23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 13:48:00

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Il dopo pandemia, colmare il divario tra Nord e Sud

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Una industria

Un’occasione da non perdere! Dai documenti in circolazione (il Documento di Politica di Bilancio del Governo, per il 2021-2023; Il Piano SUD 2030 dal Ministro per il Sud; Il Rapporto SVIMEZ 2020 su economia e Società nel Mezzogiorno), si ricava netta la sensazione che la Crisi da Covid19 rappresenti, un’occasione unica per riaprire la questione del Divario tra Nord e Sud soprattutto perché, questa volta, sarebbe una scelta condivisa e non osteggiata dall’Unione Europea.

Questa volta, sarebbe l’Europa a finanziare, un “Nuovo Intervento Straordinartio”, sempreché l’Italia si decida seriamente ad affrontare il problema del Divario. Solo che nessuno, finora, s’è posto il problema, né da parte della Maggioranza di Governo, e tanto meno dall’Opposizione. L’unica voce di rilievo, è stata quella di Claudio Signorile, che ha fatto un appello alle Regioni del Mezzogiorno per Federarsi ed affrontare insieme i problemi di fondo del futuro di quest’area del Paese. Una voce isolata, anche se autorevole, non basta! Se le vicende della politica lo consentiranno, il Recovery Fund, potrà riaccendere il motore dello sviluppo del Mezzogiorno. Certo, è vero che, su questo tema, il rischio di rottura, non è avvertito come un pericolo da tutti! Anzi, ci sono forze politiche, come la Lega, dichiaratamente ostili al Mezzogiorno, che considerano addirittura un obiettivo da perseguire, quello della divisione del Paese, separando l’Area forte, da quella debole.

Ma il progetto Leghista, non tiene conto che, un Paese come l’Italia, ridotto nei confini della Padania, sarà in Europa, quello che il Mezzogiorno è stato finora in Italia. Senza disegnare scenari fantasiosi, è sufficiente scorrere la graduatoria delle regioni Europee, classificate in base al reddito pro-capite, per capire cosa stia accadendo in casa nostra. Il Divario che grava sul Mezzogiorno investe l’intero Paese. Il progressivo disinvestimento al Sud, ha finito con indebolire anche il Nord, che indietreggia in Europa, come si rileva dalla graduatoria delle regioni europee, stilata in base al reddito pro capite. Già dal 2000 al 2018: – la Lombardia, passa dal 17° posto del 2000 al 44° nel 2018; – l’Emilia Romagna, passa dal 25° posto del 2000 al 55° nel 2018; – il Veneto passa dal 36° posto del 2000 al 74° nel 2018; – Il Piemonte passa dal 40° posto del 2000 al 97° nel 2018. (Fonte SVIMEZ – Rapporto 2020)

Questo, vuol dire che il ritardo di sviluppo delle regioni meridionali, ha un costo enorme per l’intero Paese, e grava sul Prodotto interno Lordo, come grava il costo del Debito pubblico. Ed ancora, quando si uscirà dalla crisi della Pandemia, questa situazione di arretramento dell’Area forte, a cominciare, proprio dalla Lombardia, risulterà ulteriormente aggravata. È questo, dunque, il momento di investire nel Mezzogiorno perché è nel Mezzogiorno che occorre creare lavoro, e siamo dell’avviso che per creare lavoro, occorra rivedere le Regole e gli Strumenti che ne governano il Mercato. Rivedere le regole e gli strumenti, significa mettere mano ad una Riforma del Mercato del Lavoro, che andava fatta già nel 2003, quando, le Leggi Treu e Biagi, cambiarono il ruolo dello Stato nel Mercato del lavoro. E bisogna partire dalla Riforma del Lavoro, perché in essa, si ritrovano quasi tutti gli altri problemi irrisolti della società italiana. Tutte le condizioni di contesto, che frenano la crescita del Paese, trovano, nel Mercato del Lavoro, il loro punto di caduta. Il lavoro nasce e si radica, solo dove trova un ambiente favorevole; e, un ambiente favorevole, si crea solo se l’impresa, trova un quadro normativo chiaro e snello, a livello nazionale, ed assistenza e supporto, a livello locale. Non è quindi con i bonus, i divieti di licenziamento, gli incentivi alle assunzioni, che può essere seriamente affrontato il problema, ma intervenendo sulle condizioni che rendono impraticabile, oggi, il Mercato del lavoro nel nostro Paese.

Gli Obiettivi
Con le riforme, Treu-Biagi, tra il ’97 e il 2003, siamo passati dal Monopolio pubblico, alla liberalizzazione del mercato, senza aver regolamentato, in alcun modo, la transizione, da un regime all’altro; si sapeva quello a cui si rinunciava, ma non si sapeva a cosa si andava incontro. Si cambiavano le vecchie regole con le nuove, ma si lasciava immutata la vecchia organizzazione ministeriale, del tutto impreparata a gestire il nuovo mercato del lavoro. Da allora, il nuovo sistema ha funzionato a “scartamento ridotto”, e tutti gli interventi di riforma che si sono succeduti, fino al Jobs-act del 2015, non hanno mai rimesso in discussione il vecchio impianto organizzativo del Ministero. Il risultato è, che abbiamo viaggiato con una macchina d’epoca su una pista di formula 1.

Oggi, il mercato, è un “insieme ibrido”, all’interno del quale, operano, in forma scoordinata, strutture pubbliche e imprese private, ognuna delle quali, fa ciò che sa fare, ma tutte insieme, non fanno ciò che occorre al Mercato. Innanzi tutto ci sono le convergenze istituzionali che vanno riviste e strutturate. Non si può parlare di Lavoro, se non si pensa all’intreccio di competenze che legano il Ministero del Lavoro al Ministero dell’Istruzione (Miur) ed a quello dello Sviluppo economico (Mise). Non è pensabile, che le crisi industriali, i problemi delle delocalizzazioni delle imprese, gli Accordi di riconversione produttiva dei grandi complessi industriali, siano gestiti, senza il coinvolgimento del Ministero del Lavoro. Così come, non è pensabile che la qualità ed il livello dell’istruzione possano prescindere dalle trasformazioni e dai fabbisogni della struttura produttiva del Paese. Lo scollamento che caratterizza, oggi, il mondo della scuola e quello del lavoro è fra i principali obiettivi che devono essere affrontati e risolti, con protocolli congiunti e strutture orizzontali, che ne consentano la convergenza su piani di interesse comune.

Occorre, quindi, un nuovo e più strutturato rapporto con i Ministeri di Area, (MIUR e MISE) per entrare nel cuore della Riforma.

Gli Strumenti
Oggi, al centro del sistema, c’è l’Anpal (Agenzia Nazionale per Politiche attive del lavoro) emanazione del Ministero del Lavoro; una struttura, nata male ed ancora oggi, in cerca di un ruolo, che ne giustifichi l’esistenza. L’ANPAL è nata, 4 anni fa, con il Jobs-act, quando la voglia rottamatrice del Governo di allora, non cancellò solo l’art.18, ma molte altre strutture legate alla vecchia Organizzazione del mondo del lavoro: Cnel, Isfol, Italia Lavoro, Itainvest, etc. Dopo il fiasco del Referendum, i vecchi Enti, hanno ripreso le loro funzioni. Fra questi, Italia Lavoro, confluita in Anpal Servizi, società interamente partecipata da Anpal SpA (Legge 11 dicembre 2016, n. 23).

L’Anpal, come Agenzia del Ministero, è nata senza compiti, senza sede e senza personale. All’inizio, venne ospitata nella sede del vecchio Isfol; e si dotò di personale prestato dallo stesso Isfol e dal Ministero del Lavoro. In quelle condizioni, avrebbe dovuto provvedere a regolare, da subito, il nuovo Mercato del Lavoro, operando sotto la vigilanza del Ministero. Ministero che, a sua volta, con tutte le sue articolazioni territoriali (UfficiIspettorati e Cpi) doveva operare di concerto con le Regioni, diventate negli anni, punto di riferimento in materia di Formazione Professionale, e di gestione dei Fondi Europei (FSE ed il FESR). In questo caotico contesto, con Anpal, è nata la prima Agenzia nazionale del Ministero del Lavoro. Una struttura, di cui si era cominciato a parlare sul finire degli anni ’90, in concomitanza con l’apertura del Mercato ai privati, realizzata con la riforma TreuBiagi.

Allora, con il Ministro De Michelis, si posero le basi per una rete di Agenzie regionali del Lavoro, che nacquero dopo la sperimentazione fatta con la prima Agenzia in Campania, nata a seguito del Terremoto dell’80, in Irpinia. Quel disegno avrebbe dovuto dotare il Ministero della necessaria strumentazione politica ed organizzativa, per svolgere i nuovi compiti previsti dal Primo Piano decennale del lavoro, varato nel nostro Paese. Quel progetto, che mirava a riservare alla mano pubblica, una presenza significativa sul mercato del lavoro liberalizzato dalla Riforma, fu avviato con la costituzione delle Agenzie regionali, in tutte le Regioni, ma rimase acefalo, perché non si concluse con il varo dell’Agenzia nazionale. Con il cambio di guardia al Ministero, cambiarono anche le prospettive di quella politica e le Agenzie regionali, finirono col passare dallo Stato alle Regioni (legge 15 marzo 1997, n. 59,).

Il Ministero, rimase con le sue vecchie competenze e le sue vecchie strutture, mentre il mercato si apriva alle Agenzie del lavoro private. Il risultato, lo conosciamo: una progressiva marginalizzazione del pubblico, ed una crescita rapida e disordinata del privato. Dopo, che il mercato e le imprese si sono assestate spontaneamente, il Ministero si è dotato, con l’Anpal, di un’Agenzia nazionale del Lavoro a cui ha assegnato (si fa per dire) compiti di politica attiva del lavoro, unitamente al controllo e certificazione delle Agenzie private (ApL) che svolgono attività di formazione ed intermediazione sul mercato del lavoro. I compiti di Politica attiva del lavoro dell’Anpal, altri non sono che quelli svolti dalla vecchia rete dei 500 Centri per l’impiego (CPI) ed 8 mila dipendenti, che hanno da sempre svolto “servizi di carattere prevalentemente “informativo e consulenziale”. (Fonte: 1°Rapporto Annuale ANPAL, regioni e province autonome-2017) Dunque, anche in assenza di una struttura pubblica di coordinamento, le Agenzie private del lavoro (ApL) sono riuscite a fornire un servizio reale alle imprese, fornendo loro la forza lavoro “formata e qualificata” di cui, esse, avevano bisogno.

L’apertura del Mercato ai privati, con tutti i suoi limiti, legati alla crescita disordinata di strutture ed enti, come i 21 Fondi interprofessionali o la presenza di 80 Società di “lavoro intermediato”, non ha impedito a questo sistema di crescere ed affermarsi come una risorsa reale di cui il sistema produttivo avvertiva il bisogno. Da questo sistema, però, restano fuori i lavoratori espulsi dalle imprese, (Cassintegrati, Lavoratori in mobilità, etc.) che entrano nei circuiti dell’Assistenza, ma restano tagliati fuori dai programmi di reinserimento nel mondo produttivo, come se fossero diversi dai disoccupati tradizionali in cerca di prima occupazione. Il sistema, che oggi regola il Mercato del Lavoro, non dispone di una struttura dedicata, né pubblica né privata, che se ne faccia carico. Eppure su una popolazione in età da lavoro (15-64 anni) di 40 milioni di persone, che conta 23 milioni di occupati e 3 milioni di Disoccupati, i Cassintegrati sarebbero arrivati ad essere ben 7 milioni di unità. La vecchia soluzione del sostegno alla disoccupazione, con l’assegno mensile ai disoccupati (NASPI) e l’indennità ai cassintegrati (CIG), attutisce certamente il disagio della perdita di lavoro, fungendo da ammortizzatore sociale, ma, nello stesso tempo, scoraggia le iniziative che si devono attivare per il reimpiego di quella forza lavoro.

Una Agenzia del Lavoro – Formazione Professionale
A questo punto, il Ministero del lavoro, dovrebbe decidere, se e come, farsene carico. La struttura idonea, almeno sulla carta c’è ed è l’Anpal, che da Ente di certificazione dovrebbe diventare Ente di Gestione del bacino di lavoratori in regime di sospensione o interruzione del rapporto lavorativo con l’Azienda di provenienza. La proposta consentirebbe di dare risposta al problema del riutilizzo di circa 7 milioni di persone, distribuiti sull’intero territorio nazionale. Una Agenzia pubblica del Lavoro e della Formazione, chiamata a svolgere compiti di gestione della manodopera espulsa dal sistema produttivo, sarebbe l’unica vera risposta che si può dare alle trasformazioni che investiranno in misura ancora maggiore il sistema produttivo dei prossimi anni.

Una struttura imprenditoriale in grado non solo di amministrare la forza lavoro espulsa, ma di governare i processi che dovranno consentirne il reimpiego: dalla intermediazione pubblica della manodopera, presso le imprese pubbliche o private, allo svolgimento di lavori pubblici di ordinaria o straordinaria manutenzione, gestiti in proprio o in collaborazione con altri organismi dello Stato. L’operazione avrebbe l’effetto di introdurre una impresa pubblica, nel circuito dell’intermediazione di manodopera, e, nello stesso tempo, avrebbe l’effetto di intercettare i flussi di finanziamento di cui ha sempre beneficiato il mercato del lavoro nero e quello del doppio lavoro, riciclando competenze ed esperienze lavorative a beneficio di quelle imprese che soffrono proprio la carenza di manodopera qualificata. Accanto al tema della Gestione dei Cassintegrati, l’Anpal, dovrebbe farsi naturalmente carico anche dell’attività formativa, avvalendosi dei Fondi comunitari in particolare del FSE e di quelli messi a disposizione per la coesione sociale e territoriale.

Si colmerebbe così, un’esigenza, fortemente avvertita come quella di un Ente Nazionale per la Formazione, con una sua articolazione a livello regionale, in grado di assicurare livelli qualitativi minimi, a cui tutti i Centri di Formazione privati, dovrebbero potersi uniformarsi. Una Proposta impegnativa, affidata alla discussione generale, nella speranza che possa trovare un varco nel muro d’indifferenza, eretto nel corso di questi anni, intorno ai problemi del lavoro e dello sviluppo del Mezzogiorno.

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