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Non si può sottovalutare una bomba sociale di 25.000 lavoratori

L’AVVENTURA CHE HA DISTRUTTO L’ECONOMIA DI TARANTO
La protesta dei lavoratori

Solo un mese fa con una mia apposita nota avevo ricordato che il Presidente di Acciaierie Italiane (ex ILVA) Franco Bernabè intervenendo al XVII Congresso UILM aveva denunciato la forte criticità del gruppo con gravi problemi di accesso al credito e con impegni finanziari, da parte dei soci, non mantenuti; in particolare il Presidente Bernabè, sempre un mese fa, era stato molto esplicito: “I 700 milioni non li abbiamo ancora visti né abbiamo visto nessuno dei finanziamenti che il Governo ha stabilito di dare ad Acciaierie d’Italia, sicuramente ci saranno e li utilizzeremo, ma fino ad ora devo dire che Acciaierie sono state gestite in una situazione che in tanti anni di esperienza non ho mai visto senza accesso al credito, senza finanziamenti degli azionisti”.

Sempre nella mia nota ribadivo che Bernabè rappresentava il socio pubblico, colui che avrebbe dovuto garantire gli impegni assunti e finora non mantenuti dallo Stato. Pochi giorni fa, per sopraggiunte crisi di liquidità, Acciaierie d’Italia ha sospeso gli ordini a 145 imprese dell’indotto e questa volta sono rimasto sconcertato dalle dichiarazioni del Presidente Bernabè che riporto di seguito; “Non c’è alcun intendimento di fare pressione sul Governo da parte dell’amministratore delegato sul miliardo previsto dal Decreto Legge Aiuti. Ma è innegabile una situazione di sofferenza tanto più perché questi soldi sono stati stanziati ma non sono arrivati. La gestione della liquidità è per noi un problema gigantesco e non c’è intendimento di fare pressione sul Governo che ci ha costantemente sostenuto, parlo del Governo Draghi, ed è molto forte l’attenzione che sta dedicando al problema il Governo Meloni”. Ho riportato integralmente questa dichiarazione perché si scopre un Presidente Bernabè imbarazzato di dover prima denunciare il mancato trasferimento di risorse e poi quasi ringraziare devotamente il Governo.

Il sindaco di Taranto Melucci invece ribadisce: “Siamo di fronte ad una Azienda che tiene in ostaggio la più grande fabbrica italiana, le vite delle migliaia di lavoratori e le sorti di una intera città, utilizza gli andamenti di mercato e della politica per colmare le lacune della propria programmazione e le perdite, magari registrate anche altrove, approfittando del contribuente italiano e accampando continui pretesti per non completare gli investimenti in tema di sicurezza e ambiente. È ormai evidente che Arcelor Mittal si comporta con Taranto e l’Italia da puro e semplice speculatore. La città lo ha compreso, non si farà più umiliare così e chiede che vada via e lasci posto in fretta allo Stato o comunque ad operatori in grado di rispettare la comunità e curare meglio gli interessi nazionali”. Ma devo dare atto che dopo almeno cinque anni di completa atarassia un mese fa, in occasione del Congresso della UILM, il segretario generale Rocco Palombella aveva precisato: “Gli impianti di Taranto, Genova e Novi sono quasi in una situazione di non ritorno, la produzione è ai minimi storici, mancano le risorse finanziarie per la gestione ordinaria degli impianti, gli investimenti ambientali e tecnologici sono ridotti al lumicino e 3.000 lavoratori sono in cassa integrazione dall’inizio di marzo. A questi si aggiungono i 1.700 dell’amministrazione straordinaria in cassa integrazione da oltre 4 anni (ripeto quattro anni) e l’indotto che è quello più colpito. La situazione rischia di precipitare da un momento all’altro”.

In quella occasione io riportai anche per correttezza mediatica quanto dichiarato dall’Amministratrice Delegata Lucia Morselli: “Nessun investimento è stato fermato. Tutti gli investimenti sono stati confermati e col piano ambientale siamo leggermente in anticipo. L’emergenza gas con i prezzi lievitati e la penuria di gas porterà qualche cambiamento ma nulla che possa compromettere il futuro dello stabilimento. Anzi, probabilmente ne usciremo più forti”. E ricordai anche che quella dichiarazione tranquillizzava solo la dottoressa Morselli. Ora penso che il Governo debba dare corso a quanto da me anticipato già un mese fa, cioè è necessario che: • Gli impegni assunti anche dall’ultimo Governo Draghi si trasformino in atti compiuti; • Il supporto finanziario sia davvero accettabile, cioè raggiunga una quota di almeno 3 miliardi di euro; • Il sindacato istituisca un organo di controllo in stretta collaborazione con il Ministero dell’Economia delle Finanze che, disponendo di un nuovo strumento di controllo sull’avanzamento degli investimenti (il cervellone REGIS), possa fornire i reali avanzamenti di quanto deciso programmaticamente; • La Regione Puglia cambi il mediocre ed indifendibile comportamento finora seguito basato essenzialmente sul ricorso sistematico a forme mediatiche inutili ed inconcludenti • Il Governo dia corso, proprio alla luce di quanto dichiarato dal Ministro Adolfo Urso, ad una soluzione di continuità nella gestione dell’impianto Preoccupa tra l’altro la dichiarazione del Ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso il quale ha precisato: “Il Governo non può essere sotto scacco, non siamo ricattabili da parte di alcuno.

Questo vale per chiunque si confronti con l’Italia”; rivolgendosi in particolare a coloro che detengono il 60% della Società cioè gli indiani di Arcelor Mittal e sempre il Ministro ha fatto presente che “È stata una decisone sorprendente. Ho avuto un confronto personale nei giorni precedenti con l’Azienda (proprio nelle persone del Presidente Bernabè e dell’Amministratore Delegato Morselli), ma nessuno mi aveva detto che c’era una decisione di questo tipo”. Questo Governo sa bene che non si può sottovalutare una bomba sociale di 25.000 lavoratori (questo è ormai il numero stimato delle persone che tra diretti ed indiretti vivono direttamente ed indirettamente una simile crisi ormai storica) possano e non può sottovalutare la denuncia di un Sindaco di una città di 200.000 abitanti, di un Sindaco a cui i vari Governi che si sono succeduti e lo stesso management di Arcelor Mittal avevano assicurato impegni non mantenuti.