02 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 02 Agosto 2021 alle 16:55:00

Il commercialista

Approda in Parlamento la bozza di riforma fiscale del Governo Draghi

foto di riforma fiscale
Riforma fiscale

Lo aveva promesso durante il suo intervento alle Camere del mese di aprile 2021, bloccando di fatto le iniziative che il Direttore Generale di Agenzia Entrate aveva messo in campo quasi individualmente per riformare il fisco italiano, e così ha realmente fatto il Presidente del Consiglio Draghi il 26 giugno 2021, avviando dal lato del Governo i lavori preparatori utili alla delega che il Parlamento della Repubblica gli concederà su una materia spinosa e complessa. Arriva infatti in Parlamento la bozza della proposta di riforma dell’imposta sul reddito delle persone fisiche della commissione bilaterale costituita in seno alla Camera dei Deputati e al Senato della Repubblica.

L’iter procedurale, che segue alcune audizioni in Commissione Finanze di Camera e Senato, partirà con il confronto parlamentare sulla riforma fiscale al termine del quale le commissioni approveranno un documento di indirizzo politico per il Governo nella predisposizione della Legge Delega sulla riforma stessa. Il primo tentativo riformatore sulla materia si deve addirittura al 1971, con l’intenzione di realizzare un modello di prelievo aderente al dettato costituzionale in base alla capacità contributiva dei cittadini ma da allora tutte le successive azioni riformatrici sono naufragate per ragioni diverse: l’assenza di un progetto complessivo e sistemico di riforma e l’impossibilità di approvare una legge delega finale per motivazioni legate agli imprevedibili esiti di una riforma sulla tenuta del bilancio dello Stato. E così il sistema fiscale di prelievo delle imposte dai redditi degli italiani è divenuto una summa stratificata di modifiche prive di un criterio organico ma organizzate di anno in anno per fare quadrare i conti. Il risultato atteso paradossalmente non è mai arrivato.

Stando alle dichiarazioni costanti di stampa e fonti ufficiali del MEF, l’evasione fiscale in Italia continua ad assestarsi su livelli costanti e teorici di 100 miliardi di euro l’anno – dato sul quale in molti esprimono seri dubbi di valutazione – e nonostante tentativi di ogni tipo occorsi in parecchi anni per ridurne la portata, la soglia di evasione stimata resta sempre la stessa. Ha fallito anche l’introduzione della fatturazione elettronica, che in realtà aveva come scopo principale quello di ridurre l’evasione ai fini IVA ed indirettamente anche ai fini IRPEF, per stessa ammissione del Direttore Generale di Agenzia Entrate di qualche giorno fa, semplicemente perché, a fronte di una mole colossale di dati da gestire dalle strutture informatiche dell’agenzia, non è possibile riuscire a sfruttare le informazioni contenute nelle 160 banche dati a disposizione del fisco per ragioni di privacy e per l’esigenza di avere un numero esorbitante di personale esperto e capace di utilizzare le informazioni.

I Commercialisti italiani avevano sottolineato diverse volte l’inutilità di queste azioni riformatrici ritenendo, correttamente, che il tema della evasione fiscale ha più a che vedere con la complessità del sistema e con aliquote conseguentemente insopportabili piuttosto che con la gestione dei documenti utili ai fini fiscali. Pare che il Governo Draghi abbia deciso di compiere un passo ulteriore verso una razionalizzazione del sistema dei tributi ponendo alla base della riforma un nuovo patto fiscale fra Stato e cittadini, liberato da antichi pregiudizi secondo i quali il cittadino è a prescindere un evasore fiscale e l’amministrazione ha sempre una funzione punitiva nei suoi confronti. Considerato lo scenario delle forze politiche che compongono la maggioranza di Governo tuttavia non sarà facile strutturare una riforma che accontenti tutti attese le esigenze di alcuni di ridurre aliquote e adempimenti e quelle di altri di garantire certi capisaldi ideologici in materia di prelievo.

In ogni caso al centro della proposta c’è l’obiettivo di favorire l’incremento strutturale del tasso di crescita economica mediante la riduzione dell’imposizione sui redditi da lavoro, la riduzione dell’aliquota media effettiva con particolare riferimento ai contribuenti nella fascia di reddito 28.000-55.000 e la riduzione della complessità normativa. Teoricamente si tratta di ottimi propositi che potrebbero nascondere tuttavia, in aderenza al Regolamento UE 2016-679, modalità nuove di superamento dei limiti di privacy ai quali si accennava in precedenza. Manca contemporaneamente un qualsivoglia tentativo di riformare anche il contenzioso tributario che è un ulteriore nodo fondamentale per garantire giustizia ed equità al sistema e che è fermo ad un modello lento, mai professionalizzato adeguatamente, e carico a dismisura proprio a causa della stratificazione farraginosa di norme, circolari e prassi con le quali le agenzie fiscali italiane si muovono nel contesto tributario italiano. In ogni caso l’idea generale di riforma è quella di orientarsi verso la cancellazione di una selva di tributi minori che costano molto di più della resa tributaria che prometterebbero di garantire. Questa riforma dovrebbe portare con se anche la cancellazione dell’Irap, l’imposta regionale che sostiene il peso della sanità pubblica ma che è scaricata sostanzialmente sulle spalle delle imprese e dei professionisti italiani.

Il sistema previsto dalle Commissioni parlamentari ha un marcato tratto progressivo, come da dettato della Costituzione, ma non cancella ipotesi di aliquote sostitutive soprattutto sui redditi di capitale e su quelli forfettari che lieviterebbero verso lo stesso valore della aliquota più bassa per l’imposta sui redditi. Il testo contiene inoltre una forma di introduzione del versamento delle imposte dirette di tipo mensile, in forma opzionale e senza sanzioni e interessi. Vedremo in sede di redazione della delega al Governo quanto di tutto questo verrà conservato e quanto ulteriormente modificato.

Francesco Andrea Falcone
Dottore Commercialista – Revisore Legale

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