

L’abbraccio ha un effetto benefico a livello fisiologico : un aumento di ossitocina com­porta un conseguente abbassamento della pressione arteriosa. Anche se non sempre: si pensi (?) all’abbraccio amoroso!

È un modo di stabilire un contatto, conso­lidando il senso di unione e di appartenen­za, proprio perché si dinamizza in dono scambievole se soltanto si riesce a venir fuori dalle forme monocordi, monolitiche, proprie della mera routine, omologante e piatta.

Così inteso, l’abbraccio vuol denotare non già la presa di possesso dell’altro/a, bensì la consonanza con lui/lei in un av­vicinamento senza fine. Il modo per ten­tare di abolire la distanza avvicinandosi all’altro/a in una reciprocità che si vuole immediata. In questo intreccio nessuno dei due tocca senza essere a sua volta toc­cato. Ciascuno si rivela modellandosi sul corpo dell’altro/a.

Apicale è l’ intensità che si celebra nell’ab­braccio erotico: abbatte la separazione dei corpi nello spazio, unendoli nella « mutua incarnazione degli amanti» (Le Breton, 2007). Allora si fa vezzo, carezza, bacio, amplesso. L’unione dei corpi è il tentativo di scongiurare provvisoriamente la sepa­razione stringendo l’altro/a in un godimen­to che diviene unico per entrambi. «Eros vuole il contatto, poiché tende all’unione, all’abolizione delle barriere spaziali tra l’Io e l’oggetto amato», era solito ripetere Freud.

Da un abbraccio vero riceviamo un im­pulso a uscire dalla chiusura in noi stes­si, a attivare germi che, coltivati involon­tariamente in forma latente, ci schiudano a nuove esperienze, in grado di generare idee, di liberare passioni, di destare sen­sazioni, scoprire affetti che altrimenti non vivremmo.

L’abbraccio attizza scintille di significato, accende fiamme mentali, provoca emozio­ni, introduce sentimenti che si riverberano sulla formazione personale di ciascuno. C’è nell’abbraccio vero una forma di au­tenticità unica, possente, rassicurante. Non esiste il doppio gioco. Ci sono due esseri umani che si completano.

Da soli siamo un filo, insieme diventiamo stoffa. Il filo non copre, forse ci lega, ma non scalda; la stoffa sì.

Così vissuto, un abbraccio può eseguire una curiosa operazione generativa sui no­stri sensi; ad abbraccio finito guardiamo la realtà sociale in cui siamo immersi con maggiore intensità: ci appare finalmente svelata e animata da una vita nuova. A tal punto che talora pare quasi di sentire l’im­perativo di Sloterdijk «Devi cambiare la tua vita !» o quello più personale «Dare vita allavita !».

È gesto che offre un dono libero che, a sua volta, genera libertà, e questa risponde solo alla legge dell’amore universale. Schiude così la strada dell’amore vero che incontra l’altro senza pregiudizi e senza presunzio­ne, e libera, nello stesso tempo, le energie necessarie per condividere il bene e per costruire un mondo più vivibile e solidale.

In questo senso, è gesto splendido, genera­to dalla virtù della gratuità (come quello di cui avvertiva un bisogno profondo Leopar­di), che si fa pacca amorevole e si sublima in tenerezza.

Ancora: denota viva partecipazione a una medesima storia con altre persone. Attesta coesione, pregnanza di emozioni, consi­stenza fisica. È il segno più alto e più pieno del condividere emozioni, sentimenti, pas­sioni, dal dolore alla gioia con altri: allora l’abbraccio si fa scambio o meglio comu­nione di sentimenti e di intenti fino all’at­tenzione e alla cura piena e vicendevole del progetto di vita dell’altro/a. E, non per ultimo, può assumere significati diversi: unito al coraggio diventa eroismo; unito alla giustizia diventa equità; unito alla mi­sericordia si fa compassione.

L’abbraccio è anche di più.

È tra le più tenere manifestazioni relazio­nali. Abbracciando il figlio riprovevole, il padre gli impedisce di inginocchiarsi per chiedere perdono. Ecco la misericordia allo stato puro.

Mai umiliare; innalzare sempre: e si fa esempio luminoso.

Grande gesto educativo!

Chiudo – ovviamente – con un abbraccio, per la mia acquisita napoletanità, “sospe­so” erga omnes.

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