14 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 18:30:05

Cronaca In evidenza News

Processo Ambiente Svenduto, la difesa: Archinà privo di poteri decisionali

foto di Processo Ambiente Svenduto
Processo Ambiente Svenduto

“Girolamo Archinà non può essere l’uomo simbolo del disastro ambientale contestato dall’accusa. E’ stato trasformato in questo emblema da una ricostruzione accusatoria iperbolica, basata su interpretazioni e non su circostanze reali”. E’ questa in sintesi la tesi del difensore dell’ex pr dell’Ilva gestione Riva, l’avvocato Giandomenico Caiazza, presidente delle Camere Penali, uno dei penalisti italiani più noti presenti nel processo Ambiente Svenduto.

Archinà rischia una condanna a 28 anni poiché risponde dei principali reati, associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale doloso e avvelenamento di sostanze alimentari, corruzione in concorso col professor Lorenzo Liberti, concussione in concorso con l’ex governatore Vendola nei confronti dell’ex direttore Arpa Giorgio Assennato e con Gianni Florido e Michele Conserva nei confronti dei dirigenti della Provincia Ignazio Morrone e Luigi Romandini. Una ricostruzione accusatoria che Caiazza tenta di demolire partendo dal reato più pesante, il disastro ambientale doloso. “Affidiamo a questa Corte una richiesta inesigibile – esordisce l’avvocato rivolgessi alla Corte d’Assise – per la distanza incolmabile fra le argomentazioni accusatorie, il rifiuto dell’evidenza della prova, di fatti che sono sotto i vostri occhi. La richiesta dell’accusa è prigioniera della sua iperbole accusatoria, la Procura – continua Caiazza – si è spinta a ipotizzare una condotta di disastro posta in essere nell’ordinario esercizio di un’impresa gigantesca, con la pretesa di ricondurre a disastro non un evento specifico, ben preciso, ma 17 anni di attività di un’azienda.

Un azzardo accusatorio, non fa riferimento a nessun fatto specifico ma viene costruita questa ardita tesi – sono le parole dell’avvocato- sostenendo che l’Ilva ha prodotto per 17 anni in violazione dei limiti di legge e intenzionalmente ha provocato il disastro. Una ricostruzione iperbolica della quale è vittima il mio assistito, un cittadino umile, leale e ragionevole”. Caiazza definisce così Archinà, seduto al suo fianco durante la discussione. Caiazza esprime “rispetto e compassione per le vittime tarantine di malattie” ma contesta “l’aggravante basata non su casi specifici di lesioni e morti ma su una generica situazione epidemiologica”.

E si chiede “come mai il disastro inizia con la gestione privata mentre quella pubblica è rimasta fuori dalle responsabilità e da questo processo se è responsabile della collocazione dello stabilimento accanto alla città”. Quesiti che mirano ad evidenziare “la debolezza dell’ipotesi accusatoria” ma, sottolinea Caiazza, nel rispetto “dell’impegno e della passione del dottor Buccoliero che ho apprezzato in questi anni di processo”. Dopo un passaggio di fair play, il legale prosegue la discussione tornando all’attacco: “L’accusa nei confronti di Archinà è interamente costruita sulle intercettazioni alle quali in questa indagine viene dato un valore che non ha e non può avere, cioè l’idea che quello che si dice nelle conversazioni telefoniche sia la verità. In un processo penale occorre dimostrare se quelle intercettazioni trovano riscontro in una condotta materiale.

Archinà il ‘maestro degli insabbiamenti’? Quali? Non ce ne sono. La valorizzazione delle parole come se fossero un punto di arrivo e non di partenza. Se non vengono contestualizzate nel prima, durante e dopo, si possono manipolare. ‘Datemi sei righe di un onesto cittadino e isolando una frase dal contesto troverò qualcosa per farlo impiccare’ disse Richelieu per dimostrare quanto sia semplice”. “E’ assurdo contestare ad Archinà il disastro ambientale per il ruolo che svolgeva, completamene privo di poteri decisionali. Nel 1996 – evidenzia il difensore- era dipendente Ilva del nucleo vigili del fuoco, è andato in pensione e ha iniziato un rapporto di collaborazione esterna per le relazioni istituzionali nel 2004, continuando a svolgere questo ruolo fino al 2011.

E Archinà diventa l’uomo simbolo del disastro ambientale, per il quale è stata chiesta una delle condanne più alte. Ma come si possono contestare reati gravissimi ad una persona estranea a responsabilità decisionali e gestionali dell’impianto? Come potrebbe aver concorso alla mancata ambientalizzazione degli impianti o all’omissione degli interventi strutturali a garanzia e a tutela della sicurezza dei lavoratori. Non era titolare di alcun potere. Quindi in una contestazione di disastro quali sarebbero i poteri che non ha attivato, concorrendo al disastro ambientale? Siamo di fronte al collasso logico del ragionamento fondativo”. E ancora, aggiunge: “Ho trovato estremamente grave che nella requisitoria non ci sia stato un confronto con gli atti dei giudici amministrativi che si sono pronunciati in modo clamoroso sulla vicenda della Mater Gratiae e sull’ordinanza del sindaco Stefàno del 7 giugno 2010”. Sugli episodi di concussione, Caiazza contesta la genericità delle accuse: “Che concussione è se i concussi di questo processo non si sono accorti di esserlo”. Riguardo alla tentata concussione ipotizzata dal pm nei confronti di Romandini, Caiazza esclude qualsiasi pressione: “Archinà in cosa avrebbe concorso? E’ un mistero. C’è una genericità delle contestazioni mai vista”.

La discarica Mater Gratiae “era un’opera di ambientalizzazione, una discarica interna allo stabilimento che l’Ilva realizzava a sue spese”. Caiazza ricostruisce l’iter: “Su tutti i lavori di sei stati di avanzamento nessuna obiezione sollevata dalla Provincia. Il 31 luglio 2007 la discarica viene completata, tre mesi dopo Romandini si dichiara incompetente. Ilva risponde ribadendo la competenza e indicando i termini di legge. Romandini si pronuncia a maggio 2008 scrivendo che l’azienda deve presentare adeguamenti, mai richiesti prima e non indica quali. Avrebbero dovuto sostituirlo molto prima. Quando Florido e Conserva gli chiedono di decidere è perché è la diffida dell’Ilva”.

Anche le pressioni ipotizzate nei confronti di Morrone vengono definite insussistenti da Caiazza: “Senza l’incidente, chiamiamolo così, di quella parola aggiunta nella trascrizione ‘firmare’, questo capo d’imputazione non sarebbe nemmeno nato”. Il capo d’imputazione a cui fa riferimento il legale è il pilastro della richiesta di arresto della Procura nei confronti di Florido. Il processo contro 47 imputati torna in aula venerdì 30 aprile con la conclusione della discussione dell’avvocato Caiazza e con l’arringa dell’avvocato Carlo Raffo, difensore di Lorenzo Liberti, all’epoca rettore del Politecnico e perito della Procura per le emissioni inquinanti del Siderurgico, accusato di aver ammorbidito la perizia in cambio di 10mila euro.

Annalisa Latartara

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche