23 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Aprile 2021 alle 17:54:14

Libri

Leonardo Sciascia, interprete di una grande passione civile

foto di Il libro di Leonardo Sciascia
Il libro di Leonardo Sciascia

I n passato abbiamo incontrato la questione politica della letteratura più frequentemente nel panorama italiano, i cosiddetti impegnati, che oggi ritroviamo in figure di primissimo piano come Nicola La Gioia, Roberto Saviano e il compianto Alessandro Leogrande. Persone che hanno utilizzato la scrittura anche per denunciare, analizzare e, in definitiva, portare alla ribalta i temi essenziali della vita civile Italiana. Dacia Maraini, Elsa Morante, Oriana Fallaci, Pasolini e Moravia, Leonardo Sciascia. Donne e uomini prima che scrittrici e scrittori, rappresentanti di un pensiero civile condivisibile o meno sempre tuttavia, utile al dibattito culturale e politico.

L’intellettuale organico, di memoria Gramsciana può contribuire alla costruzione di un’egemonia culturale ‘positiva’ e utile alla costruzione di una società migliore, in cui l’impegno culturale può avere, con buona pace di Togliatti e Vittorini, voce in capitolo per amministrare processi di cambiamento utili e necessari. Sciascia ha rappresentato la denuncia, la politica, la sagacia tenace, l’attaccamento alla propria terra e la voglia di cambiamento di una Sicilia profondamente diversa da come lo è stata dopo la fine degli anni ’70. Gente come lui, Renato Guttuso e altri si sono fatti interpreti di una passione civile lontana, oggi, dalla nostra terra in cui si candidano sempre gli ultimi della classe che poi finiscono per ricoprire quei ruoli apicali così delicati da togliere il fiato a chi, alla politica, crede veramente. Non solo la sua partecipazione al dibattito culturale e politico del paese ma soprattutto la sua scrittura esprimeva posizioni estremamente avanzate da parlare per lui stesso.

Quello che è certo è che le sue opere sono state lette dai suoi amici quanto dai suoi nemici, politici e letterari. Un uomo piantato con i piedi per terra tanto da dare vita ad una delle esperienze editoriali e culturali indipendenti, più fortunate e solide del nostro panorama meridionale, quella Sellerio che ha saputo fare grande un certo Andrea Camilleri, certamente cresciuto sulle spalle di questo gigante.

“Questo non è un racconto” – Adelphi
In un’aula giudiziaria, una donna vestita di nero accusa il capomafia che ha fatto ammazzare suo marito e poi – malgrado le avesse garantito che non gli «avrebbero toccato un capello» – anche suo figlio: «Loro sono venuti meno alla legge dell’onore,» dichiara «e perciò anche io mi sento sciolta». Pur di vendicarli ha accettato di infrangere le regole cui si era sempre sottomessa – di rinunciare a vivere. Quella donna è Serafina Battaglia, testimone di giustizia nella Palermo dei primi anni Sessanta, devastata dai regolamenti di conti mafiosi. Ma il testo che ne evoca la «vindice inflessibilità» non è un racconto: è uno dei tre memorabili soggetti che Sciascia, realizzando un’antica vocazione – diventare regista o sceneggiatore – ha scritto per il cinema. “L’affaire Moro” – Adelphi Scritto a caldo nel 1978, questo libro non ha che guadagnato con gli anni. Mentre, in una nobile gara di codardia, i politici italiani, nonché i giornalisti, si affannavano a dichiarare che le lettere di Moro dalla prigionia erano opera di un pazzo o comunque prive di valore perché risultanti da una costrizione, Sciascia si azzardò a leggerle, con l’acume e lo scrupolo che sempre aveva verso qualsiasi documento. Riuscì in tal modo, sulla base di quelle lettere, a ricostruire una intelaiatura di pensieri, di correlazioni, di fatti che sono, fino a oggi, ciò che più ci ha permesso di capire, o di avvicinarci a capire, un episodio orribile della nostra storia.

“Todo Modo” – Adelphi
Fra le querce e i castagni di un luogo imprecisato e delizioso si apre, come un’oltraggiosa ferita, uno spiazzo asfaltato chiuso da un edificio di cemento, «orridamente bucato da finestre strette e oblunghe». Un albergo? Un eremo? Testimone casuale – ma che sempre meno crede nel caso –, un pittore di fama si troverà a osservare, per pochi, terribili giorni, ciò che avviene in quel luogo. «Esercizi spirituali», gli viene detto. Quegli esercizi che Ignazio di Loyola prescriveva di praticare todo modo, «al fine di cercare e trovare la volontà divina». Qui, attirati dal richiamo e dall’imperio di don Gaetano, uomo di cui nessuno sa scorgere il fondo e che Sciascia delinea magistralmente, convergono personaggi in diverso grado potenti, i quali presto si dispongono a recitare il rosario in compatto quadrato, producendo lo schianto di un coro «atterrito e isterico». Ciò che perseguono non è la volontà divina, ma il delitto, un’altra via dove «non ci si può fermare»

Antonio Mandese
Libraio ed editore

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