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I 170 miliardi di euro per il Sud restano ancora sulla carta

Riteniamo opportuno ricordare, innanzitutto, quali siano stati i riferimenti portanti del Piano Nazionale di Ripresa e di Resilienza e come tali riferimenti siano stati voluti e ampiamente motivati dalla Unione Europea. In più occasioni sia il Commissario europeo agli affari economici sia il Direttore Generale della politica regionale della Unione Europea Marc Lemaitre hanno ribadito che il rilevante impegno finanziario riconosciuto al nostro Paese 191,5 miliardi di euro (di cui 68,9 a fondo perduto) trovava ampia motivazione nello stato di misurabile arretratezza del Mezzogiorno; una arretratezza chiaramente leggibile attraverso due oggettivi indicatori: • I Livelli Essenziali delle Prestazioni e dei servizi (LEP): La Costituzione affida allo Stato, come competenza esclusiva, il compito di definire i LEP (Articolo 117 comma 2 lettera m della Costituzione). Al netto di quelli già impliciti nelle normative vigenti, sono ancora molti i settori in cui i LEP devono essere definiti, dai servizi sociali al trasporto locale. Ciò rappresenta una questione istituzionale di primaria importanza, perché significa che il dettato costituzionale resta inattuato su un punto dirimente.

Oggi già disponiamo di dati che denunciano in modo davvero tragico la distanza tra Regioni del Centro Nord e Regioni del Sud; in particolare la distanza relativa ai servizi socio educativi adeguati al Centro Nord è pari all’89%, nel Sud non supera il 30%. È inutile sottolinearlo ma i Livelli Essenziali delle Prestazioni e dei servizi devono essere garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale • Il reddito pro capite: negli anni ’70 il reddito pro capite nel Centro Nord era pari a 32.000 euro con punte in Lombardia superiori a 38.000 euro. Nel Mezzogiorno, sempre negli anni ’70 il reddito pro capite era pari a 16.000 euro. Oggi il reddito pro capite nel Centro Nord si attesta sui 38.000 euro con punte in Lombardia superiori ai 42.000 euro; mentre nel Mezzogiorno si attesta su valori non superiori ai 18.000 euro. In oltre cinquanta anni non è cambiato nulla Ebbene questi due indicatori hanno motivato il trasferimento al nostro Paese di una quota dei Fondi relativi al Next Generation EU pari a 750 miliardi di euro superiore al 27%. Questa grande ed irripetibile occasione rischia di naufragare: ormai da quasi due anni (la decisione della Unione Europea è del giugno 2020) il nostro Paese dispone di uno strumento programmatico di ampio respiro, dispone di un atto strategico voluto e condiviso dalla Unione Europea e, come detto prima, supportato anche da un cospicuo volano di risorse.

Non possiamo d’altra parte dimenticare le date in cui l’ex Presidente del Consiglio Giuseppe Conte assicurò l’attuazione concreta del programma stesso: • Il 12 luglio del 2020 annunciò l’importo riconosciuto al nostro Paese e le varie aree di intervento; • Il 6 di agosto assicurò che il Recovery Plan sarebbe stato presentato insieme alla Nota di Adeguamento al Documento di Economia e Finanza cioè entro il 27 settembre 2020 in modo da poter disporre entro l’anno di una prima tranche del 10% del Recovery Fund (20 miliardi); • Il 22 di agosto garantì la presentazione del Recovery Plan entro il 15 ottobre insieme alla presentazione del Disegno di Legge di Stabilità; • Poi il 2 settembre si impegnò a presentare entro il 31 dicembre il Recovery Plan; • Infine il 9 settembre, in una delle conferenze classiche e sistematiche confermò che questa presentazione sarebbe avvenuta nel mese di gennaio 2021 e le disponibilità finanziarie sarebbero arrivate solo nel secondo semestre del 2021. Fu tutto questo solo un impegno mediatico. Ricordiamo che in tutti questi passaggi era presente, sin da allora, l’elenco dei vari interventi possibili. La fase di questo atto programmatico non era solo la copertura finanziaria ma, soprattutto, una chiara scadenza temporale: il programma doveva completarsi entro il 31 dicembre del 2026. La Unione Europea dopo la stasi di attività che aveva caratterizzato il nostro Paese dal 2015 al 2020, (in proposito è utile ricordare che del Fondo Sviluppo e Coesione 2014 – 2020 pari a 54 miliardi di euro erano stati impegnati solo 24 miliardi e spesi appena 4 – 5 miliardi) ritenne doveroso fissare precise linee guida in cui precisò le riforme da attuare, le aree di intervento e la certezza che tali azioni, tali scelte si sarebbero concluse entro e non oltre il 2026.

Ora, dopo quasi due anni, siamo costretti a sostenere un confronto non facile con la Unione Europea. Finora abbiamo avviato le riforme, abbiamo istituito tante governance mirate tutte alla attuazione organica del PNRR, abbiamo trasmesso alle varie Amministrazioni l’elenco delle opere, l’elenco delle iniziative da attivare, abbiamo cercato di garantire l’assegnazione di risorse al Sud per una quota superiore al 40%, ma, indipendentemente dalla pandemia, indipendentemente dall’aumento dei prezzi delle materie prime, indipendentemente dalla guerra in Ucraina, ad oggi non siamo stati in grado di aprire un cantiere delle opere infrastrutturali indicate nel PNRR; eppure nel comparto delle infrastrutture erano presenti opere già definite e condivise sin dal 2001 con la Legge 443/ (Legge Obiettivo). Ora la Unione Europea anticiperà il previsto “tagliando” che si sarebbe dovuto effettuare sull’avanzamento del PNRR nel primo trimestre del 2023 e in tale occasione ci chiederà i motivi di questa “incapacità nell’attivazione della spesa”. Ce lo chiederà sia per il PNRR, sia per il Fondo Sviluppo e Coesione 2014 – 2020, sia per il Fono Sviluppo e Coesione 2021 – 2027, sia per il Fondo React – EU, di seguito abbiamo ritenuto utile riportare il quadro delle risorse con la quota per il Sud (vedi tabella 1). Di fronte a questo sconcertante confronto il nostro Paese si appresta a chiedere una rivisitazione non tanto delle scelte quanto delle fasi con cui intende realizzare tali scelte. In realtà temiamo che la richiesta sia quella di prorogare la scadenza al 31 dicembre 2029 e utilizzare con la massima urgenza le risorse solo verso gli interventi già in avanzata fase di realizzazione.

Questa rischiosissima soluzione vedrebbe ancora una volta l’intero Mezzogiorno privo di investimenti almeno nel comparto delle opere pubbliche; infatti le uniche opere cantierabili nel 2023 sono un lotto dell’asse ferroviario ad alta velocità Napoli-Bari ed un lotto dell’asse ferroviario ad alta velocità Palermo-Catania; cioè al Mezzogiorno rimarrebbero sicuramente assegnate le risorse programmatiche definite nel PNRR ma la concreta apertura dei cantieri avverrebbe dopo il 2025 o, addirittura dopo il 2026; d’altra parte la Unione Europea chiederà all’attuale Governo come mai i 30 miliardi del Fondo di Sviluppo e Coesione 2014-2020 non sono ancora impegnati e come mai dei 24 miliardi impegnati sono stati spesi solo, come detto prima, 4-5 miliardi e tutto questo dopo un anno di attività di questo e non di altri Governi e come mai del Fondo di Sviluppo e Coesione 2021-2027 il Governo abbia deciso di dare avvio ad una anticipazione di 6,3 miliardi seguendo una logica completamente priva di organicità. Insomma per quasi due anni abbiamo riposto grande attenzione alle attività mediatiche, abbiamo posto attenzione al processo organizzativo, alla impostazione delle riforme e, sempre nel comparto delle infrastrutture, abbiamo sottovalutato la rilevanza del fattore “tempo”; a tale proposito riteniamo inconcepibile la tempistica per la riforma del Codice Appalti che riportiamo di seguito: 1. Entro giugno 2022 l’entrata in vigore della Legge delega ora all’esame del Parlamento; 2. Entro marzo 2023, l’entrata in vigore dei decreti legislativi attuativi; 3. Entro giugno 2023, entrata in vigore di tutte le altre normative (primarie e subprimarie); 4.Entro dicembre 2023 il pieno funzionamento del sistema nazionale di e-procurement. Sembra davvero incredibile ma, purtroppo, questa cadenza ci porta al 2024, Questa grave emergenza il Mezzogiorno non la può affrontare e gestire come sommatoria di Regioni, come sommatoria di tessere di un mosaico inesistente, ma deve affrontarla e viverla con un sintonia ed una convinta carica istituzionale unitaria. Le scelte del PNRR, le scelte del Fondo di Sviluppo e Coesione, le scelte del React – EU non possono e non devono rimanere un impegno programmatico ma devono trovare concreta realizzazione subito e questa è una richiesta che può avere senso, che può avere incisività, che può ottenere un risultato solo se un determinato intervento in una determinata Regione del Mezzogiorno viene chiesto da tutte le Regioni del Mezzogiorno. Siamo tutti convinti che la realizzazione delle dighe in Sardegna, la realizzazione del ponte sullo Stretto, la realizzazione dell’asse autostradale 106 Jonica, la realizzazione delle infrastrutture nel nodo di Taranto, la realizzazione delle opere di collegamento tra la portualità campana e gli impianti interportuali, la rivisitazione funzionale del corridoio adriatico, non sono esigenze delle singole realtà regionali ma sono tutte occasioni per la crescita dell’intero Mezzogiorno.

Tutto questo diventerà sicuramente oggetto di un difficile confronto tra Stato e Regioni del Mezzogiorno ed il rinvio nella presentazione del DEF dimostra chiaramente la preoccupazione dell’attuale Governo. Riteniamo quindi indispensabile che il confronto dei prossimi mesi trovi un assetto delle Regioni del Sud pronto ad essere una voce sola, pronto ad essere attore e non spettatore praticamente di nessun atto concreto. Chiediamo in realtà che già nel DEF che il Governo dovrà varare a settembre di questo anno le Regioni del Mezzogiorno siano presenti con una proposta organica capace di superare questa stasi ormai vicina alla irreversibilità. In fondo non una singola Regione ma tutte le Regioni del Mezzogiorno possono chiedere che sia avviato a realizzazione non il 40% delle opere programmate ma il 40% delle opere cantierate”. Solo la spesa dà certezza di crescita dell’occupazione, solo la spesa dà certezza dell’aumento del PIL, solo lo Stato di Avanzamento Lavori (SAL) rappresenta l’indicatore chiave che azzera la leggerezza, la irresponsabilità e la ipocrisia che purtroppo ha caratterizzato finora il rapporto tra Stato e Mezzogiorno. È solo scandaloso ma di quel volano di risorse prima riportato pari a 170 miliardi di euro, tutto destinato programmaticamente al Sud nulla è diventato SAL.