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24 Maggio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Maggio 2022 alle 10:58:00

Il commercialista

Entrate tributarie del 2021, il Mef annuncia incassi per 496 miliardi di euro

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Tasse e imposta

Tendenzialmente ogni anno, in questo periodo, il Ministero della Economia e delle Finanze fa il punto sulla situazione fiscale italiana, sul bilancio dello Stato e sulle stime per il futuro e così sembra proprio che le cose nel 2021 non siano andate poi così male se le entrate tributarie sono salite di oltre il 10% rispetto al 2020 nonostante la pandemia, toccando quota 496 miliardi di euro. Contestualmente il PIL tocca quota, secondo ISTAT, pari a 7,5% ai prezzi di mercato, numeri da capogiro rispetto alla media italiana degli ultimi decenni. La crescita delle entrate di circa 48 miliardi di euro, rispetto allo scorso anno, riflette il miglioramento del quadro economico, ma sono presenti alcune disomogeneità attribuite in particolare alle fasi di lockdown patite dal Paese. In altre parole la media degli incassi fiscali non è costante ed ha subito ovviamente squilibri sostanziali nei momenti dell’anno in cui la pandemia ha fatto sentire maggiormente i suoi effetti.

Questo squilibrio non ha importanza in termini complessivi ma ha messo alla prova, nei periodi dell’anno di maggiore scarsità, la tenuta di alcuni servizi per i quali lo Stato si è finanziato mediante debito. Quali imposte hanno subito un incremento ed in che misura? Le imposte dirette – ovvero quelle sui redditi come l’IRPEF – mostrano un incremento generale del 6,5% rispetto allo scorso anno. Sono invece fortemente aumentate le imposte indirette – quelle sui consumi come l’IVA – che segnano un aumento del 29,7%, numeri estremamente impressionanti che si attribuiscono probabilmente alla ripresa del comparto edilizio dovuta ai bonus fiscali. Sono i lavoratori autonomi inoltre a trainare la ripresa delle entrate tributarie, per loro, ai fini IRPEF, l’incremento è pari al 10,4% rispetto allo scorso anno. Del 9,4% è invece l’incremento delle ritenute fiscali operate sui dipendenti del settore pubblico. Anche dalle società di capitali e dagli enti non commerciali soggetti ad IRES arrivano sorprese, questa volta negative. Calano i versamenti di imposta delle società italiane per il saldo fiscale del 5,2% e per gli acconti del 7,2%. La notizia in questo caso non è del tutto nuova perché la stampa di settore ha pubblicato le stime di cessazione e fallimento delle imprese italiane dei prossimi anni e si attende uno tsunami di circa 500 mila unità solo a partire dal 2022. Un dato purtroppo assai drammatico. La caduta degli incassi fiscali provenienti dalle società è certamente un campanello di allarme.

Nel merito delle imposte indirette è interessante osservare l’andamento generale dei dati. L’IVA dalle cessioni di beni e servizi in Italia cresce del 16,3% w quella delle importazioni di circa 5 miliardi di euro per il 53% rispetto allo scorso anno. Sintomo che gli italiani hanno ricominciato ad acquistare. Sale anche l’imposta di registro di circa un miliardo e duecento milioni di euro per un incremento del 32,7% rispetto allo scorso anno, è il segnale che probabilmente anche il mercato immobiliare sia in accelerazione. Le entrate da giochi e scommesse si attestano in circa 12 miliardi di euro con un incremento del 18% rispetto allo scorso anno mentre scendono le entrate da attività di accertamento e controllo fiscale di circa il 3% per un importo pari a 8 miliardi di euro. Il dato però è certamente influenzato dal tema del blocco degli accertamenti e delle notifiche, recentemente ripreso con particolare intensità, per tutta la fase della pandemia. Sul rischio default invece, a cui si faceva cenno in precedenza, per oltre 500 mila imprese italiane, il tema nasce anche e soprattutto dalla analisi effettuata sulla decadenza di un numero impressionante di imprese rispetto alle scadenze della Rottamazione ter. Sono state moltissime infatti quelle che pur avendo aderito alla misura di agevolazione non sono state in grado di portarla a termine. Tra queste circa 230 mila imprese italiane sono decadute dalla rottamazione e stando alla prima formulazione della legge non potrebbero più chiedere ulteriori rateazioni con la conseguenza che tutta la massa debitoria non pagata ricadrebbe sulle loro spalle senza alcun intervento cuscinetto, scatenando ipotesi record di insolvenza.

L’Agenzia della Riscossione – ex Equitalia – non sembra avere strumenti giuridici per soprassedere in particolare modo alla crisi di pagamenti dei contribuenti, con particolare riferimento alla scadenza dello scorso 7 marzo. L’implacabilità delle azioni esecutive, senza un intervento del Governo, è segnata dall’articolo 3 comma 14, lettera b) del DL 119/2018 che sancisce per l’appunto lo stop ad ulteriori rateazioni in caso di decadenza dalla rottamazione. Il sistema allora dovrebbe prevedere che le somme già versate siano acquisite a titolo di acconto da Agenzia Riscossione sul debito generale e riprenda l’esecuzione in una unica soluzione. Il timore che la stampa di settore ha sollevato è che non ci siano in ogni caso possibilità per un numero troppo elevato di soggetti e che senza un ricorso agli strumenti deflattivi della crisi di impresa le conseguenze potranno essere drammatiche.

Francesco Andrea Falcone
Dottore Commercialista – Revisore Legale

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