23 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 23 Settembre 2021 alle 12:59:00

Dante Alighieri
Dante Alighieri

1321/ 2021: a breve saranno settecento anni dalla scomparsa di Dante Alighieri, occasione per tributare un ulteriore omaggio al nome principe della nostra letteratura, al padre della lingua italiana, al faro di civiltà punto d’onore di una nazione che, da sempre, ha tratto e trarrà stimoli e finalità da un uomo veramente grande. Ecco, ritengo che lo sguardo nostro rivolto a Dante sia ancora più incoraggiante per una ricerca di noi stessi in un momento così difficile per il nostro paese che si misura, al pari del resto del mondo, con il terrore della pandemia, con la presa di coscienza della nostra fragilità, con l’ossessiva ricerca di una risposta alle troppe domande che ci accompagnano in questo diuturno viaggio verso una serenità che sembra così lontana, a tratti irraggiungibile. Per vincere la paura, per costruire il futuro in questo continuo onere di non riuscire a dominare il contingente occorre coraggio e chi più di Dante può aiutarci? Dante è un uomo che soffre ma dalla sofferenza trae sprone per dimostrare che le avversità, le continue difficoltà possono e devono essere dominate con la forza d’animo, l’energia vitale che sono sempre state la sua cifra esponenziale, sua e della sua opera.

E allora avviciniamoci a Dante ancora una volta con la certezza e l’orgoglio di essere suoi figli , colleghiamoci ai suoi exempla humanitatis, consci del suo alto valore che ci può sostenere validamente nell’acquisire e recuperare la voglia e la forza di combattere in un momento così complesso della storia dell’umanità. Vogliamo vedere un segnale nel fatto che il 1321 venga ricordato nel 2021 come celebrativo di un auspicio? Convinciamocene e avremo donato a noi stessi una ventata di speranza nella riflessione, nell’amore, nella devozione per una grande voce , potente , fiera della sua umanità e della sua missione. Uno sguardo rivolto a Dante è uno sguardo rivolto a noi stessi, infatti, oltre che verso l’eterno: il grande fiorentino ha vissuto a contatto con realtà altamente “perigliose” che ha affrontato con decisione e consapevolezza della sua tempra. Guardiamo a Dante e traiamone spinta emozionale per vincere le nostre realtà!

Seguire Dante nel suo percorso significa farsi affascinare dalla sua sorprendente energia narrativa: sceglierlo come guida equivale ad una scelta di vita. Dice Vittorio Sermonti “ Se la Commedia in un modo o nell’altro ti sembra di averla già letta, di quando in quando riaprila a caso e borbottane un canto, mezzo canto, una terzina. Questo libro – mondo si candida a essere, per ognuno di noi, un libro vita”. Convinta come sono della profonda incidenza di Dante nel nostro panorama culturale, il pensiero corre ad uno dei canti più suggestivi della Commedia, il V del Purgatorio nel quale il sommo poeta spende la sua vigoria comunicativa presentandoci tre vicende avvincenti, tre fatti di sangue e di violenza rivissuti e descritti nell’aura catartica di un regno tinto del “dolce color di oriental zaffiro”. L’atmosfera rarefatta, così lontana dal mondo delle tenebre, consente all’autore di servirsi di un modus narrativo adeguato: la speranza, la tensione alla salvezza improntano questi racconti collegati al mondo terreno ma raccontati con la serenità della fiducia.

Dio c’è sempre per chi lo cerca, anche se in punto di morte, sciogliendo il nodo del peccato nel conforto del pentimento e Dante narra da par suo questo status, nella convinzione che per tutti il futuro può e deve essere partecipe della infinita misericordia divina. Le storie si giovano dunque di un tono narrativo vario e molteplice fatto di campi di battaglia, di truci complotti ma anche di rassegnata dolcezza nella visione di una donna, la Pia, presentata e “indefinita” in poche parole, volutamente lasciata in una nebulosa irrisolta formula poetica. Potente invece è il racconto di Dante per quanto attiene i guerrieri Jacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro, per le cui vicende terrene Dante sembra recuperare i toni energici, i ritmi stringenti dell’Inferno. Sarà forse perché l’incipit è collegato alla corporeità, gli episodi dei due combattenti spingono l’autore a descrizioni molto realistiche, a ritmi descrittivi dissonanti, alla presentazione cruda di scenari di guerra a lui noti per esserne stato partecipe. Intendiamo soffermarci sulle storie di questi tre personaggi accomunati dalla pena ma non dal tono che deve essere vario e difforme , eppure ,straordinariamente, il risultato è armonioso: a far da legame è la multiforme abilità di un narratore d’eccezione. Jacopo e Buonconte ci vengono presentati con gli accenti assordanti e caotici della battaglia, la Pia con una dolcezza ineffabile e dolente. Le tre storie dunque sono avvincenti ma diverse nella rievocazione.

Carlo Salinari vede in tutto il canto V un contrappunto di toni e stili rappresentato inizialmente dalla fermezza di un Virgilio che in modo autoritario ingiunge a Dante ;” sta come torre che non crolla/già mai la cima per soffiar di venti”. Continuando, dappertutto è chiara l’intenzione di Dante di stupire il lettore con rapidi passaggi verbali dal cromatismo acceso e comunque variegato. Si passa ,peraltro, dall’atmosfera rinunciataria del IV alla solennità di un Virgilio duro nel suo monito. Nell’incontrare la schiera dei morti per violenza vivo è il contrappunto tra corporeo e incorporeo: queste anime di recente private della loro fisicità subiscono il fascino di chi, fortunato lui, ne è ancora provvisto: innegabile il rimando alla tensione verso la riconquista delle spoglie mortali il giorno del giudizio. riconquista di quanto fu loro tolto con molta violenza. Alla base delle tre storie dunque una spasmodica voglia di raccontare, tingendo dei colori più adatti tre vite, tre storie, tre momenti artistici indimenticabili. Potenza del genio di Dante che da tre quadri riesce, mirabilmente, a concertare un trittico perfetto, dalle beghe di palazzo, al campo di battaglia , all’enigma di una morte ingiusta. Le storie dicevamo fanno capo ai tre protagonisti del canto.

I primi due, Iacopo del Cassero e Buonconte da Montefeltro risultano uniti dalla notorietà. Dante, volutamente, sceglie personaggi noti; ad uno dei due, Buonconte, si sente accomunato dalla medesima esperienza, la battaglia di Campaldino, seppure vissuta in campi e schieramenti diversi. È più facile captare l’attenzione di chi legge parlando di eventi reali, ma Dante gioca con la creatività quando inserisce il demone e l’angel di Dio costruendo un finale straordinario in cui le forze del bene e del male si fronteggiano. Gli episodi di Jacopo e Buonconte, quasi coevi, ci portano nel Medioevo. La storia di Jacopo è quella di un politico di famiglia guelfa dedito all’attività militare,prestò aiuto ai Fiorentini contro Arezzo nel 1288, a capo delle truppe di Fano. Dopo aver ricoperto varie cariche tra cui quella di podestà di Bologna, in quanto tale si adoperò perché essa non cadesse sotto gli estensi. Suo nemico giurato Azzo d’Este “…che m’avea in ira/ assai più là che dritto non volea.”

Sarà questo odio smisurato a decretarne la morte violenta :nominato podestà di Milano vi si diresse via Venezia per evitare i territori estensi, Non gli riuscì comunque di evitare i sicari di Azzo che lo trucidarono. Questa vicenda suscitò forte impressione sull’animo di Dante al pari della seguente, quella del personaggio che si presenta subito dopo: “io fui di Montefeltro, io son Bonconte”… altro personaggio ,altra storia di violenza. Questa volta lo scenario è noto a Dante, si tratta della battaglia di Campaldino in cui Buonconte militava proprio contro Dante. Capo ghibellino e quindi avverso al poeta, addirittura si è detto che fosse stato Dante ad ucciderlo, perse la vita durante gli scontri. Il racconto degli ultimi istanti è denso di pathos: Buonconte forato nella gola ,fugge “a piede e ‘nsanguinando il piano”. Il suo corpo non fu ritrovato e il mistero di cui si ammanta la storia spinge la fantasia del poeta a creare un colpo di teatro alla sua maniera: un contrasto tra angelo e demone che non sopporta di vedersi privato di un’anima su cui vanta diritti “per una lagrimetta”, segno tangibile di pentimento.

Alla delusione per il mancato possesso dell’anima, il demone dichiara la sua volontà di accanirsi sul corpo.facendone scempio. Potentissima la scena della tempesta che tutto travolge, maestosa la personificazione dell’Archian rubesto, denso il rovinare delle acque verso il finale del racconto. La croce delle braccia che rappresenta il ricongiungimento a Dio viene sciolta dalla violenza degli elementi, il Benvenuto parla di un segno di contrizione “in memoriam passionis Christi”. Chiude l’episodio il ricordo di quel dolore che Sapegno attribuisce al rimorso piuttosto che allo spasimo dell’agonia. Dai toni accesi della violenza dei due episodi descritti alla lievità della presentazione di una delle figure più preziose della Commedia, ennesimo esempio della genialità di chi riesce in due terzine a cesellare un ritratto di donna indimenticabile. Ancora una volta di violenza si tratta,quella violenza sulle donne che ancora oggi, purtroppo, è così presente. Dante non ritiene di voler abbracciare una delle ipotesi legate a questa morte scellerata, la violenza su una donna è sempre deprecabile e seppure nel lieve respiro di una terzina Dante ha saputo unire fiducia tradita e delusione. In un chiasmo celeberrimo la vita della Pia “Siena mi fè, disfecemi Maremma”. Ci rimane nel cuore la soavità di una creatura che chiude il canto con la leggerezza di un volo di farfalla.

Tre storie, tre drammi, tre superbi ritmi narrativi, dicevamo, a comprova di quanto dobbiamo a Dante in dedizione e gratitudine per aver costruito nel nostro immaginario un rutilio di spade, uno scenario di folle corsa verso una fine annunciata, una sposa che sospira da un verone,tutto questo, come tutto Dante, non lo dimenticheremo più.

Stefania Danese
Componente del direttivo del comitato di Taranto della Società Dante Alighieri

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