19 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 18 Giugno 2021 alle 18:23:13

I sindaci di Taranto

I Sindaci di Taranto, la “Protestatio” per brogli elettorali nel 1600

foto di Urna elettorale
Urna elettorale

Negli oltre 350 anni che ci separano dal 1600 nulla è cambiato nel costume politico del nostro Paese in particolare nulla è cambiato nella pratica dei brogli elettorali che si facevano tre secoli fa così come si continuano a fare oggi.

E nel ‘600 cosa faceva un candidato che sospettava i brogli dei suoi avversari ai suoi danni soffiandogli il seggio in Consiglio comunale. Oggi fa ricorso al TAR, nel 1600 ricorreva ad uno strumento che si chiamava Protestatio. Non è assolutamente cambiato nulla anni talchè se riscrivessimo il testo delle “protestatio” aggiornandolo nella lingua dei nostri giorni e lo pubblicassimo su un giornale spacciandolo per un fatto accaduto nelle ultime elezioni a nessuno verrebbe in mente che si tratta di un fatto accaduto 350 anni fa. Di questo, con una pazienza ed una competenza davvero encomiabili, si è occupato Arturo Tuzzi, riuscendo a ricostruire dei casi di brogli elettorali tra il 1656 e il 1784 e raccontandoli nel fascicolo “1656-1784: un secolo di brogli elettorali a Taranto” Cenacolo XI-XII (1981-1982) Scorpione Editrice, Taranto 1985. Raccontiamo brevemente questo episodio di broglio elettorale del XVII secolo con relativo ricorso della parte offesa per incompatibilità tra due cariche ricoperte dal soggetto contro cui si viene prodotta la protestatio.

Il 12 giugno 1657 don Paolo Maria Ulmo viene nominato Sindaco di Taranto. I suoi oppositori accusano il neo sindaco di essere incompatibile in quanto clerico e inviato del Nunzio Apostolico. I sostenitori di Ulmo invece sostengono che le accuse sono false e sono montate dagli oppositori di Ulmo “per loro disegni particolari e per mettere la città in dissentione”. Senonchè Ulmo, a detta di un testimone prodotto dalla difesa, aveva rinunciato all’abito sin dal 1655 “…et dopo prese moglie come è a tutti noto”. Quindi al momento della nomina era perfettamente eleggibile. Ma gli oppositori di Ulmo, ben ammanigliati con l’Arcivescovo di Taranto Tommaso Caracciolo, che certo non ha piacere a vedere seduto sullo scranno più alto della città un cattivo esempio di comportamento morale come può essere uno spretato, con l’appoggio dell’avvocato fiscale Luigi De Succampo e di molti nobili tarantini tutti imparentati tra loro e costituenti una fazione politica contraria a Ulmo, riescono a invalidare la nomina col pretesto dei tumulti che ne sarebbero seguiti. Riescono anche a far indire nuove elezioni nelle quali fanno eleggere i propri candidati e fanno nominare un sindaco della loro parte. A questo punto don Carlo Marini, amico e sostenitore di Ulmo, il 3 ottobre 1657 si presenta davanti al Notaio Giacomo Leverano per denunciare che l’elezione dei nuovi amministratori sarebbe irregolare in quanto avvenuta con voto palese mentre le disposizioni in materia prevedono lo scrutinio segreto.

Marini di fronte al notaio accusa l’avvocato fiscale Luigi De Succampo, al quale aveva rivolto la sua “protestatio”, di aver respinto il suo ricorso in quanto amico dei nuovi eletti e di aver proceduto alla nuova elezione con “…voti pubblici e ammesso a dar li voti a persone defettose et che non si doveano ammettere per essere litiganti attualmente con l’Università e inquisiti …et quel che è peggio non have ammesso persone che si dovevano ammettere…il tutto per manifattura di chi mantiene con la sua potenza queste fattioni…”.

Dopo aver fatto cenno alle violenze da lui e da altri subite, aggiunge che non mollerà, che non darà tregua al maggior responsabile, l’Avvocato fiscale, e protesterà continuamente “…le dette nullità una, due et tre volte et tanto quanto sarà necessario sentendosi detta protesta notificata a detto Avvocato fiscale ogni giorno, ogni hora, ogni momento…”. Come diremmo oggi adirà tutti i gradi di giudizio poiché l’avvocato fiscale ha permesso di far eleggere persone “difettose che non si dovevano ammettere” cioè incompatibili perché “… inquisite e in lite con il Comune” e soprattutto perché ha escluso persone degne e probe. Don Carlo Marini, amico del mancato sindaco Ulmo, è un uomo battagliero e testardo tant’è che espone una serie di suspettationi nei confronti di personaggi che rivestono cariche “istituzionali” che, in quanto tali, avrebbero dovuto rimanere neutre o per lo meno defilate rispetto allo scontro politico per l’elezione del sindaco e invece sono intervenute pesantemente nella partita ordendo un complotto contro Ulmo. E chi sono questi esponenti complottardi delle istituzioni? Francesco Carducci, barone di Montemesola, Capitano del battaglione a cavallo di stanza a Taranto con tutti gli ufficiali e soldati dello stesso, il Regio Castellano con i suoi armati, Don Giulio Cotugno che “mantiene divisa et in dissentione la città per havere scomunicato Paolo Maria Ulmo all’hora sindaco et disarmatelo della spada et pugnale et fattolo anco asportare carcerato insino le porte delle sue carceri”, l’Abate Francesco Antonio Locritano, dipendente dell’Arciverscovo, Luca Barletta nemico dichiarato di Ulmo per essere stato da lui fatto arrestare, Annibale Ficatelli uditore del regio castello, Francesco Peres, in lite con una cugina del sindaco e tanti altri personaggi importanti imparentati tra loro e tutti nemici di Ulmo che a diverso titolo avevano ragioni personali per essergli ostili.

Tutte persone evidentemente manovrate dall’Arcivescovo che vedeva in Ulmo un pessimo esempio di prete ritornato allo stato laicale certamente da censurare severamente. Don Carlo Marini nella sua “protestatio”, oggi la chiameremmo ricorso al TAR, chiede che sia fatta giustizia, che vengano puniti i colpevoli e produce una sfilza di testimoni a sostegno della sua tesi che si fanno registrare dal notaio “in testimonium veritatis”. Che questo andazzo dell’ingerenza di alte cariche pubbliche estranee alla vita democratica della città fosse allora molto frequente è testimoniato da G.M. Galanti il quale nella sua “Della descrizione geografica e politica delle Due Sicilie” Napoli 1969 scrive “Sotto Ferdinando il cattolico, il nostro paese sventuratamente divenne provincia:…collo stato di provincia tutto fu avvilimento, dispotismo, corruttela e disordine…”. E questo è tanto vero che appena qualche anno dopo, nel 1671, un gruppo di amministratori tarantini invia una supplica al sovrano per protestare contro i regi governatori accusati di intervenire pesantemente negli affari della universitas tarantina al fine di indirizzare l’esito delle elezioni nella direzione a loro più gradita.

Ecco il testo della supplica che Tuzzi riporta nella ricerca citata. “… com’è solito ogn’anno farsi l’elettione del sindaco e nuovo governo dopo celebrata l’offerta del glorioso S.Cataldo e per la concorrenza di molti al sindicato, conoscendono quanto voglia aver la mano de’ governatori, ch’intervengono a detta elettione, con varj mezzi ….figurino o ingiunzioni o debiti et altro, acciocchè habbiano modo di poterli carcerare o poco prima del tempo di detta elettione o vero entrando in parlamento nel tempo di detta elettione, li cacciano via sotto pretesto dì ingiunzione di mera contesa o altre per superare ad esso governatore ogni difficoltà e spuntare i suoi disegni…, contro l’uso antico d’essa città e decreti ultimi fatti dal Regio Collateral Consiglio”. Con la loro supplica gli amministratori tarantini chiedono che venga ordinato al governatore “ ..che dovrà intervenire a detta elettione et agl’altri successive, s’astenghino di fare dette pratiche…” Per intenderci il Regio Collateral Consiglio istituito da Alfonso D’Aragona al quale gli amministratori tarantini si rivolgono, per le sue attribuzioni corrisponde un po’ al nostro Consiglio di Stato, cioè l’istanza superiore che coadiuvava il vicerè nel governo del regno frenandone di fatto l’autorità poiché il sovrano era obbligato a consultarlo in tutti i suoi atti.

Sottoscrivono la petizione tra gli altri Vincenzo Domenico Ficatelli, Vito Spataro, Geronimo Caporotondo e Domenico Antonio Ingrosso. Il Regio Collateral Consiglio risponde a stretto giro di posta nello stesso anno e con la perentorietà del caso, (dopotutto erano degli amministratori che ricorrevano), impartisce ordini precisi al Governatore “…. Et inteso per noi il tenore di detto reinserito memoriale, havemo fatto la presente con la quale vi dicemo et ordinamo che senza ingerirvi nella protettione e pratiche delli pretensori dell’officij universali, e non escludendo nessuno dal parlamento senza legittima causa sotto figurati pretesti, dobbiate procedere solamente alla sudetta nuova elettione di quelli, in conformità della Regia Pramatica, affinchè l’elettione predetta si facci dal solito e li predetti cittadini diano la voce libera e così puntualmente eseguirete e farete eseguire che tal’è nostra volontà…”. Come si vede cambia il burocratese, cambia il contesto, cambiano i personaggi ma i furbetti del seggio elettorale ci sono sempre e i ricorsi alle istanze superiori che si chiamino Regio Collateral Consiglio o Tar o Consiglio di Stato sono gli stessi da oltre tre secoli.

Mario Guadagnolo

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