25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Settembre 2021 alle 07:15:05

Cronaca News

La storia di una imprenditrice tarantina bloccata da 35 giorni per il Covid-19

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Ritardi e difficoltà per l’effettuazione dei tamponi Covid-19. È ciò che emerge leggendo le tantissime segnalazioni che Casartigiani Taranto sta ricevendo in questi giorni da parte dei suoi associati. L’ultima, in ordine di tempo, è quella di una imprenditrice tarantina, “prigioniera in casa da oltre un mese” dice Casartigiani.

“Lo scorso 2 novembre con la comparsa di alcuni sintomi, quali febbre alta, bruciore di gola e tosse mi sono rivolta al mio medico di base per informarlo. In seguito alla sua segnalazione alla Asl, sono rimasta in attesa di sottopormi al tampone domiciliare, come previsto da protocollo. Dopo le prime due settimane però, non ho ricevuto nessuna comunicazione dall’Asl di Taranto. Intanto, nei giorni successivi ho perso anche l’olfatto e il gusto. Preoccupata per le mie condizioni di salute, ho informato nuovamente il mio medico. Dopo svariati solleciti e in seguito all’invio di una Pec al dipartimento di prevenzione, non mi è stata data alcuna risposta. A quel punto, in data 23 novembre, ho contattato i Carabinieri, che raccogliendo la mia richiesta, mi hanno messo in contatto con gli operatori del 118. Questi ultimi, non potendomi aiutare, mi hanno fornito un numero di telefono a cui chiedere informazioni. Finalmente, dopo vari tentativi, un operatore dell’Usca mi ha dedicato attenzione. Ho così scoperto che la segnalazione fatta dal mio medico non era mai stata presa in carico e che con la mia telefonata se volevo, potevo autodenunciarmi per potermi sottoporre al tampone non prima di ulteriori sette giorni.

Disperata, ho quindi inviato una nuova Pec di diffida per l’immediato intervento e solo così sono riuscita a fare il tampone il giorno seguente nel primo pomeriggio del 24 novembre presso il drive-in in Via Ancona. In quel momento ho pensato che dopo 22 giorni di ansia e preoccupazione, se l’esito del tampone fosse stato negativo, nel giro di massimo 2 giorni, sarei finalmente tornata a lavoro. Invece non è stato così, perché collegandomi alla pagina web dedicata per conoscerne il risultato, il codice esame risultava errato. A quel punto, il 26 novembre ho inviato una nuova Pec al Dirigente del Dipartimento di Prevenzione Dott. Michele Conversano e all’assistenza del portale della Regione Puglia rappresentando la problematica.

Al 7 dicembre 2020 non ho ricevuto alcun riscontro e mi trovo in casa da 35 giorni senza poter lavorare, in grande difficoltà e senza copertura economica perché lavoratrice autonoma”. Sono numerose le testimonianze come queste giunte a Casartigiani Taranto da parte di titolari e amministratori di imprese, obbligati per diverse settimane o addirittura mesi interi, a stare a casa in attesa di eseguire il test, dice l’associazione.

Nel frattempo le aziende restano chiuse, dunque al pesante disagio psicofisico si aggiunge un aggravio economico da non sottovalutare. «Voglio ricordare infatti che l’attività artigiana è svolta direttamente dal titolare d’impresa e per tale motivo con l’interruzione vi è il blocco produttivo della stessa. – fa presente il segretario provinciale Stefano Castronuovo – Questa è un ingiustizia che penalizza la categoria. Gli artigiani costretti all’isolamento fiduciario o positivi al Covid-19 non hanno nessuna tutela economica e sociale». Alla luce della poca chiarezza sui tempi e le modalità di quarantena, Casartigiani si rivolge al Presidente della Regione Puglia Mi chele Emiliano, all’assessore regionale alla Salute Pier Luigi Lopalco e al direttore generale dell’Asl Stefano Rossi per chiedere chiarimenti in merito alle procedure relative ai protocolli adottati.

Agli Amministratori dei rispettivi Enti, sollecita invece una discussione urgente su eventuali azioni e strumenti utili a tutela della categoria, come ad esempio, ipotizza Castronuovo, «l’istituzione di un bando di welfare per l’indennizzo delle giornate di quarantena. Occorre risolvere una situazione insostenibile, che vede coinvolte decine di persone – conclude – impossibilitate a riprendere le proprie attività lavorative e professionali».

IL NODO SCUOLE
Riaprire le scuole in presenza il 7 gennaio rischia di alimentare una terza ondata che sarebbe peggiore delle altre, principalmente per la concomitanza con le influenze stagionali e per lo stress delle strutture e del personale sanitario. A lanciare l’allarme è l’Unsic, organizzazione datoriale con oltre tremila uffici in tutta Italia, che ha redatto un articolato dossier con tutti i dati disponibili e le relative fonti. I numeri, dice l’Unsic, confermano il rilevante apporto delle scuole, probabilmente causato da ciò che vi ruota attorno (trasporti, assembramenti all’entrata e all’uscita, ecc.), situazioni che non potranno ovviamente essere risolte in pochi giorni. Gli ultimi numeri, altamente emblematici, li ha diffusi la rivista Wired, reperendoli direttamente dal ministero dell’Istruzione attraverso un’istanza di accesso generalizzato (Foia). Al 31 ottobre 2020, si legge sul sito di Wired, risultano 64.980 casi di SarsCov-2 nella popolazione scolastica di elementari, medie e superiori.

Grazie all’indicatore attivato dalla stessa rivista, emerge che quasi tutte le regioni italiane hanno registrato molti più contagi a scuola rispetto agli altri ambienti.Analoghe risultanze con i dati dell’Istituto superiore di sanità: al 25 agosto 2020 risultavano 9.544 contagiati nella fascia 0-19 anni, diventati ben 102.419 al 7 novembre, con una crescita da due a cinque volte di più rispetto alle altre fasce di età, come ha calcolato il quotidiano Il Tempo. Dopo la chiusura delle scuole superiori con il Dpcm del 6 novembre 2020, quando è stata applicata la didattica a distanza, la fascia scolastica che era in testa alla classifica è scesa al quinto posto. Se in precedenza i contagi della fascia scolastica erano cresciuti di dieci volte, dalla chiusura in poi sono saliti solo del 45,69 per cento.

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