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L’autonomia energetica italiana. La visione di Enrico Mattei

Il progetto che guardava lontano
Un distributore Agip in Sudan

La crisi energetica ha tanti padri, Non solo la guerra in Ucraina voluta da Vladimir Vladimirovič Putin ex funzionario del KGB, oggi presidente della Federazione Russa, ma anche le non scelte fatte in passato, che oggi continuano a resistere: una politica che non ha quasi mai dimostrato di saper gestire la complessità insita di alcune decisioni strategiche, un ecologismo ideologico miope, gli infiniti vincoli burocratici. La sindrome NIMBY (acronimo di “not in my back yard”, “non nel mio cortile”) è sicuramente uno dei nodi principali del conflitto politico-sociale in relazione alle problematiche ecologiche.

Una materia estremamente divisiva che i teorici della shock economy considerano fondata sull’emotività piuttosto che sulla razionalità, paralizzando la crescita economica e frenando gli investimenti. il caso del rigassificatore di Piombino è solo l’ultimo esempio. La crisi energetica e l’inflazione derivata, che si sommano alle altre crisi più o meno transitorie”, se non gestite tempestivamente e in modo pragmatico, rischiano di diventare strutturali. L’Italia dal punto di vista energetico dipende dall’import per più di tre quarti e riesce a produrre soltanto il 23% del proprio fabbisogno. Rispetto alla media europea, l’Italia presenta un maggiore consumo di gas e di fonti rinnovabili, un minor consumo di carbone, e non impiega energia nucleare. Si prevede che nel 2030 l’Italia arriverebbe a soddisfare il 54% del suo fabbisogno energetico tramite le risorse nazionali, tuttavia il grado di riuscita della transizione dipenderà non solo dalla velocità con la quale si daranno le risposte, ma anche dal ventaglio di soluzioni che verranno adottate, e dal livello di sostenibilità culturale, indispensabile per far crescere uno degli aspetti di cui, finora si è parlato troppo poco: l’efficienza energetica, che influisce sui consumi, sui costi e sulla dipendenza. La dipendenza dal gas russo è scesa, nel primo semestre 2022, dal 40% al 25% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, ma dobbiamo usare ancora una notevole quantità di gas russo per il riscaldamento e per la produzione di energia elettrica. Si tratta di dati in continuo movimento, che possono cambiare “più o meno” rapidamente anche – e soprattutto – in funzione delle decisioni politiche che verranno prese dal Governo.

Oggi dobbiamo dire meno no e più si: alla ricerca, alla produzione energetica, agli impianti e alle infrastrutture. Il tema dell’approvvigionamento energetico è drammatico: bisogna fare le cose che servono.. Abbiamo sbagliato ad accettare la demagogia del non fare. Essere riformisti significa anticipare quel che si deve fare prima che sia domani. Siamo vittime di errori strategici incredibili, il segno di una debolezza culturale impressionante. Nessuno, tra chi ha avuto responsabilità nelle istituzioni, ha capito che governare significa anticipare. Lo aveva capito Enrico Mattei per la sua capacità di leggere il futuro. Mattei è il primo in Italia a capire che l’industria energetica è globale e internazionale. E intuisce quale può essere il ruolo chiave dello Stato: l’Italia sarà sempre un mercato per le grandi compagnie internazionali. Quello che vuole è l’esclusiva statale nella ricerca e nell’estrazione, che garantisce competenza tecnica nella caccia agli idrocarburi e sicurezza energetica, ovvero approvvigionamenti. Con Amintore Fanfani e Giorgio La Pira condivide la visione “mediterranea” di un paese non subalterno nel clima da Guerra Fredda, ma centrale nel teatro geopolitico ed economico del Mare Nostrum. Quando viene incaricato di liquidare l’Agip, invece di liquidarla la rilancia e rispolvera la sua capacità estrattiva per garantire al Paese un campione nazionale capace di fornire a imprese e famiglie energia sufficiente e a prezzi più bassi rispetto a quelli degli oligopoli internazionali. Vengono scoperti diversi giacimenti di metano nella pianura padana, il progetto di Mattei era quello di creare con Agip e Snam il deposito italiano di petrolio e gas, carburante necessario per macinare chilometri nel futuro e mettere il paese nelle condizioni di sfruttare le proprie risorse, senza comprare quelle altrui a prezzi spesso esorbitanti.

Per costruire la rete di metanodotti necessari a portare nelle case degli italiani il gas che serviva per accendere il futuro del paese, l’animo di Mattei che in una persona sola è un imprenditore, un politico, un partigiano e un uomo molto pragmatico, inventa uno stratagemma: fa scavare agli uomini Agip di notte, per posare i tubi delle condotte metanifere, e di giorno quando nei paesi e nelle località lo scoprono, si scusa con la cittadinanza da cui ottiene di poter ricoprire tutto, una volta finito i lavori, pur di ripristinare l’integrità delle strade. La rete del metano italiano è nata così, aggirando costi e tempi elefantiaci della burocrazia per ottenere le autorizzazioni. Dopo il metano è il turno del petrolio. Nel 1949, a Cortemaggiore, nella pancia dell’Emilia Romagna, viene scoperto un giacimento che non può certo bastare al bisogno italiano di greggio, ma che grazie a Mattei diventa una specie di Dubai italiana, per l’epoca. Nasce il brand “Supercortemaggiore, la potente benzina italiana”. Con la Fiat 500 l’Italia si avvia a iniziare il boom economico che deflagra un decennio dopo. Per acquistarla ci vogliono 13 stipendi da operaio e tanta benzina. Su questo si è costruito il boom economico: sull’export delle imprese italiane, prima che sul mercato interno. E la fornitura di idrocarburi a bassi prezzi ha assicurato un vantaggio competitivo alla nostra industria. Con un approccio diverso con i Paesi fornitori. Non era solo un’operazione finanziaria, ma una partnership industriale.

L’Italia offriva servizi e non solo un contratto. Tecnica italiana, esperienza italiana all’estero. In questo Mattei segue la Fiat, che già negli anni Trenta vendeva le littorine a Stalin, l’esportazione di macchinari: le attrezzature per gli scavi a Baku vennero negli anni Cinquanta tutte dall’Italia. E oggi il gas dell’Azerbaigian, che arriva da noi attraverso il Tap, è ancora una grande risorsa strategica. Nell’aver capito che quello degli idrocarburi è di per sé un oligopolio, cioè in questo campo il mercato non può bastare. La fornitura di energia è direttamente collegata alla potenza dello Stato. Non esiste un Paese che voglia un ruolo internazionale che non abbia controllo sull’approvvigionamento. In questi anni l’ideologia ha vinto sull’economia e ci si è illusi che il mercato potesse fare da sé. Rimane l’insegnamento di quello che fu un utopista realizzatore: per fare economia bisogna fare politica. La vera industria si basa su lunghe programmazioni e da solo il mercato non basta. La lezione è quella di pensare in grande. E che la sovranità e la sicurezza energetica non sono autarchia, ma capacità di muoversi nella competizione globale. Dissero di Enrico Mattei che era un “capitano di ventura”, uno “stratega”, un “anticapitalista abile nell’usare il denaro ma quasi senza toccarlo”, uno di quegli italiani che sanno entrare in tutte le parti.

E di parti, nell’arco di un’esistenza partita dal niente e divenuta straordinaria, ne interpretò molte. Le visse, con assoluta, totale adesione. Fino all’ultima parte: quella della vittima. Il peso di questo settore nelle politiche dello Stato, di uno Stato che vuole competere, è tale da imporre l’esistenza di una politica industriale. In questo torna anche il concetto di pianificazione. Perché la ricerca, l’estrazione di idrocarburi, come la tecnologia delle fonti di approvvigionamento, vecchie e nuove, richiedono programmazioni estese, investimenti di lungo termine. E questo obbliga a fare politica, a scegliere, ad anticipare il futuro.