24 Gennaio 2022 - Ultimo aggiornamento il: 24 Gennaio 2022 alle 22:28:00

Libri

Brevi note di Nino Palma sull’ultimo libro di Tommaso Anzoino

foto di Tommaso Anzoino
Tommaso Anzoino

In una mia recensione del penultimo libro di Tommaso Anzoino, che titolava Alla prossima scendo, così concludevo: Auguriamo a Tommaso di non scendere né alla prossima fermata, né a quelle successive, ma di continuare nella sua opera, perché in questa sua impresa letteraria scorgiamo la tempra del grande scrittore, che può ancora dire e dare molto a tutti noi. Ed eccola qui, la risposta: è tutta contenuta in questo libretto di minuscole dimensioni, una sorta di breviario, un compendio del suo pensiero, delle sue idee, dei valori che informarono la sua esistenza, con stampato sulla copertina un riquadro contenente l’immagine di un infinito spazio- temporale, che ricorda Leopardi. Minuscolo questo suo ultimo libro, ma capace di farti naufragare in un universo di poesia, di cultura, di insegnamenti e di bellezza, che è, come amava dire, la cosa più importante della vita.

Qualcuno ha definito quest’ultima fatica di Tommaso, “un testamento artistico”, io ci aggiungo almeno tre altri aggettivi: morale, filosofico, poetico. E sarà bene seguire, nel parlarne, il consiglio dell’autore, quello cioè di iniziare dal proemio, anzi dai vari proemi, ben tre, che si addensano in apertura e che sono altra cosa rispetto alle storie successive, ma che aiutano alla loro comprensione Perché in questi proemi a parlare è proprio lui, con i suoi perché, con la sua poetica della svagatezza e labilità, con i suoi tanti dubbi a partire da quello se vale o meno la pena scrivere ancora romanzi in tempi criminali di bambine e bambini assassinati con le loro giovani madri e con i loro giovani padri, assassinati dalla miseria, dall’ingiustizia, dall’avidità di padroni servi o di altri padroni, assassinati dai fabbricanti e dai trafficanti di armi. Un dubbio che, per quanto ci riguarda, scioglieremo alla fine di queste brevi note. E che è poi lo stesso dubbio che assillò e attanagliò altri poeti e scrittori di grande tempra come Salvatore Quasimodo, quando, in piena guerra, decidendo di appendere la cetra alle fronde dei salici si chiedeva se potevamo noi cantare con il piede straniero sul cuore” o come Primo Levi che si chiedeva se dopo Auschwitz fosse ancora possibile scrivere poesia, o come qui fa Anzoino, anche lui poeta e narratore di grande tempra, che si chiede appunto se sia ancora possibile scrivere romanzi nei tempi criminali come quelli in cui ci tocca vivere e in cui i valori fondanti della civiltà occidentale, come la solidarietà, l’umanesimo, la libertà, la bellezza sembrano ormai prossimi al declino.

Ma veniamo alle 15 storie che sono raccontate dalle voci narranti della bambina Giovanna, di suo fratello Francesco e della loro mamma. Di che si tratta? Si tratta di brevi storie, qui scritte con la sua abituale tecnica del flusso di coscienza, mutuata da quelli che sono stati i suoi riferimenti, i suoi amori letterari, in primis Marquez e il grande Josè Saramago, ma forse anche Yoice, (con l’Ulisse) Svevo (con La Coscienza di Zeno), e Berto, con il suo Male oscuro, qui definito “ una delle opere più importanti della letteratura contemporanea non solo italiana e non solo contemporanea” che, aggiungo io, sconvolse intere generazioni, le nostre generazioni”. E’ una tecnica per cui i pensieri di un personaggio (in questo caso dei vari personaggi) vengono lasciati liberi di fluire così come si affacciano alla mente, secondo una trama di libere associazioni mentali, di pensieri, immagini, ricordi, idee, adottando una sintassi irregolare, l’abolizione dei segni di interpunzione, degli a capo, dei paragrafi: periodi lunghi, ma non lunghissimi, come quelli di Berto, tali da stressare il lettore. Pensieri, insomma, che come onde si accavallano e ti danno proprio il senso di questo flusso o magma interiore che vuole fuoriuscire e tracimare dai meandri più profondi e oscuri della coscienza. E si tratta di piccole storie di ordinaria vita quotidiana, solo apparentemente lievi e al limite dell’ insignificanza, che accadono all’interno di una famiglia, non so fino a che punto reale o immaginaria, composta da padre, madre, figlio e figlia bambina, anche quest’ultima non so fino a che punto reale o immaginaria. La più poetica, la più tenera di queste voci è proprio quella della bambina, quella che vuole bene fino al cielo al suo papà. Una figura, quella della piccola Giovanna che, con il suo linguaggio infantile che spesso fa a pugni con l’italiano e con l’uso del congiuntivo e del condizionale, o con la pronunzia non sempre corretta delle parole, che il padre la incoraggia a trovare sul vocabolario, dimostra una non comune capacità di tracciare il profilo umano, culturale del papà, di indovinarne i pensieri, di leggerne pregi e difetti, punti di forza e di debolezza, che vede e vive quell’uomo non solo come papà, ma anche come maestro, come docente, come intellettuale, come guida spirituale, in grado di dare certezze con le sue parole di saggezza e di umanità, con i suoi consigli di buon senso.

Tutte queste storie, che nel corso dell’intero libro sono raccontate in modo separato e isolato, alternandosi, alla fine si ricompongono in una sola voce, un voce corale, che ricorda e piange, piange e ricorda la perdita dell’uomo, del padre al quale Giovanna non potrà più chiedere niente, del marito, dell’intellettuale, del docente, dello scrittore, al quale, similmente a Bulgakov, l’autore del libro Il Maestro e Margherita, che morì quando finì di scrivere il suo capolavoro, la malattia prima e la morte poi, non gli hanno consentito di portare a compimento i suoi progetti. Insomma è la perdita non solo di un corpo, ma anche di un’anima, di uno spirito, di una persona che riempiva la casa e dava senso alla famiglia. Una perdita che spalanca negli altri vuoti siderali, da cui non possono che germinare a fiotti paure, dolori, sofferenze, lacrime, smarrimenti. Insomma, posiamo concludere dicendo che la lettura di questo libro fa spesso sorridere, per la sua levità, ma fa anche spesso piangere specie nelle pagine finali, e ti fa sobbalzare quando sotto i nostri occhi si dipanano frasi che sono autentica poesia, immagini e metafore inaspettate, fa attingere la bellezza della vitalità e della leggerezza, e l’abisso della sofferenza, la luce della gioia di vivere e il buio della sofferenza, della malattia, l’angoscia del dolore e della morte. Uno scrigno insomma di tesori che bisogna saper scovare nel susseguirsi delle parole e delle immagini. Lo confesso qui: vi ho riconosciuto, il maestro, il leader educativo di trent’anni trascorsi insieme in quella scuola, lui in qualità di dirigente o meglio di Preside, io in qualità di suo collaboratore, o meglio, come amava dire sorridendo, di suo collaborazionista! E veniamo allo scioglimento del dubbio iniziale. Ne valeva la pena scrivere questo romanzo, che poi romanzo non è, in tempi come questi? Sì, caro Tommaso, ne valeva la pena e come se ne valeva la pena! Perché il compito dei grandi scrittori, come te, è quello di darci una testimonianza del tempo in cui ci tocca vivere e di offrire a noi che restiamo ancora qui un esempio di forte resistenza morale ai mali del mondo e perché, con questo libro ci hai regalato un ultimo testamento morale, fatto di bellezza, di umanità, di poesia che terremo gelosamente custodito e che apriremo ogni volta che avremo voglia di incontrarti, di intrattenerci, e di dialogare con te, di ascoltare la tua voce, di nutrirci delle tue parole, fatte di saggezza e di grande umanità!

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