26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

Cronaca News

Città Vecchia, “La Taranto che non c’è più”

foto di Via Duomo in una foto d’epoca
Via Duomo in una foto d’epoca

Cartolaio, edicolante, editore: tutto questo era Salvatore Mazzolino (Pozzuoli, 25/12/1866) – Taranto 6/4/1942), figura nota in Città vecchia dove molte famiglie in modo o l’altro avevano contatti con lui, soprattutto per l’acquisto di un libri e materiale scolastico per i figli. Ne scrisse Giacinto Peluso in “Taranto: dall’Isola al Borgo”, edito da Comune e Regione Puglia, il quale ricordava i libri di lettura scolastici da lui acquistati quali “Le mie perle”, i “Sussidiari”, “Diritti e doveri”, “Pas à pas” di Michele De Noto sino ai testi più importanti per le scuole superiori.

Fra i titoli di spicco della sua produzione editoriale c’erano invece “Taranto… tarantina – Contributo allo studio delle tradizioni popolari” di Cosimo Acquaviva (1931), e “Guida di Taranto” di Andrea Martini (1901); apprezzate erano anche le sue cartoline illustrate con immagini della città. Salvatore Mazzolino iniziò la sua attività a palazzo Zigrino, in via Duomo 196, trasferendosi poi poco più in là, affianco a vico Madonna del Pozzo, attraverso il quale si arriva alla chiesetta della Madonna della Scala. Ammirata dai fumatori era l’elegante vetrinetta, allestita all’interno, con l’esposizione di pipe d’ambra, bocchini d’avorio e tabacchiere.

Durante la Settimana Santa egli non mancava di trasformare il negozio un vero “sepolcro”, “col Cristo, con l’Addolorata, coi candelabri, coi fiori, con tutto”, così descritto dalle cronache dell’epoca, davanti al quale la processione dei Misteri (che allora si recava anche in Città vecchia) usava spesso sostare brevemente. Don Salvatore indossava sempre un vestito blu, leggero d’estate e pesante d’inverno, camicia bianca con collo e polsini inamidati, farfallino granata e l’immancabile garofano all’occhiello. Ai primi caldi, come la maggior parte degli uomini del tempo, l’esercente sostituiva l’imponente “borsalino” grigio ferro con “’a pagliette” e riponeva nel cassetto le ghette grigie che gli riscaldavano i piedi in inverno. La consorte, donna Carmelina, piuttosto bassa e tendente alla pinguedine, veniva ricordata da Peluso soprattutto per gli abiti fuori moda. I due coniugi formavano veramente una bella coppia, con frequente scambio di manifestazioni d’affetto.

L’unico svago loro concesso era l’uscita la domenica mattina per andare a messa e fare due passi in via Duomo. Tutta l’antica Via Maggiore allora era un salotto, soprattutto il tratto compreso tra vico Statte e vico De Cristiano, brulicante di negozi a conduzione familiare, i cui titolari mantenevano fra loro rapporti di buon vicinato e aiuto reciproco. Fra questi, Peluso ricordava don Giovanni Catapano con la dolce consorte che tutti chiamavano “zia Francesca”, don Luigi Amodio con instancabile donna Luisa, don Luigi Pisapia e tanti altri ancora. Il “don”, va sottolineato, era in uso per i commercianti di un certo livello, anche se per molti era più facile ricordarli con il soprannome: “Fucia fuce”, “Cinghe e sei”, “Quarantotte”, “Mienzecule”, “Sciabbecche”, “Sparetiedde” ecc. In estate i coniugi usavano passeggiare su corso Due Mari e gustare un gelato o una bibita rinfrescante del Bar Italia, all’angolo di via Archita (ora via Matteotti). Molti si fermavano al tavolino dov’erano accomodati per un cenno di saluto, due chiacchiere di circostanza o per chiedere anteprime sulle pubblicazioni di prossima uscita.

L’indomani, lunedì, di mattina presto, gruppi di studenti avrebbero ripreso a transitare da via Duomo per recarsi a scuola, non mancando, passando davanti all’esercizio, di salutare il titolare, impegnato a vendere quaderni a righi o a quadretti, pennini e cartoncini da disegno, boccette d’inchiostro “Pessi” e quant’altro. Talvolta i più birichini lo prendevano in giro gridando il suo nome, subito seguito da versacci. Ma don Salvatore stava al gioco e, senza alterarsi, rispondeva “Salute, amico, lascia aperto, vengo subito”, fra le risate generali. Ma un po’ tutti i ragazzi erano affezionati a qull’uomo, buono e disponibile, mentre lui vedeva in loro quei figli che non aveva avuto. Alla sua morte, l’attività in via Duomo fu rilevata dal signor Antonante. Ma per tutti quello continuò a essere il negozio di Mazzolino.

 

1 Commento
  1. Vincenzo 10 mesi ago
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    Bellissimo articolo che ti riporta direttamente al passato quando “la Via Maggiore” era piena di negozi e personaggi. Ne ricordo tanti perchè ogni mattina per andare a scuola si passava necessariamente per detta via. Noi studentelli eravamo la seconda flotta che inondava la strada maggiore.La prima era quella degli operai dell’arsenale che venivano da Porta Napoli e Stazione e da lì passavano per raggiungere il loro posto di lavoro cioè l’Arsenale. Ricordo perfettamente che con gli amici studenti, la prima sosta la facevamo da un certo signor Magnati che vendeva le focaccine calde con le acciughe. poi dopo il Duomo s’incontrava la merceria “du mammoccio” poi quella di Paolina e di fronte c’era la salumeria di Teodoro che sfornava i migliori panini (con tonno pieno d’olio e peperoncini all’aceto) poi inconravi il Sarto sig. Orlando detto (ù mistrudd) e poi tanti altri (la pasticceria Fornaro con i mustaccioli) tra i quali mio zio Giovanni Conte (sarto) che intratteneva i suoi amici che si fermavano ad aspettare quando mio zio iniziava a declamare le sue poesie dialettali. Tutta la sua raccolta fu distrutta durante l’occupazione di Taranto da parte degli alleati che occuparono il locale per non farne nulla e la raccolta di poesie fu distrutta tutta dai passanti che usavano la carta per appiccare il fuoco con la carbonella. Un vero peccato.- Cordiali saluti.

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