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Omaggio a Monk, genio del jazz

Prende il via, questa sera, martedì 13 maggio, sul palco dell’Auditorium Tarentum, la rinata sala d’ascolto in via Regina Elena nr. 122, la mini stagione di maggio.

Il primo spettacolo in cartellone è dedicato ad un genio del jazz statunitense, Thelonious Monk, interpretato da tre musicisti tarantini fra i più noti ed apprezzati: Ettore Carucci al pianoforte, Camillo Pace al contrabbasso e Marcello Nisi alla batteria.

“(Ri)pensando Monk” – questo il titolo dello spettacolo proposto – è un progetto attraverso il quale Carucci&Co. ripercorreranno la storia artistica del pianista e compositore americano attraverso i suoi più celebri standard dando vita, così, ad uno spettacolo originale, brillante, ricco ed intenso.

Monk (1917-1982) è stato uno dei jazzisti più apprezzati dagli studiosi e dagli appassionati di questo particolare genere musicale.
Conosciuto per il suo singolare stile d’improvvisazione e per il consistente contributo al repertorio del jazz, Monk è stato un uomo dominato dalla stranezza comporta-mentale, da un mutismo eccessivo e da un forte egocentrismo che, inevitabilmente, influenzarono la sua musica spesso screditata da critiche superficiali.

Stile che è però stato, in tempi recenti, completamente decifrato: sotto quella coltre di “stranezza” si è conclamato un nuovo modo di fare jazz a cui si sono ispirate le generazioni successive.

Nella sua biografia (fonte Wiki-pedia), si legge degli esordi di quest’uomo definito “il santone pazzo del jazz” che ha iniziato come pianista stride e, dal 1939 al 1942, ha suonato come house-pianist nel locale Minton's dove il chitarrista Charlie Christian, il batterista Ken-ny Clarke e parecchi altri precursori, hanno gettato le basi del jazz moderno.

Al di là delle circa settanta composizioni conosciute, la sua eredità la ritroviamo, in maniere più o meno evidente, nel modo di suonare di tutti i pianisti di oggi: il fraseggio frastagliato e pieno di cluster, la diteggiatura ineducata, le armonie strane e ricercate, hanno insegnato molto a tutti i musicisti che si interrogano sul concetto di libertà. Ma su tutto, Monk Ciò ha lasciato alle generazioni future il virtuosismo ritmico fatto di ritardi, accenti spostati, l'uso magico dei silenzi. La sua musica, rispetto alle altre, non cade mai nella staticità e pre-vedibilità. Sorprende l'ascoltatore.

Monk ha saputo giocare con le note prendendosi gioco di esse: non si limitava ad improvvisare sugli accordi del tema di base, ma ne rein-ventava la struttura armonica facendo appello al suo istinto primitivo generando dissonanze e giochi di note che si rincorrono e si urtano in una esemplare disinvoltura.

Si racconta che durante ultimi anni della sua vita Monk, ospite della Baronessa Nica de Koenigswarter (Pannonica), non ha mai più suonato il pianoforte.

Sipario ore 20,30.