25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Settembre 2021 alle 07:15:05

foto di Alessandro Manzoni
Alessandro Manzoni

Nel 1813 Alessandro Manzoni compose l’inno sacro: “Il Natale”. Non è il primo dei cinque ma non è l’ultimo, che è “La Pentecoste”, scritta quasi dieci anni dopo “Il Natale”. L’inno sacro che esalta la nascita di Gesù è un prodotto della sua conversione da un Illuminismo di stampo giansenista a quell’evangelico Cristianesimo che fu poi voce unica ed indissolubile del suo stesso creare non solo le tragedie, ma, su tutto, il grande romanzo de “I promessi sposi”.

Tuttavia la conversione ha ne “Il Natale” un significativo punto di relazione tra il primo poeta, piuttosto ironico e celebrativo di taluni personaggi fra i quali il Conte Imbonati, e il nuovo poeta evangelizzato nella fede del Cristianesimo. Non è un inno sereno, poeticamente parlando; è l’espressione ancora di un’anima nuova, ma inquieta, una fonte liturgica e teologica che il poeta cerca di fondere con la pagina semplice e sacra del Vangelo, di quel Vangelo che narra la nascita di Gesù in quella povera mangiatoia; quindi sacra rappresentazione. La nascita di Gesù è poeticamente suggestiva, ma ferma, intatta nel suo racconto evangelico. Tuttavia c’è qualcosa nel convertito Manzoni c’è un’esultanza affettuosa, quasi una personalizzata gioia per la nascita di quel Pargolo generato dall’eterno Padre. “La mira Madre in poveri / panni il Figliol compose, / e nell’umil presepio/ soavemente il pose; /e l’adorò: beata!”. Le due strofe finali hanno nel poeta un’ascendenza forte, avvertita da una promessa celeste che è nella certezza che da quel Pargolo verrà per gli uomini una novella vita, un nuovo risorgimento spirituale di redenzione dal peccato di Adamo.

Nell’ultima strofa si avverte una forza insolita, un tono di virile consapevolezza. “Dormi, o Celeste: i popoli / chi nato sia non sanno; / ma il dì verrà che nobile / retaggio tuo saranno; / che in quell’umil riposo, /che nella polve ascoso, / conosceranno il Re”. Purtroppo nel 1833 Manzoni scrisse quel “Natale 1833” nel quale chiedeva a Dio, inesorabile Dio, nel mandare agli uomini sventure e lutti Lui che aveva provato il pianto. Perché gli aveva tolto dalla vita, proprio nel giorno di Natale, la sua ancora giovane sposa e madre, Enrichetta. Ma, dopo poche incerte e lacerate strofe la poesia venne meno: scrisse: “Cecidere manus”, un verbo infinito sincopato per dire: mi sono venute meno le forze. Era per il Manzoni un atto di obbedienza al volere di Dio, quel Dio “che affanna e che consola, che atterra e suscita”. Da Manzoni a Pascoli c’è un problema di fondo.

Pascoli, nei riguardi di Gesù, ebbe un duplice, ma egualmente avvertito sentimento. In lui, spesso confuso o incerto, po’ cristiano, un po’ positivista, un po’ evangelico un po’ hegeliano. Gesù gli apparve, con la sua rossa inconsutile veste, un Profeta di Dio, un orientale Rabbì, ovvero Maestro di amore , di carità, di pace e di salvezza spirituale per gli uomini dediti più al male che al bene. Altra volta gli apparve come nella lirica “In Oriente” (Poesie varie) il figlio di Dio, il Salvatore dell’umanità, il grande Pastore degli uomini e delle “taciturne costellazioni”. Ed ebbe versi di altissima forma poetica dal suono melodioso ed inconfondibile. Tutto il quarto episodio è di una immortale forza di voce evangelica e, al tempo stesso musicale. “Mossero: e Betlehem, sotto l’osanna / de’ cieli ed il fiorir dell’infinito, / dormiva. E videro, ecco, una capanna. / Una stalla umile e nera, / donde gemeva un filo di vagito”. Erano i pastori: “Noi cerchevamo Quei che vive”. E Maria, la Madre ai pastori rispose: “Il mio figlio vive per quel fiato… Dio ../ rispose all’uomo, l’Universo: E’ quello!” Qui, in Oriente, mentre nell’Occidente, a Roma, si uccidevano nell’anfiteatro, in aspri ludi, uomini contro uomini; erano i Saturnali e gli schiavi coinvolti a morte per i festini di un impero morente.

Pace in Oriente. Roma moriva! Dall’alto dei cieli l’Angelo ripeteva: “Pace sia a voi, Fratelli”. Dopo Pascoli, Ungaretti, l’ultimo dei poeti da me poeticamente riveduto in questo triplice ricordo ha sul Natale una poesia amara, sofferta, lontana da quel santo giorno; dal calore familiare. È un Natale di guerra e il poeta è sul fronte, soldato in trincea a colloquio muto con i vivi e con la morte. “Natale” fu scritta il 26 dicembre 1916. Momentaneamente era a Napoli, in licenza militare: “Ho tanta / stanchezza / sulle spalle. / Lasciatemi così / come una / cosa/ posata / in un angolo / e dimenticata”. Lirica spezzata nelle parole, come un lento, amaro, singhiozzo che non ha più sentimento di vita, ma voce di morte. E i morti soldati lo dissero ai morti fratelli. La guerra, il poeta, l’aveva, per un attimo di fede e di amore, descritta sempre nel dicembre del 1916 soldato fra soldati sotto il fuoco nemico. “Un’intera nottata / buttato vicino / ad un compagno / massacrato / con la sua bocca / digrignata / … penetrata / nel mio silenzio / ho scritto / parole piene d’amore. Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita”. Un canto di amore, di pace, di speranza. Ecco, di fronte alla morte, a quella bomba che ha massacrato il volto di un fratello, la poesia di Ungaretti “Il porto sepolto” (1915-1916) ci ammonisce che Natale è segno di amore e di pace fra gli uomini, lontani dall’odio e dalle guerre di violenza e di sangue. Più che ammonimento è una preghiera. Una preghiera solenne e sofferta. Se ci sarà un domani migliore? Un “allegria” sarà un’ “Allegria di naufragi”? Natale, oggi terra nostra violentata dall’epidemia, è una lirica attualissima anche se è una guerra invisibile; con la speranza che alla riva finalmente si fermi il naufragio.

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