24 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Luglio 2021 alle 21:10:00

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Il sindaco di Pulsano Francesco Lupoli: «Non consegno la fascia tricolore»

foto di Il Palazzo di Città di Pulsano
Il Palazzo di Città di Pulsano

PULSANO – Si ritorna a parlare nuovamente del comunicato apparso sui giornali la scorsa settimana, circa la decisione da parte di alcuni primi cittadini jonici di consegnare al Prefetto di Taranto le proprie fasce di rappresentanza, come segno di protesta sull’accordo tra Governo e l’ex Ilva di Taranto. A farlo, attraverso un proprio controcomunicato critico sulla vicenda, firmato insieme ad altri sindaci “dissidenti” della provincia tarantina, è il sindaco di Pulsano Francesco Lupoli.

Il primo amministratore della cittadina pulsanese, pur condividendo l’immensa delusione e il senso di impotenza degli omologhi colleghi che hanno promosso la protesta plateale di cui prima, precisa invece i motivi di questa divergente visione della questione:” Non abbiamo consegnato e non consegneremo le fasce da sindaco – afferma Lupoli – non per uno spasmodico attaccamento ad esse ma perché a tale gesto, nell’ottica della coerenza e della serietà istituzionale, dovrebbero seguire le dimissioni che, pur non spaventandoci, non risolverebbero assolutamente l’annosa questione ex Ilva. Anzi probabilmente quelle già flebile voci a rappresentanza del nostro territorio sparirebbero del tutto”.

Per onor di cronaca ricordiamo che, al di la di tutto, ArcelorMittal jonica (ex Ilva) resta comunque un’impresa industriale economica, quindi non una onlus ed è soggetta pertanto alle dure leggi di mercato. Un’azienda che per la sola sua presenza, ha comunque un enorme impatto sociale, ambientale e, soprattutto, economico su tutto il territorio jonico e anche oltre. Essendo ulteriormente anche un’attività considerata tra le più grandi acciaierie al mondo, per (r)esistere finanziariamente deve anche essere competitiva non solo in qualità ma anche economicamente sull’intera piazza mondiale. In proposito, dichiara sempre Francesco Lupoli: “…questo vuol dire che probabilmente e ribadiamo probabilmente, solo con una produzione pari a 8.000.000 t/a può permetterle di rimettersi in un mercato che ormai le manca da anni, garantendo così posti occupazionali a regime”.

Insomma, per questi sindaci antiprotesta, se si vuol mantenere tale regime di produzione di acciaio, non è possibile dismettere l’area a caldo poiché tale azione, tecnicamente, vorrebbe dire chiudere definitivamente l’ex Ilva. Da qui la necessità estrema, viene spiegato ancora nel documento, di dare voce ai circa 600.000 cittadini della provincia di Taranto rappresentati dai 29 sindaci di questo territorio, i quali non sono soggetti distinti tra loro con la necessità di entrare nella stanza dei bottoni ma di partecipare, invece, con la propria voce in una democraziarappresentativa. Pertanto evidenzia ancora Lupoli: “I rappresentanti locali, siano essi sindaci o sindacati, mancano in tavoli essenziali per il territorio vedi CIS ed è assurdo leggere dai giornali il futuro di Taranto per noi tarantini: apprendiamo dell’idrogeno da Conte a Bruxelles, ma forse il premier non sa che qui a Taranto manca l’ossigeno!!!”. In questa fase dove già tutto è scritto, sentenzia infine il comunicato:”… crediamo che i gesti simbolici pur rappresentando la nostra posizione non portino ad alcuna soluzione. E’ giunto il tempo della chiarezza: né i cittadini dei Tamburi (solo per citare un rione) né i lavoratori dell’azienda e dell’indotto, meritano questa lunga agonia”.

 

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