23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 21:06:00

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«Nè eroi, nè delinquenti», la Asl di Taranto respinge le accuse

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«Nè eroi, nè delinquenti», la Asl di Taranto

L’Asl Taranto è intervenuta tramite una conferenza stampa di chiarimento in merito alla gestione dei pazienti Covid ricoverati presso il Moscati, soprattutto alla luce delle ultime vicende mediatiche che hanno sollevato dubbi sulla umanizzazione e qualità delle cure. All’evento, tenutosi presso l’auditorium del Padiglione Vinci del Ss Annunziata, sono intervenuti il dr. Buccoliero, primario del reparto di Malattie Infettive, il dr. Cacciapaglia, direttore della Terapia Intensiva e Rianimazione, il dr. D’Alagni, direttore del reparto di Pneumologia, e il dr. Balzanelli, responsabile del 118, reduce da pochi giorni dal covid. Buccoliero ha sottolineato, dati alla mano, la differenza numerica di pazienti gestiti tra la prima fase iniziata nello scorso gennaio e la seconda ondata.

Una differenza notevole se si considera che, al 30 aprile, i dati confermavano meno di 300 casi in Asl Taranto: “numeri fortunati”, come erano stati definiti all’epoca, che portavano Taranto come ultima in Puglia per contagi. In questa seconda ondata, invece, i numeri sono stati impressionanti e fanno supporre che, nella provincia ionica vi sia popolazione più suscettibile al contagio, prima tutelata con le misure del lockdown. La stessa provincia riporta circa 1700 casi al 30 ottobre, circa 6700 casi al 30 novembre: in soli 30 giorni i sanitari hanno dovuto fronteggiare un aumento vertiginoso. Fondamentale è stato l’impegno della medicina territoriale, del 118, della direzione strategica che ha dovuto attivare velocemente posti letto in tutta la provincia: ad oggi, la rete ospedaliera è capace di dare immediatamente il massimo sostegno senza affanno.

“Siamo stati definiti eroi nella prima fase”, ha dichiarato con rammarico Buccoliero, no, non eravamo eroi, stavano svolgendo semplicemente il nostro lavoro in prima linea per salvare vita umane, perché di questa malattia si tende a morire. Adesso non siamo più “eroi”… Ma non siamo né ladri, né delinquenti”. Il primario di Malattie Infettive ha definito le accuse negli scorsi giorni come assolutamente ingenerose nei confronti degli operatori sanitari che lavorano e che mettono a repentaglio la propria vita, perché – lo ribadisce – di covid si muore: “Siamo in piena pandemia, è uno stato emergenziale. È necessario rafforzare l’alleanza tra sanitari e cittadini, alleanza che è stata la chiave del successo nella prima fase, anche perché il covid si sta avviando verso una fase endemica con dei picchi. Sapere che l’Asl Taranto è organizzata con una rete ospedaliera che funziona, che indirizza i pazienti nei reparti opportuni in base allo stato di gravità di accesso è importante e rassicurante. Dateci la possibilità di continuare a lavorare serenamente, perché siamo operatori sanitari ma anche cittadini-utenti dei servizi offerti”.

Sulla scia del dr. Buccoliero, ha proseguito il dr. D’Alagni, direttore di Pneumologia: “Mi preme rimarcare che l’impennata è avvenuta in un arco temporale molto ristretto: il carico assistenziale si è manifestato in un arco temporale estremamente ristretto. Sfido chiunque a far fronte a situazioni emergenziali di questa portata”, specifica D’Alagni, “I pazienti che arrivano al Moscati, nell’8- 10% dei casi, versano in condizioni estremamente gravi. Le terapie che abbiamo al momento sono quelle più in uso e condivise, seguiamo il protocollo aggiornato, ma non è comprovata assolutamente la loro efficacia. I farmaci utilizzati durante la precedente ondata attualmente non sono più in uso, in questi giorni abbiamo molto discusso dei farmaci da utilizzare”.

D’Alagni ha specificato, inoltre, che in molti dei pazienti il covid scatena una cascata infiammatoria dell’organismo senza precedenti, è un’aggressione multi-sistemica che danneggia non solo i polmoni, ma anche l’apparato circolatorio, urinario, il fegato. “Forse sono dati non piacevoli da ascoltare, però è la realtà. Non c’è una terapia specifica, quindi l’unica terapia che abbiamo è la prevenzione. Il messaggio fondamentale è la prevenzione, se avessimo le terapie forse non saremmo a questo punto anche di chiusura delle attività commerciali”. Tra gli interventi, il dr. Balzanelli, responsabile del 118, ha posto l’accento sulla “valanga umana” di pazienti che non respiravano soccorsi dal 118: “Rispetto alle immagini desolanti di file di ambulanze in attesa riportate dai media nazionali, come 118 su Taranto abbiamo gestito bene gli spazi che avevamo a disposizione in quel momento sul territorio, con dei posti letto tecnici”. Balzanelli specifica che la gestione dei pazienti in attesa delle rilevazioni delle strutture ospedaliere ha beneficiato di due aspetti: l’alta qualità dell’organizzazione degli spazi e la qualità delle cure offerte. Per i pazienti accolti in modalità di accettazione urgente, è sono stati predisposti dei posti letto tecnici nel noto auditorium del Moscati.

A dispetto di quanto riportato, non si è trattato di uno spazio improvvisato: vi sono stari realizzati degli accorgimenti appositi, un sistema di aerazione a pressione negativa, predisposti tubi per l’erogazione di ossigeno a 60 litri al minuto, predisposti ventilatori specifici per la respirazione. È stato approntato un sistema di 60 infermieri e 5 medici affinché fossero garantite per ogni paziente, sin da subito, le cure previste dai protocolli vigenti, compreso l’ossigeno calibrato. Balzanelli ha sottolineato la gestione multidisciplinare specialistica con il personale medico dei reparti covid coinvolti. La sinergia tra le unità operative ha permesso che ogni paziente fosse visitato sia nell’ottica del medico di emergenza sia nell’ottica della consulenza specialistica. La rilevazione dell’analisi emogas eseguita due volte al giorno ha consentito di tenere sotto controllo in modo preciso il livello di saturazione di ogni ricoverato.

“Abbiamo preso a cuore ogni paziente e non permettiamo a nessuno di essere dileggiati e vilipesi” ha affermato infine con decisione, “non si è mai vista in tutta Italia una tale irrispettosità dei sanitari, totalmente sconnessa con i fatti realmente accaduti e per i quali procederemo nelle sedi opportune, a tutela dei nostri operatori, con il materiale a nostra disposizione che smentisce quanto riportato da alcuni famigliari”.

LE PAROLE DEL DOTT. CEFALO
All’incontro con la stampa era presente anche Angelo Cefalo, il medico la cui frase “tra dieci minuti muori” è finita nell’occhio del ciclone nell’ambito delle polemiche sul Moscati. Una frase “male interpretata” ha voluto chiarire il dott. Cefalo. “Dovevo mettere comunque un pò di timore a questo signore che continuava a dire di no, rifiutandosi di indossare la maschera. Non è che dopo dieci minuti è morto. Gli ho detto così per rinforzare quella che era in quel momento la mia disperazione da medico emergentista”. Il paziente si sarebbe rifiutato di indossare la maschera Cpap. Nella stessa giornata l’anziano è deceduto e la figlia ha denunciato l’accaduto.

“Se un padre – ha detto il dottor Cefalo – vede suo figlio uscire di corsa dalla macchina e andare per strada, finché con calma gli dice di non scendere e di rimanere in macchina, il bambino è stato già investito. Il padre, invece, grida: stai qua, non uscire dalla macchina. Questo è stato l’urlo del dottor Cefalo nei confronti di una persona che in quel momento non voleva indossare quella maschera salvavita. Il paziente aveva una saturazione bassissima, una concentrazione di ossigeno al limite”. Non “è servito – ha aggiunto il medico – nemmeno chiamare l’anestesista per provare a convincerlo: lo specialista infatti gli ha parlato dei suoi nipoti e gli ha chiesto di sacrificarsi in quel momento, mettendo la maschera, proprio per poterli rivedere. Non c’è stato verso”. Il medico ha voluto sottolineare che “non è facile gestire, come ha detto il direttore della Pneumologia, il caso di un paziente che sta rispondendo male alle terapie e all’aggressione virale.

L’unica speranza che gli potevamo dare per tentare di salvargli la vita era la maschera: il paziente purtroppo non l’ha messa. La mia – ha voluto rimarcare il dottor Cefalo – è stata una reazione istintiva nei confronti di un paziente che ancora una volta diceva di no. A quel punto gli ho chiesto il permesso di rispondere al suo telefonino che squillava e rispondere alla figlia per dirle che la situazione era davvero critica. Tutto inutile. Purtroppo il paziente dopo circa due ore non ce l’ha fatta. Ho conservato come in una cassaforte – ha concluso – i messaggi su whatsapp con la figlia, perché le ho dato la mia disponibilità per spiegarle cosa fosse accaduto e un conforto psicologico per la perdita del padre. Quella che è una sconfitta della famiglia è in primis una nostra sconfitta”.

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