24 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2021 alle 10:28:00

Il nutrizionista

La confusa e scorretta interpretazione della dieta mediterranea

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La dieta mediterranea

Il termine dieta mediterranea è nato con riferimento alla situazione alimentare di alcune arre del Mediterraneo alla fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. La promozione di un regime mediterraneo si era affermata con le indagini del biologo e fisiologo Ancel Keys che, a partire dal 1952, mise in relazione consumi alimentari, in particolare l’eccesso di grassi animali e fattori di rischio di aterosclerosi in sette Paesi. Grazie alle ricerche condotte a partire dal 1957 in Grecia, a Creta nel Mezzogiorno d’Italia (a Nicotera in Calabria, nel Cilento), Keys e altri studiosi segnalarono come il tradizionale modello alimentare svolgesse una funzione preventiva per le malattie cardiovascolari. Nel periodo in cui veniva costruito il modello della dieta mediterranea le popolazioni però conoscevano ancora situazioni di disagio alimentare.

Dagli anni sessanta, nelle regioni meridionali era aumentato significativamente il consumo di carne, pesce, grassi, zuccheri, mentre era diminuito il consumo di pane, pasta, cereali, verdure, olio. L’uscita da condizioni di sofferenza e di fame ha comportato anche alcuni risvolti negativi e preoccupanti. I migliorati consumi alimentari, l’invecchiamento della popolazione, la diminuita attività fisica degli individui sono stati la causa, da un punto di visita nutrizionale, di uno squilibrio tra bisogni e apporti energetici, con gravi conseguenze per la salute. La scomparsa del tradizionale equilibrio e l’abbandono di un antico stile di vita hanno contribuito a creare situazioni di difficoltà metaboliche nell’organiamo. Il modello attuale della dieta mediterranea non corrisponde alla realtà storica di nessuna aerea geografica del Mediterraneo. Fino agli anni Cinquanta le popolazioni meridionali presentavano un regime alimentare a base di pane di mais, patate, pomodori, peperini, legumi e cereali minori. La pasta, a eccezione di quella fatta in casa nelle feste, ancora all’inizio degli anni Cinquanta rappresentava un genere di lusso. La carne era un alimento per eccellenza.

L’alimentazione variava in base ai diversi periodi dell‘anno. In inverno si consumava maggiormente il pane di mais, o di orzo o di castagne o di cereali minori. D’estate era piu accessibile il pane di grano. Il dato emerge anche dagli stessi inventori della dieta mediterranea. A Nicotera i rilevatori del gruppo guidato da Keys, che pesavano quotidianamente le pietanze consumate ogni giorno dalle famiglie individuate per l’indagine, trovavano spesso le donne di casa che dichiaravano: «Stasira non pensu ‘ca mangiamu» e molti bambini si strofinavano gli occhi lucidi, singhiozzavano e dicevano di non avere mangiato, si lamentavano: «Avimu fami» (così Salvatore Reggio riportava una testimonianza del professor Mario Mancini, in Camera di Commercio di Vibo Valentia, La dieta mediterranea. Nicotera il modello italiano di riferimento, 2011, pp. 28-31). L’abbondanza per certe persone significava “fare festa”. L’abbondanza veniva esibita e ostentata per sottolineare il desiderio popolare di fuggire dalle penurie quotidiane. Fin dall’antichità l’uomo del Mediterraneo ha cercato di realizzare il proprio “equilibrio vitale”. La combinazione di numerosi prodotti e miscugli di vario genere (come nel caso della panificazione) o l’uso di avanzi e scarti ha costituito indubbiamente una peculiarità alimentare delle popolazioni delle ragioni meridionali, che spesso hanno rivelato una grande fantasia e un’inventiva culinaria in condizioni di difficoltà. Tuttavia gli alimenti provenienti dalle diverse attività produttive e lavorative non erano mai disponibili a tutti e contemporaneamente.

Soltanto i ricchi e i ceti benestanti, ancora nella prima metà del Novecento, potevano avere accesso a prodotti diversi, locali o importati. La sobrietà dell’uomo del Mediterraneo, che ha fondato un particolare equilibrio vitale, è stata una scelta “obbligatoria”, si è costituita all’insegna di un razionamento necessario, non sempre desiderato. Nella società tradizionale niente andava buttato; tutto doveva essere consumato. Gli avanzi di cucina, quando c’erano, venivano consumati nei giorni successivi. La frutta veniva contata sugli alberi o nei cassonetti. Tutto in caso di necessità diventava “buono da mangiare”. Il modello dell’equilibrio, che in passato veniva usato quando i consumi scendevano al do i sotto dei bisogni nutritivi, si è oramai spezzato nel Paesi industrializzati. La fine del tradizionale equilibrio si accompagna a più generali “squilibri”. Sempre più presenti sono oramai i consumi degli alimenti non sulla base di effettivi bisogni biologici, ma sulla base di bisogni culturali, indotti dalle mode, dalle industrie alimentari, da una società basata su consumi e sprechi. La scomparsa dell’antico equilibrio e di concezioni in cui il “mangiare” era sempre legato a “star bene” o alla sopravvivenza hanno creato le situazioni di difficoltà metaboliche, nuove forme di sofferenza e di patologie alimentari. Le popolazioni povere, che mangiavano quasi esclusivamente per vivere, non hanno mai avuto problemi di obesità. Ma purtroppo sono ancora in molti a mangiare in abbondanza quasi per scongiurare i tempi della fame e dei digiuni obbligati.

Dr.ssa Monika Szczesna
Biologa nutrizionista
www.dieta metabolic.it

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