22 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Giugno 2021 alle 16:09:36

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La storia. Frate Angelo De Padova, da San Marzano al Paese delle Aquile

foto di Angelo De Padova, frate minore di San Marzano di San Giuseppe
Angelo De Padova, frate minore di San Marzano di San Giuseppe

“L’aspetto più singolare della mia missione in Albania, in questo periodo, è di poter operare in posti in cui il covid 19 non è mai arrivato, come nei villaggi di montagna di Vukel, Nikç, Broje, Kozhinje, Gabron, dove si vive senza mascherine, abbracciandosi ed stando vicini senza timore. Ciò, invece, non accade in pianura, nei piccoli centri di Beltoje, Kosmać, Ashte: tutti hanno preso il virus, tranne me. Perciò negli incontri, al fine di tutelarmi, usiamo tutti i dispositivi protettivi”. A parlare è fra Angelo De Padova, frate minore di San Marzano di San Giuseppe, che abbiamo conosciuto quando era guardiano e vicario parrocchiale alla San Pasquale, che dal 2014 è missionario nel “Paese delle aquile”, dove lo stile di vita in genere ricalca molto quello delle zone rurali nell’Italia d’inizio secolo scorso, all’insegna di una grande sobrietà e dignità.

“Ho sempre desiderato partire missionario in Albania, motivato anche dall’essere nativo di un comune di origini albanesi, quale San Marzano – racconta – Così, nel gennaio 2014, a Leuca, guardando in lontananza la terra albanese, pregai: ‘Signore se tu vuoi, mandami pure lì’. Dopo due ore il ministro provinciale dell’Ordine mi telefonò e m’informò della necessità di frati di origine arbereshe per fondare un convento in quella nazione. Accettai e partii qualche mese dopo”. All’arrivo frate Angelo seppe che il progetto era svanito, in compenso l’arcivescovo di Scutari, il francescano minore Angelo Massafra, suo paesano, gli affidò inizialmente la cura della parrocchia di Beltoje (comprendente tre villaggi) dove ha vissuto l’ultimo sacerdote martire del regime comunista, il beato don Mikel Beltoja. Il frate sammarzanese s’impegnò subito a venire incontro alle necessità degli abitanti. “In uno di questi villaggi – racconta – c’era bisogno di una chiesa, ma attesi due anni prima di iniziare i lavori perché prima dovevo riparare le case dei più bisognosi. Era la volontà di Dio e ne ebbi la prova perchè, nella successiva edificazione della chiesa, la Provvidenza non mancò mai”.

Frate Angelo evidenzia la grande ospitalità e generosità di quel popolo, con i giovani che però cercano di emigrare a causa della povertà. “Vive meglio chi riceve le rimesse dall’estero dei figli – spiega – Gli altri vanno avanti vendendo i prodotti della propria campagna, patate e cipolle soprattutto, e quanto deriva dai piccoli allevamenti. Invece gli anziani senza figli sopravvivono a stento con la misera pensione sociale di 60euro mensili”. Frate Angelo ha cercato di liberare la sua comunità da paure, pregiudizi e tradizioni sbagliate. “Per esempio, alcune donne, da sposate – dice – diventavano ‘proprietà’ della famiglia del marito e letteralmente chiuse in casa, con la proibizione di incontrare i loro genitori e tantomeno di aiutarli nella vecchiaia. Grazie a una incessante opera di convincimento, questo non avviene quasi più, anche se ci sono ancora mogli che, per gelosia dei mariti, non escono mai da casa. Mi sono inoltre impegnato a contrastare i matrimoni combinati fra quindicenni e adulti e lo spaccio di droga. I frutti si vedono, anche se all’inizio ho ricevuto minacce di morte”. Nella parrocchia di pianura egli ha aperto le porte ai siriani che, a piedi, fuggono dalla guerra e dalla fame, offrendo loro un piatto caldo, vestiti puliti, docce e un letto, così da ritemprarsi per poter continuare il faticoso viaggio; inoltre il francescano accoglie quanti, vivendo in montagna, scendono in città per curarsi o assistere parenti ospedalizzati o altre necessità. Confida a tal proposito: “Mia madre mi ha detto un giorno: ‘Se incontri un povero o malato che chiede aiuto, pensa che sono io a chiedertelo’. E siccome la mamma è una sola…”.

Disseminati in un vasto territorio, il frate visita puntualmente tutti i villaggi, attraverso scomodissime mulattiere da percorrere a cavallo o a piedi oppure su pericolose strade mediante il fuoristrada prestatogli dalle suore, costeggiando il burrone e pregando di non incontrare automezzi controsenso. “Ma non mi lamento in quanto i bambini che abitano in montagna sono costretti ogni giorno a due ore di faticoso cammino per andare a scuola – dice, aggiungendo che lì i francescani sono molto amati in quanto non hanno mai fatto mancare il loro conforto alla popolazione sia nella secolare dominazione ottomana o durante la dittatura comunista (sia pure nel nascondimento), dove il dichiararsi cristiani, avere un nome di un santo, esporre una immagine sacra in casa o fare il segno di croce spesso comportava la detenzione, la deportazione e se non addirittura la condanna a morte. Evidenti sono i segni delle ferite di quel periodo, che si estrinsecano soprattutto in un atteggiamento di diffidenza, nel timore, mai sopito, delle spie di regime. Frate Angelo ha contribuito a scalfire queste corazze, unitamente a un impegno di solidarietà anche verso chi appartiene ad altre religioni. “Non manco infatti di recarmi anche nelle abitazioni delle famiglie musulmane, che mi accolgono fraternamente – racconta – Attualmente infatti sono impegnato a riparare una loro casa in montagna”. Per la sua opera non mancano gli aiuti da benefattori: “I frati – spiega- non hanno uno stipendio mensile, vivono di Provvidenza”. Così gli pervengono di frequente generi di prima necessità o offerte in denaro, raccolte anche dalla madre, a San Marzano, attraverso affidamento di intenzioni di sante messe”. E in queste sante messe frate Angelo ha promesso di pregare per tutti i nostri lettori.

Angelo Diofano

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