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Buonasera

Virginia Cimmino: «Attraverso il teatro mi interrogo sul mondo»

«Il teatro è lo strumento che ho per interrogarmi sul mondo che mi circonda, per prendere posizione e condividere temi, per me urgenti, con il pubblico e i miei compagni di lavoro»: ad affermarlo e Virginia Cimmino, giovane attrice tarantina, insieme a Claudia Perossini e Irene Papotti curatrice della drammaturgia e della regia collettiva di “Funambole”, lo spettacolo che “parla al femminile” in scena domenica, 15 maggio, alle ore 21.00, all’Auditorium Tarentum (in via Regina Elena, 122). Una passione per il teatro, quella di Virginia, che parte da lontano quando, giovanissima, tra il pubblico assiste alle commedie del papà che, nella nostra città, ha una compagnia amatoriale. «Non vedevo l’ora e sentivo il desiderio di essere con lui sulla scena – confessa durante la nostra intervista – Racconto sempre ridendo che a un certo punto ho iniziato a chiedergli con molta insistenza, forse troppa, di poter recitare nei suoi lavori, ma non ho mai avuto un riscontro positivo. E, allora, ho cercato altrove, e ho iniziato a studiare con Anna de Bartolomeo e lì insieme anche alla maestra Vita Saracino mi sono innamorata del teatro».

“Funambole” è l’opera prima del collettivo “Matrice Teatro” da lei fondato insieme a Claudia Perossini e Irene Papotti: ci racconti qual è l’obiettivo dello spettacolo e come si sviluppa la storia
«Funambole ha iniziato a prendere vita insieme a Cesar Brie, nostro maestro in accademia. Già frullava nella mente di Claudia di continuare fuori il lavoro iniziato dentro le mura di scuola. E così è stato. Siamo partite dai nostri ricordi di quando eravamo adolescenti. Come primo lavoro volevamo parlare di qualcosa che conoscevamo bene: noi e le nostre esperienze di vita. Sapevamo che sarebbero potute diventare, attraverso un lavoro di riscrittura, universali. Funambole nasce con l’obiettivo di parlare e scardinare alcuni tabù e stereotipi legati alle donne. La storia ha tre protagoniste: Giovanna, Aurora e Rita. Le tre firmano, da piccole, un accordo: fra 15 anni si ritroveranno in quell’aula della scuola dove sono cresciute, per raccontarsi e presentarsi fra di loro come donne. Aurora porta ancora con sé, nella tasca della sua giacca, una matassa disordinata di situazioni irrisolte con la madre, nate durante la lotta per la propria indipendenza. Giovanna ricorda, con un sorriso sulla bocca, la preghiera a Dio quando desiderava un seno più grande per non perdere l’amicizia di Marco. Insieme le due amiche ricordano l’acqua profumata ai fiori di loto che Rita amava fra tutti i suoi profumi. La terza amica vive nei ricordi delle due: Rita è, infatti, rimasta intrappolata fra l’appren- sione della madre e il suo disturbo psichico diagnosticatole alle scuole superiori. Tutte e tre nella loro esperienza di vita si sono ritrovate a pensarsi come delle funambole, in un movimento continuo di ricerca di se stesse, un continuo oscillare tra i propri desideri e quelli degli altri, sulla corda della vita».

“Il teatro non è cosa per donne” è una frase celebre di Carmelo Bene. Lei, giovane attrice, che idea ha del teatro e, soprattutto, quali passi ritiene sia opportuno fare per farsi strada in questo mondo non certo facile?
«Mi ha fatto molto ridere questa citazione, non la conoscevo! È sicuramente un mondo difficile per noi donne il teatro, ma penso che in generale ci sia ancora tanta strada da fare per cambiare il modo di pensare la donna e il suo ruolo nella società. I dati di Amleta, un movimento che si occupa proprio delle problematiche di genere nel settore dello spettacolo dal vivo, parlano chiaro: la presenza degli uomini negli ambienti teatrali è molto più diffusa di quelle delle donne, i compensi sono ancora diversi, l’impegno richiesto è diverso. Sarà un caso che il team di Funambole sia tutto al femminile? Abbiamo deciso di fare rete tra di noi e di metterci in gioco insieme. Collaborare tra di noi è il primo punto di partenza. Spesso ci siamo trovate a dover rivendicare il nostro lavoro di fronte a persone che ci sminuivano perché donne e perché giovani: non ci siamo scoraggiate, abbiamo risposto creando e portando a termine Funambole ».

Raccontare tabù “al femminile” ad una platea formata, sicuramente, anche da uomini vi ha in qualche modo condizionato durante la fase di progettazione dello spettacolo?
«Da subito ci siamo domandate a chi volessimo parlare, a quale tipo di pubblico volessimo rivolgerci con questo lavoro, perché c’era il rischio che lo spettacolo potesse interessare solo le donne. Portando racconti che hanno a che fare anche con il rapporto con i nostri padri, nel momento della stesura del testo è stato automatico capire che dovevamo essere quanto più chiare possibili e “rivendicare” ciò che quando eravamo piccole non abbiamo avuto il coraggio di dire o di fare. Per cui è stato un passaggio automatico nella scrittura pensare anche a quella parte di platea che non vive direttamente le questioni che affrontiamo. Spesso, dopo le repliche che abbiamo fatto, degli uomini sono venuti a dirci che non avevano mai pensato che delle frasi, delle situazioni potessero creare disagio: in quel momento abbiamo capito che quello sforzo in più di chiarezza era servito a far recepire a persone estranee (e poi non tanto estranee) alla questione i nostri pensieri.

L’emoziona l’idea di recitare nella città in cui è nata? Cosa le manca di Taranto e come crede sia cambiata, negli anni?
«L’emozione di tornare a Taranto è troppa. Sono così contenta di poter portare nella mia città quello che sto imparando fuori. È sempre stato necessario per me dire che un giorno vorrò tornare e donare a Taranto tutto il bagaglio di esperienza accumulata nel tempo. Vorrei apportare il mio contributo per costruire quello che mi è mancato quando ero adolescente: un ambiente che possa offrire svariate esperienze culturali e momenti di confronto … Anche se, devo dire, già adesso, ogni volta che ritorno vengo sempre sorpresa da una città che sta diventando molto più attiva a livello culturale. Percepisco un’aria diversa, un desiderio di fare e costruire realtà per giovani appassionati di arte, di musica e quant’altro. Un po’ mi dispiace non far parte di questo cambiamento in atto, ma sento che ho ancora un po’ di strada da fare altrove. E poi, è scontato dire che ogni volta quando ritorno a Taranto, la prima cosa che faccio e una luunga passeggiata in riva al mare?».

Dopo “Funambole”, quali i progetti in cantiere?
«È un momento bello per rispondere a questa domanda perché abbiamo da poco ricevuto la notizia di aver vinto un bando di residenza molto importante: Powered by REF – Romaeuropa Festival, per un progetto che ho scritto e dirigerò io, insieme ad altre due colleghe del collettivo Matrice Teatro. Il titolo del lavoro è Il dilemma dei cento girasoli fotovoltaici: il testo c’è, le idee ci sono, il desiderio di iniziare è tanto e non vediamo l’ora di confrontarci con professionist* in un ambiente così proficuo e abbondante come Romaeuropa festival. Le mie energie per il momento sono orientate verso questo lavoro e verso le future repliche di Funambole… e poi chissà cosa accadrà l’anno prossimo!».

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