14 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 14 Aprile 2021 alle 15:33:27

foto di Concattedrale di Taranto: la rinascita
Concattedrale di Taranto: la rinascita

“È lì da cinquant’anni e solo ora te ne sei accorto?”. La battuta sagace in perfetto tarantino (risparmiamo la trascrizione dialettale per evitare orrori ortografici che farebbero sobbalzare i puristi del dialetto) fotografa meglio di qualsiasi analisi sociologica il controverso rapporto di Taranto con la Concattedrale di Gio Ponti.

L’impertinente tarantino che stazionava compiaciuto nel piazzale delle vasche tornate finalmente a splendere, con quelle poche parole pronunciate in impeccabili dialetto e cadenza nostrani, ha fulminato nel giorno dell’Immacolata l’occasionale passante, tarantino pure lui, che con espressione di meraviglia osservava quello che lo stesso Gio Ponti considerava il suo capolavoro. Una ironia tanto perfida quanto schietta per sottolineare quanto i tarantini non si siano accorti della grandezza della Concattedrale in questi suoi primi cinquant’anni. Considerata una delle opere architettoniche al mondo più importanti del Novecento, la chiesa progettata dall’architetto milanese su commissione dell’allora arcivescovo Guglielmo Motolese, è stata in questi decenni attraversata dall’indifferenza di gran parte della città, che le scorreva accanto ignorandola, magari percorrendo a scorrimento veloce viale Magna Grecia o incontrandosela di fronte salendo da via Dante.

È rimasta per cinquant’anni lì, come un oggetto alieno, estraneo e incompreso, sicuramente molto lontana da quell’idea di centro spirituale e di vita operosa, simbolo di progresso civile, che Ponti e Motolese avevano immaginato. Il «genio» di Ponti e il «cuore» di Motolese, come ha giustamente osservato monsignor Filippo Santoro la sera del 6 dicembre, quando con il sindaco Rinaldo Melucci ha riacceso la magnifica vela e restituito acqua e vitalità alle vasche, quel mare metaforico di luce e speranza verso il quale la Concattedrale finora non è mai riuscita a salpare come avrebbe meritato. Sarebbe sin troppo facile ricordare come quelle vasche nel corso della loro tribolata storia siano state trasformate persino in un parcheggio, immortalato da una trafiggente fotografia di Uliano Lucas, giusto per sottolineare quanto scarso apprezzamento ci sia stato nei confronti di quest’opera d’arte. Addirittura furono coperte proprio in occasione della visita di un papa, Giovanni Paolo II, per gestire meglio la folla che avrebbe invaso il sagrato della chiesa.

Un po’ come se si decidesse di demolire l’obelisco di Piazza San Pietro per consentire una più comoda distribuzione dei fedeli all’Angelus del Santo Padre. E quanto una certa rozzezza politico-amministrativa abbia prevalso sulla capacità di valorizzare arte e cultura è testimoniato anche da come sia stato gettato nel cestino il piano urbanistico che lo stesso Gio Ponti aveva immaginato per quell’area: scuole, teatro, biblioteca, opere sociali, abitazioni e verde, tanto verde, tutto in armonia con lo stile della sua Concattedrale. Avremmo avuto un quartiereopera d’arte unico al mondo. Abbiamo invece un capolavoro circondato dal grigio soffocante di asfalto e cemento. Non c’è da offendersi se poi il Financial Times, nel celebrare in questi giorni Gio Ponti e la sua Concattedrale, abbia definito Taranto con appellativi dei quali non si può andare certo orgogliosi.

Questo per dire come anche a livello istituzionale non ci sia stata adeguata consapevolezza del valore di quest’opera. Persino nelle più recenti guide turistiche locali la Concattedrale è assente. Diciamo la verità: la Concattedrale è avanti. È culturalmente avanti. Il progetto avveniristico di Gio Ponti e la felice intuizione di Guglielmo Motolese erano forse troppo proiettati più in là rispetto ai confini culturali nei quali la città è vissuta in questi decenni. Ha detto bene monsignor Santoro l’altra sera: questa sembra un’opera realizzata ora, tanto è attuale e contemporanea. In larga parte i tarantini non ne hanno compreso valore e significato ed è mancato in questi anni anche un percorso, per così dire, didattico-istituzionale per farne comprendere l’importanza.

La Concattedrale trascurata è in fondo la metafora di una città disillusa. Costruita negli anni della grande espansione e della ingovernata ricchezza prodotta dall’industrializzazione, la Concattedrale – insieme alla Bestat e al ponte Punta Penna Pizzone – a quel tempo era il simbolo architettonico di una città proiettata nel futuro a velocità pazzesca. La stessa spinta edificatoria in quella zona, frutto delle pressioni palazzinare dell’epoca, è la controversa immagine di una Taranto che viaggiava a ritmi vertiginosi. Svanita l’illusione di una Taranto a dimensione europea, la Concattedrale è rimasta ai margini di una città che negli anni ha smarrito ogni identità e che ha sostituito una auspicabile vivacità intellettuale da alimentare intorno all’arte espressa da Gio Ponti con una banalissima e mortificante dicotomia tra i “mi piace” e i “non mi piace”, come se di fronte ad un quadro di Picasso ci si potesse limitare alle espressioni di gusto personale senza riconoscerne il valore intrinseco. Stesso destino che purtroppo accomuna un’altra notevole testimonianza dell’arte del Novecento: la Piazza Fontana di Nicola Carrino. Altra opera che meriterebbe di essere valorizzata e “spiegata”.

Il ritrovato entusiasmo che finalmente registriamo intorno alla Concattedrale lascia però significativi margini di speranza. I tarantini la stanno finalmente riscoprendo: l’attenzione internazionale che le viene riservata e l’impegno istituzionale a valorizzarla possono rappresentare una importante leva verso una irrinunciabile inversione di tendenza. L’azione politica resta fondamentale in questa prospettiva per superare la difficoltà a comprendere come l’arte e la cultura siano strumenti fondamentali per la crescita civile di una comunità. Per restare nel solco della metafora sullo scempio subito dalla Concattedrale, fino a ieri una politica miope ha sposato l’opzioneparcheggio, forse perché immediatamente più conveniente. Oggi quel paradigma va ribaltato: non un parcheggio per coprire l’arte, ma l’arte in luogo del parcheggio dove stazionano inciviltà e arretratezza. Il candore liberatorio della Concattedrale prevalga finalmente sul grigiore che l’ha imprigionata in questi anni. È una metafora anche questa.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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