26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

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Un musicante racconta la novena prima della guerra

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Un musicante racconta la novena prima della guerra

Nel racconto di Vincenzo Caso, un musicante deceduto molti anni addietro, ecco uno spaccato della Taranto nel periodo natalizio prima della guerra. Vincenzo faceva parte di uno di quei gruppetti di suonatori che eseguivano le musiche tradizionali nelle novene natalizie. Con lui,al clarinetto, c’erano Antonio e Pippo Vernaglione, rispettivamente al flicorno e al flauto, Piccolo al trombone, Cianciaruso al corno, i fratelli Giudetti alle percussioni e Papadia alla tromba: tutti residenti in Città vecchia e appartenenti alla banda “Piave”. Ogni sera venivano visitate fino una ventina di famiglie, residenti in Città vecchia, al Borgo e a Tre Carrare.

Il primo giro veniva effettuato il 29 novembre, inizio della novena all’Immacolata. Prima dell’arrivo dei musicanti, la famiglia assieme ai vicini recitava le preghiere del tempo liturgico oppure poste del Santo Rosario. Tutti, riuniti davanti alla statuina della Madonna custodita sotto un’artistica campana di vetro e illuminata ai lati da candele o lampade a olio. “Attaccavamo la prima pastorale sul pianerottolo ed entravamo in casa suonando. Dopo un’altra melodia tradizionale – raccontava Vincenzo Caso – accompagnavamo un coretto di bambini che eseguiva il canto “O Concetta Immacolata. Quindi, le litanie lauretane, musicate in modo tutto particolare. A conclusione, uno sprazzo di allegria con la “pizzica pizzica”, sulle note di ‘Cicerenella teneva teneva…’ Le note musicali si spargevano per tutto il palazzo e raggiungevano le strade vicine, allora silenziose per l’assenza di traffico”.

Al termine il capofamiglia non poteva esimersi dall’offrire il bicchierino di rosolio. “Io solitamente preferivo farne a meno – raccontava Caso – ma i miei amici mi spingevano ad accettare affinché, di nascosto, lo passassi a loro per versarne il contenuto in una bottiglietta infilata nella cinta dei pantaloni e munita di un minuscolo imbuto. Alla fine dei giri ne veniva fuori un miscuglio davvero incredibile, ma data la povertà di quei tempi non sin andava troppo per il sottile”. L’ultimo servizio della serata veniva effettuato alle ventidue: un’impresa, per la stanchezza e soprattutto i bicchierini di rosolio. “Ma bisognava mettercela tutta per evitare le stecche –continuava il racconto – e meritare così l’invito a cena a base di pesce e frutti di mare che, a conclusione del giro, era offerta a turno dalle famiglie. Entro mezzanotte si doveva far rientro a casa.

Le strade erano pressocchè al buio, a parte qualche luce fioca agli angoli delle strade. Però si camminava tranquilli, senza pericolo di essere importunati. Spesso ci imbattevamo nella milizia fascista che, dopo averci benevolmente preso in giro, ci augurava la buonanotte. L’indomani ci saremmo alzati presto per recarci al lavoro, portandoci appresso lo strumento, pronti per un altro giro nel pomeriggio”.Dopo la festività dell’8 dicembre, il gruppetto di musicanti era daccapo all’opera per la Novena a Gesù Bambino, che iniziava il 16 dicembre, da effettuarsi davanti ai monumentali presepi, tali da occupare quasi l’intera stanza, o alle statuine del Bambinello. Identiche erano le modalità, solo che al posto de “O Concetta Immacolata” il coro dei bambini eseguiva “Dalle celesti sfere”, un popolarissimo canto tarantino dedicato a Gesù Bambi

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