21 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Aprile 2021 alle 09:30:12

Ancora un caso di stalking
Violenza sulle donne

La giornata contro la violenza sulle donne è da poco passata, con il suo bagaglio di memoria recente ma anche di cronaca tragicamente attuale. In un macabro copione che si ripete assurdamente, anche nei giorni scorsi si sono ripetuti episodi di violenza inaudita e di morte che hanno visto vittime donne di diversa età, unite in un tragico destino. Sembra di assistere a una escalation senza precedenti, visti i dati numerici impietosi, che parlano di un fenomeno in costane aumento. Forse lo è, o forse più semplicemente ieri vi era una minore coscienza del problema.

Perché se gli omicidi in famiglia sembrano in vertiginoso aumento, tale da surclassare i delitti di malavita o di mafia, gli atti di violenza, di persecuzione non sono certo una novità. Soprattutto quelli che avvenivano tra le mura domestiche dei quali spesso non si dava notizia. Ma anche gli assassini erano alquanto numerosi in passato, anche se spesso non trattati con la stessa veridicità ed evidenza di oggi, a meno che non riuscissero a “meritare” gli onori della cronaca. Uno di questi efferati delitti, avvenuto quarantanni fa nella nostra regione e rimasto impunto è diventato, ora, un libro, un saggio storico che ricostruisce tutta la vicenda e che cerca di dare risposte e di riaffermare tutta la dignità della povera vittima, che la vicenda giudiziaria non seppe tutelare appieno. Promotore e coautore del volume è Mario Gianfrate. Già docente liceale, scrittore, saggista e drammaturgo, è un ricercatore molto noto negli ambienti, vero cane da tartufo si è occupato, nei suoi studi, di importantissime questioni storiche, sulle quali la storia ufficiale ha spesso sorvolato e ha guardato con superficialità.

Ricordiamo i suoi saggi sull’anarchismo, soprattutto quello americano di origine italiana, ma anche sulla Liberazione e su alcuni protagonisti pugliesi del tutto dimenticati, ma anche i libri sull’assassinio di Giacomo Matteotti e altre vicende storiche. Stiamo parlando dell’omicidio di Palmina Martinelli, la quattordicenne di Fasano che, trovatasi a Locorotondo forse per seguire il fidanzato, viene selvaggiamente sfigurata e percossa, tanto da perdere la vita dopo alcuni giorni di ricovero nel Policlinico di Bari, nel 1981. Il libro: Palmina, una storia sbagliata, che Gianfrate ha scritto con Sara Cordella e Pierdomenico Corte-Ruggero, è pubblicato dalle edizioni Le Flaneurs.

Palmina fece i nomi dei suoi aggressori, ma questo non bastò per un giudizio di condanna e dopo quarantanni il delitto resta impunito. “L’omicidio – scrive Gianfrate – è di un orrore che non ammette compromessi, non concede spazio ai dubbi. La mostruosità con la quale si è realizzato dà per scontato che nessuna pietà sia possibile nei confronti degli assassini ritenuti tali, a prescindere dagli esiti del processo che, comunque, si andrà a celebrare”. Dunque Palmina ha mentito. Palmina, in realtà, desiderava seguire il fidanzato, accettare che ne disponesse a suo piacimento, che la introducesse nel campo della prostituzione? Come si può dedurre dall’equivoca sentenza, che propende per il suicidio. Ma, se così fosse, perché avrebbe tentato di suicidarsi? Con i genitori poco presenti avrebbe potuto tentare una fuga, seguire i suoi amici di Locorotondo. E poi, se a questo ambiva, perché accusare il proprio fidanzato che avrebbe voluto raggiungere? Questi sono gli interrogativi inquietanti che rimangono.

“Non ho risposte. – scrive Gianfrate, che rimarca però il peso degli interrogativi rimasti irrisolti – E non le cerco. Resta il fatto, incontestabile, che Palmina, Ninetta, rappresenta la tragica vittima sacrificale di giochi turpi che si fanno su di lei. In un caso o nell’altro”. Mina la sorella traccia della sorella un ritratto umano che delinea la personalità della ragazza, certo problematica, ma morta “vergine”, ci tiene a sottolinearlo. È stato accertato ed è un elemento che va riconsiderato in tutto il suo significato perché si abbia chiara l’immagine reale di lei. “Questo particolare dovrebbe anche smentire voci che hanno dipinto mia sorella come una poco di buono, che ne hanno infangato la memoria”. Insomma: se il ritratto di Palmina va rivalutato e “riabilitato”, restano tutti i dubbi su un’inchiesta lacunosa e su una sentenza che non sembra fare giustizia.

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