11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 08:07:16

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Tutti i nodi dell’Ilva elettrica e di Stato. L’intervista ad Antonio Gozzi


L'ex Ilva ora ArcelorMittal

L’accordo tra Governo e Mittal «consente di riprendere un cammino per ridare prospettiva al siderurgico più importante d’Europa». Lo ha dichiarato Antonio Gozzi, presidente di Duferco e già al vertice di Federacciai, in una intervista al Secolo XIX. A parere di Gozzi, la partecipazione dello Stato nell’azienda siderurgica è giustificata dalle difficoltà incontrate anche da Arcelor Mittal a «rilanciare in modo ecosostenibile la siderurgia di Taranto».

L’imprenditore afferma inoltre che la presenza dello Stato «serva ad ottenere il consenso che sinora è mancato, senza il quale sarà impossibile rilanciare l’Ilva». Gozzi invita comunque «non farsi illusioni» sulla presenza della Stato rispetto ai limiti dell’Unione Europea, perché finito il Covid, si tornerà alle vecchie regole. «Sia chiaro – dice Gozzi – la presenza pubblica non è vietata, Francia e Germania lo dimostrano, ma deve essere ispirata a criteri di efficienza e mercato».

Ma come immagina Gozzi il futuro della nuova Ilva di Stato? «Servono professionalità e competenze dello spirito originario dell’Iri». Un monito, quindi, rispetto alla «degenerazione» prodotta dall’assistenzialismo diffuso dalla industria di Stato. Di qui l’invito a «ragionare sulle competenze», per evitare che a gestire il nuovo progetto sia il socio privato di minoranza. Gozzi mostra una certa preoccupazione e pone un serio interrogativo rispetto allo sdoppiamento della direzione commerciale di Arcelor Mittal, visto che ne è stata creata una nuova e autonoma per Arcelor Mittal Italia: «Se fossi Arcuri mi preoccuperei molto di governare eventuali conflitti di interesse: l’ex Ilva si troverà a competere anche sul mercato italiano con la struttura commerciale di Arcelor Mittal».

E veniamo agli aspetti tecnici. Il presidente di Duferco esalta il revamping dell’Afo 5 previsto dal piano del governo, ma frena l’ottimismo sull’utilizzo dei forni elettrici, soprattutto pewrché non viene spiegato come saranno alimentati: «Ormai il 70-80% della siderurgia italiana è al Nord e funziona a rottame, materiale già scarso. Una domanda aggiuntiva di rottame da parte di Taranto rappresenterebbe una perturbazione gravissima per gli elettrosiderurgici del Nord che già pagano il rottame 10-20 euro a tonnellata in più rispetto al resto d’Europa». Scetticismo c’è anche rispetto all’uso del preridotto, perché quegli impianti esistono «dove il prezzo del gas è bassissimo». «Questi temi – avverte Gozzi – non si affrontano con gli slogan». Gozzi «cerca di comprendere» le preoccupazioni di enti locali e parti di città che chiedono la chiusura dell’area a caldo, nella convinzione che l’uso delle migliori tecnologie può consentire di dominare l’impatto ambientale, ricordando che paesi come Francia, Germania, Olanda e Belgio lo hanno già fatto.

Citazione per la genovese Paul Wurth che sta lavorando sulla decarbonizzazione sul totale controllo delle cokerie. Mentre anche Gozzi è certo che la chiusura dell’area a caldo significa la chiusura dello stabilimento: «Trasformare Taranto n un rilaminatore che lavora bramme acquistate all’esterno è pura illusione», perché si perderebbe «totalmente il controllo del costo dei semiprodotti». Infine, uno stabilimento solo con forni elettrici richiederebbe, secondo l’analisi di Gozzi, 4 milioni di tonnellate di rottame, oltre a richiedere ulteriori investimenti per un pellettizzatore.

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