14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Maggio 2021 alle 08:15:36

I sindaci di Taranto

Il sistema di governo a Taranto tra il 1500 e il 1800

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Il sistema di governo a Taranto tra il 1500 e il 1800

Per tutto il Medio Evo il governo della città di Taranto viene amministrato come tutte le altre Universitates del Mezzogiorno. Nel 1491, quando il Principato di Taranto rientra nella pertinenza della corona del Regno di Sicilia, Re Ferdinando I D’Aragona (Ferrante I) con proprio decreto detta le norme per un nuovo assetto del governo civile della città di Taranto.

Il documento è della fine del 400, precisamente del 1491, contiene le disposizioni normative per la elezione delle assemblee comunali ed è datato 1 ottobre 1491. Il titolo è “Ordinatione facte per la mae stà del serenissimo Re per lo bono regimento et quieto vivere de la città de Taranto quale vuole sua Maestà se habiano da servare ad unguem in omni futuro tempo. Expedite in castello novo Neapolis primo ottobris 1491 REX FERDINANDUS”. Esso è riportato nel Codice della biblioteca del Liceo Ginnasio Archita di Taranto dal titolo “Diplomi dei Principi di Taranto”. Il Codice manoscritto è opera di un anonimo raccoglitore del secolo XVI. Il documento viene letto e recepito dal Consiglio di Taranto nella seduta dell’11 dicembre 1491 “Die XI mensis dicembri X Ind. Tarenti 1491….”. Il decreto stabilisce che il Consiglio (l’organo collegiale di governo della città) non deve più essere composto esclusivamente da nobili ma deve avere un carattere misto costituito cioè dai tre ceti, quello dei nobili, quello dei civili o dei mercanti, e quello popolare o degli artefici.

Il primo capitolo degli ordinamenti fa obbligo al Capitano della Piazza di Taranto di scegliere trenta cittadini, tra i più degni, i quali, giurato nelle mani dello stesso, devono a loro volta, indicarne altri 72 (un terzo di estrazione patrizia e due terzi di origine popolare). La designazione deve avvenire ponendo estrema cura nel verificare che i prescelti siano “persone licteratae et idiote” che non siano inferiori ai 25 anni e non appartenenti alla medesima famiglia. Il numero dei membri del Consiglio e la durata del Consiglio stesso subiranno molte variazioni nel tempo, ma su una cosa si registrerà un costante orientamento, il ceto sociale da cui saranno reclutati i sindaci sarà il patriziato. Il secondo capitolo prescrive che i 72 eletti siano divisi in 3 liste di 24 persone l’una, che queste liste sigillate con il sigillo della città debbano essere raccolte in un’urna recante la scritta che in essa sono contenute le liste dei 24 eletti nel Consiglio. Il documento poi si diffonde nella descrizione minuziosa e circostanziata delle prescrizioni relative ai complicati ballottaggi per arrivare alla conclusione che una delle tre liste divenga Consiglio comunale destinato a rimanere in carica per un anno lasciando ai rimanenti gruppi l’incarico per i due anni successivi. Il documento in conclusione detta le norme che il Consiglio comunale così eletto è tenuto a seguire per scegliere al proprio interno (cioè tra i 24 in carica per un anno) sei cittadini con funzioni esecutive, una sorta di esecutivo assimilabile alla nostra giunta municipale.

Nel documento vengono esplicitate le raccomandazioni per un corretto comportamento degli amministratori in seno al Consiglio e per un non dispendioso governo della cosa pubblica. C’erano anche le norme da adottare per evitare possibili dissesti finanziari del Comune. Leggiamo il testo “… Non possono ditti sei eletti expendere ultra la summa de ducati dui per dì et che siano expesi in cose bone et espedienti di essa Università (città)”. Sul rispetto e l’applicazione delle norme contenute negli Ordinamenti del 1491 è chiamato a vigilare il Capitano della Piazza, una sorta di Prefetto del tempo, il quale, garante dell’autorità regia, ha il compito di controllare ogni cosa, ogni deliberazione e, se del caso, censurare il comportamento degli eletti codificato nei minimi particolari. Sarebbe interessante conoscere il luogo dove si riunivano i Consigli comunali ma il documento è generico e sorvola poiché parla di un “loco dove è stato congregarsi la Università di detta città per lo tempo passato“. Probabilmente tale luogo è da identificarsi con il complesso conventuale di San Francesco in Via Duomo tenuto conto che le deliberazioni del Decurionato successive più vicine per data al 1500 citano espressamente il convento di San Francesco come sede delle riunioni dell’organo amministrativo della città.

Ma di questo non c’è un documento certo. Di particolare interesse è il capitolo undicesimo degli Ordinamenti che detta nei minimi particolari le norme che ogni eletto in Consiglio è tenuto ad osservare nell’esercizio del suo mandato. È interessante leggere il testo poiché in esso riecheggiano tic, vezzi e difetti dei membri dei consessi elettivi odierni, i quali, a leggere bene il testo non sono affatto cambiati rispetto a quelli dei consessi elettivi del 1400. Ecco il testo del capitolo undicesimo: “…..In detto Consiglio ciascuno habia da stare con quella debita modestia et onestà, se recerca, se provede et se ordina che da poi del capitano si debbiano li sei predetti tenere i primi loci in detto consiglio tanto in lo sedere, quanto in lo parlare et respondere, sequendo a presso li altri del consiglio ordinatamente senza gridare et strepito et finchè parla uno, non debbia comenzare a parlare l’altro, ma per ordine et arringatamente senza iracundia si debia parlare delle cose proposte, non se movendo et partendo da fore del loco suo nisciuno finche se tene il consiglio senza licentia del capitano alla pena de uno augustale per chi facesse in contrario per ciascuna volta inremissibiliter da esigersi ut supra, ultra altra pena che ragionevolmente incorresse per altri disordini et cussi de parole o de facti che commectesse in detto consiglio et che nisciuna altra persona privata debia intervenire in detto consiglio eccepto quelli che nci sonno deputati”. E ce n’è anche per i ritardatari per i quali è prevista un’ammenda “…et ciascuno che non verrà alla hora deputata, sia tenuto de pagare la pena de carlini uno da applicare alla Corte del Capitano, quale s’habia da exigere inremissibiliter (necessariamente) ecepto si in ci fusse causa iusta per la quale fosse exculpato de detta pena”.

Come si vede le costumanze dei consiglieri comunali non sono cambiate, anzi sono le stesse da cinque secoli. Come quelli di oggi i consiglieri comunali del ‘400 arrivavano sempre in ritardo, come gli attuali non rimanevano al loro posto e si spostavano continuamente dai loro banchi, interrompevano i loro colleghi, si lasciavano trasportare dalla veemenza del discorso non osservando il precetto espresso secondo cui “se debia parlare senza iracondia delle cose proposte” poiché ieri come oggi i consiglieri non parlavano dell’argomento oggetto di discussione ma scantonavano e lo facevano in maniera esagitata. E allora non c’era la televisione! Se cinque secoli fa si è avvertita l’esigenza di codificare queste norme di comportamento dei consiglieri comunali in un “ordinamento” e se addirittura erano previste delle sanzioni pecuniarie a danno di chi non si comportava correttamente vuol dire che le cattive abitudini dei consiglieri di oggi vengono da lontano. Gli ordinamenti sono lo specchio del costume politico e della vita amministrativa dei consigli comunali di cinque secoli fa ma essi sono perfettamente applicabili al costume politico amministrativo di oggi. Cambia il contesto storico, cambia il linguaggio ma il risultato è lo stesso. Se infatti cancelliamo per un momento il linguaggio del burocratese cinquecentesco e lo sostituiamo col burocratese dei nostri giorni quegli ordinamenti potrebbero ben fare parte dei regolamenti degli attuali consigli comunali. Tra i consigli comunali di ieri e quelli di oggi c’è solo una differenza, la pena del pagamento di un carlino riservata ai trasgressori. Ma si è sempre in tempo per rimediare.

Mario Guadagnolo

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