27 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Luglio 2021 alle 07:35:00

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Il ruolo chiave di formazione e buona scuola

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I l Mezzogiorno federato è un disegno strategico realizzabile, che deve puntare a mettere in rete dimensioni fisiche e intellettive oggi separate da un localismo asfittico, lagnoso e acclaratamente perdente. Alla sua tracciatura dovranno di certo concorrere le Istituzioni nazionali e locali, ma alla sua traduzione in atti e fatti dovranno impegnarsi in prima persona i cittadini e le cittadine meridionali, trasformando il loro spirito comunitario in vero e proprio capitale sociale. La differenza non è poca, perché il primo è un retaggio storico prodotto da un millennio di centralismo e avvicendamento dei governanti della più varia estrazione e ha stimolato dipendenza dal potere, familismo, omertà; il secondo è la somma di responsabilità individuale, impegno collettivo, fiducia reciproca, forte identificazione con la ricerca costante del bene comune.

Da queste elementari premesse discende che lo Stato democratico deve rigenerarsi nel modello organizzativo e in quello operativo. Il che comporta che deve riprendere e realizzare i grandi progetti infrastrutturali rimasti nei cassetti da decenni per avvicinare l’area meridionale del Paese a quella nordica e agli altri Paesi europei; il ricorso alla ricetta keynesiana è indispensabile come antidoto alla regressione economica indotta dalla pandemia. Non basta, però, perché oggi e non in un ipotetico domani dobbiamo costruire le condizioni per una rinascita che sia in discontinuità con quel contesto economico, sociale, civile precedente al Corona-virus, che sommava ritardo economico, disoccupazione, deresponsabilizzazione, corruzione e assistenzialismo; quest’ultimo idealizzato e addirittura sbandierato, ben prima dell’epidemia, come pozione miracolosa per l’abolizione della miseria dal balcone di palazzo Chigi dall’allora vice presidente del Consiglio dei Ministri e pluriministro, oggi Ministro degli esteri.

Il rischio che oggi si corre è che tra ristori, pur necessari, e altre misure emergenziali, si trascuri di delineare un progetto per il futuro; il primo tentativo compiuto su impulso del governo, il rapporto della commissione Colao “Iniziative per il rilancio Italia 2020-2022” del giugno scorso ha avuto l’attenzione dello spazio di un mattino da parte dei governanti, del Parlamento e, inevitabilmente, della intera popolazione. In quel rapporto c’è un capitolo dedicato a “Istruzione, Ricerca e Competenze, fattori chiave per lo sviluppo”. Su questi fattori chiave ci dovrebbe essere quanto meno l’avvio di una riflessione a largo spettro che coinvolga non solo i funzionari ministeriali, ma studiosi di varie discipline, studenti e, perché no, anche imprenditori di diversi settori per costruire un sistema scolastico che favorisca lo sviluppo in qualunque ramo del sapere, del saper fare e del fare una forte attitudine allo spirito critico, l’unico ingrediente idoneo a far fronte al continuo divenire proprio della IV rivoluzione industriale.

“I lockdown – ha scritto su Il Mattino il prof. Giorgio Ventre, direttore del dipartimento di ingegneria elettrica e tecnologie dell’informazione della Federico II – …ci stanno facendo capire che la nostra scuola, ossia l’istituzione che forma e prepara i cittadini del futuro e che come tale dovrebbe essere costantemente al centro dell’attenzione politica, è soggetta ad una crisi forte ed estesa che dal virus è stata solo evidenziata”. Ventre è l’animatore di quella straordinaria esperienza innovativa che è la Developer Academy, partnership tra l’Università Federico II e la Apple, che, nel campus di San Giovanni a Teduccio, negli spazi recuperati dei dismessi stabilimenti Cirio, in tre anni ha ospitato 1000 developers e enterpreneurs (sviluppatori e giovani imprenditori) provenienti, oltre che dall’Italia, da Germania, Olanda, Messico e Turchia, tutti beneficiari di borse di studio messe a disposizione dalla Apple e dalla Regione Campania con fondi europei.

Nello stesso articolo che ho citato innanzi il prof. Ventre ha affermato: “Sarebbe ora che si cominciasse a pensare a una scuola davvero nuova, ad un modo nuovo di creare cultura e competenze, in tutti i gradi del sistema formativo. Sarebbe ora di cominciare a ragionare seriamente sul cosa insegnare oggi, ma soprattutto sul come. Ed investire risorse affinché questo nuovo modello educativo possa essere applicato in tutto il Paese. Rendendo così onore all’impegno dei tanti docenti che ogni giorno cercano di compensare questi problemi con il loro entusiasmo e la loro iniziativa”. Sarebbe bello che dal Mezzogiorno, proprio nel momento più critico delle sue traversie sanitarie ed economiche, venisse forte la spinta civica a tradurre queste considerazioni in una vera e propria piattaforma rivendicativa, senza il cui successo non ci sarà la crescita dell’economia reale e neanche le tante volte rivendicata valorizzazione dei cosiddetti giacimenti culturali e ambientali. È anche molto improbabile che un Mezzogiorno debole sul piano delle vecchie e soprattutto delle nuove competenze possa ambire a una funzione di finalizzazione virtuosa del suo posizionamento geografico nel cuore del Mediterraneo.

Che competa al nostro Paese un forte impegno all’integrazione tra il Nord e il Sud del mondo è un dato di fatto, che il Mezzogiorno debba ricoprire un ruolo primario nella realizzazione del processo è altrettanto scontato; meno scontato è che l’Europa abbia le sensibilità politiche e le risorse economiche per creare interdipendenza virtuosa con il Continente africano. Forse un’Italia che non abbia gli occhi puntati solo sulla propria pancia e sui propri piedi può esercitare un forte ruolo sollecitatore, facendo perno sul rinnovamento del capitale umano e sociale del Mezzogiorno, l’unica area del Paese che soffre meno il calo del tasso di natalità nazionale e dove si affollano tanti giovani migranti dalle più varie parti del mondo, il cui destino non deve necessariamente essere quello di divenire manovalanza in nero.

Un sistema scolastico che riprendesse il modello della Developer Academy dovrebbe trovare spazio anche nelle politiche europee al fine di evitare che verso il Sud del mondo si riattivino le politiche quasi sempre nebulose e rapinatorie del passato, praticate per un verso o per l’altro dai singoli Paesi del Vecchio Continente, e di contenere il neocolonialismo sorridente della Repubblica popolare cinese. In poche parole, è il Mezzogiorno federato che deve assumere come suo obiettivo primario quello della buona scuola, vale a dire la messa in opera delle migliori condizioni perché i giovani italiani del Sud o del Nord e anche i coetanei della sponda meridionale del Mediterraneo possano, innanzitutto, disporre di un contesto di insegnamento/apprendimento proattivo ed ugualitario e, nel medesimo tempo, possano avere il sostegno a riconoscere le proprie vocazioni e le opportunità per perseguirle, coltivando l’interesse per la cultura e imparando ad integrare l’apprendimento delle discipline umanistiche con quelle definite con l’acronimo STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica).

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