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Vannelli, da Taranto a star della consolle

Non si può pensare di conoscere l’house music se, almeno per una volta, non è capitato di imbattersi in un suo dj set – in Italia o in qualsiasi altra parte del mondo – perchè lui, Joe T Vannelli, non a caso è considerato uno dei precursori di questo genere musicale. Un “maestro”, come in molti lo definiscono, anche se a lui non piace.
L’house e l’elettronica lo hanno reso famoso e non tutti, forse, sanno che Joe è nato a Taranto, ma piccolissimo si è trasferito con i genitori a Milano, città che lo ha adottato.
«Ho trascorso solo un breve periodo qui con i miei nonni, dai 3 mesi ai due anni – racconta durante l’intervista che ci ha concesso qualche ora prima della sua performance alla consolle dello Yachting club – Ma non perdo occasione per tornare a salutare i miei parenti».

Due anni bastano per sentirsi appieno tarantino?
«Sicuramente, soprattutto quando ti rendi conto di aver “ereditato” dai meridionali il calore e la passione per tutto quello che ruota intorno alla tua vita. Anche quella professionale che, tra l’altro, è legata al Sud. Un Sud che sembra “sfornare” grandi artisti e dj. Basti pensare a Linus, Albertino, oggi Cubico, vero talento»
Parliamo di talenti, allora: a Milano stai realizzando un progetto che darà la possibilità ai giovani di crescere musicalmente a contatto con professionisti del settore.
«è un progetto ambizioso in cui credo molto. La “stanza” che sto creando si chiamerà, non a caso, “Factory”, come lo studio newyorkese creato da Andy Warhol negli anni ‘60. Voglio che diventi un luogo in cui i ragazzi che si avvicinano a questo mestiere possano incontrare avvocati, produttori, professionisti per parlare di musica.
Imparare a fare musica, anche seguendo corsi».

Oggi il mondo ruota intorno ai social e alla rete. L’elettronica, poi, fa da padrona. Il vinile, almeno per i dj più giovani, è quasi un ricordo, Cosa ti manca di quei tempi in cui i dischi si “giravano” davvero?
«Mi manca vedere i ragazzi fare la fila per acquistare un disco: oggi, purtroppo, la musica non conta quasi più niente. Conta il personaggio. Gianluca Vacchi ne è la dimostrazione».
A proposito di Vacchi: dopo le polemiche di questi giorni proprio sul web, ti va di raccontarci la tua versione?
«Non pensavo che annullare una serata potesse suscitare tanto clamore. Vacchi, tra l’altro, mi sta anche molto simpatico. La data l’ho cancellata perchè non è stato rispettato il contratto. Per questo sono stato attaccato dalla stampa. E non solo. Resta il fatto che il talento non si “compra”. Non si studia: Vacchi sostiene di farlo per almeno 5-6 ore al giorno. Si vedrà».
Sei stato ospite e lo sei tuttora dei più importanti club in giro per il mondo. In consolle sei salito per la prima volta, più o meno, negli anni ‘80. Ma l’emozione, è sempre la stessa?
«I dj set, a parte qualche traccia, sono tutti diversi tra loro. Trasmetto energia, ma ne ricevo anche tanta da chi mi ascolta. E queste sono situazioni che lasciano spazio e alimentano sensazioni sempre nuove».

Paesi, culture, gusti e persone diverse: come scegli la musica per coinvolgere la gente in pista?
«La musica mette tutti d’accordo. Il suo è un linguaggio universale».
Hai alle spalle una carriera che è impossibile riassumere. Ma se Joe T Vannelli non fosse diventato il grande dj e producer che oggi è, cosa avrebbe fatto nella vita?
«Ho iniziato a lavorare a 16 anni: vendevo dischi. Ho fatto cose davvero pazzesche. Probabilmente avrei continuato a fare il doppiatore: forse non molti sanno che ho prestato la mia voce a soap opera e cartoon. Sono diventato la voce ufficiale di “Johnatan dimensione avventura” e “Grand Prix” sulle reti Mediaset».
Se non sbaglio, sia pure per un breve periodo, hai provato a conciliare il lavoro in sala di doppiaggio con le serate in discoteca.
“Ho rischiato, in quel periodo, di perderlo il lavoro da doppiatore: dopo una notte nei locali che mi ospitavano, avevo grosse difficoltà a parlare. Quasi balbettavo».

Hai esperienze come attore anche teatrale: sei un artista a tutto tondo, dunque.
«Assolutamente no.
Alla fine, la strada che ho scelto è quella che più di ogni altra sentivo potesse potarmi lontano».

Ma come si diventa dee jay?
«Di solito il dj è un musicista mancato. è andata così anche per me. Avrei voluto suonare la chitarra che, invece, strimpello. La musica, in ogni caso, mi ha travolto. Poi, mi ha anche ripagato di tutti i sacrifici. Ce l’ho nel sangue. Non mi piace solo ascoltarla. La compongo».
Una curiosità: il tuo vero nome è Giuseppe Troccoli: come nasce Joe T vannelli?
«Amavo profondamente Gino Vannelli. Giuseppe è diventato “Joe” e la “T” sta per Troccoli. Una scommessa: inizialmente sembrava un nome troppo articolato. Difficile da ricordare. Evidentemente non era così: ha funzionato…».

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