26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

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In un testo recente (A una certa distanza. Leggere i testi letterari nel nuovo millennio, tr.it. Carocci, Roma 2020) di Franco Moretti, fratello del più famoso Nanni, la distanza è una parola chiave: si propone il metodo del distant reading, ossia forme di lettura automatica, rivolta anche a singole opere o a piccoli insiemi di testi, cercando informazioni, che si suppone, sfuggirebbero alla loro lettura, pur seria e puntuale. Accanto alla lettura che è sempre quella del primo impatto con il testo, di solito quella che risponde alla curiosità iniziale, in breve “vicino al testo”, l’autore pone quella della “distanza dal testo”. Se “da vicino” emergono alcuni elementi macroscopici, quel piacere immediato della lettura, tutto studiato nella selezione culturale, basata sul successo di pubblico e non più secondo un canone letterario, “da lontano” emergono invece le strutture.

Soprattutto – sottolinea Moretti – si capiscono altre cose: più la logica sistemica del testo che le sue singole espressioni. Si tratta di due approcci diversi alla conoscenza. Di due prospettive incommensurabili. Trattando i libri alla stregua di qualsiasi altro articolo di consumo, Moretti perviene a scoprire laboriosamente l’ovvio, cioè la industrializzazione e la globalizzazione del romanzo, obbedienti a dinamiche di mercato molto simili a quelle valide per altri prodotti di consumo (uno per tutti: i film per esempio). Non compete a me, non addetto alla critica letteraria, entrare nel merito della tesi di Moretti, il quale crede appunto di migliorare le nozioni di stile, scala, forma, e ambisce alla fondazione di una nuova stilistica quantitativa basata sull’esame delle strutture letterarie, automatizzato e fatalmente visualizzato da suggestive rappresentazioni grafiche simili a quelle che oggi vanno per la maggiore nell’informatica; mi limito pertanto a due annotazioni, una epistemologica, l’altra metodologica, ovvero di approccio alla realtà.

La prima: è il (vecchio) miraggio di una analisi critica che diviene più scientifica perché più oggettiva, proprio perché è delegata nella raccolta dei materiali all’automatismo dell’algoritmo, riproponendo uno dei limiti più noti nella cultura letteraria,e soprattutto in quella umanistica (e di più nella società e nel mondo attuali): una lettura sempre pronta ad affidarsi alla supposta imparzialità dei data o all’algocracy, al potere dell’algoritmo. Quando nel 1965 uscì il catalogo della casa editrice il Saggiatore, tematizzato su Strutturalismo e critica, il grande spazio aperto ai metodi formalistici e linguistici, indicava chiaramente che non si trattava più di critica, bensì di laboratorio analitico. Fu così che il critico diventato analista si trasformò in monaco accademico per il quale la letteratura è di per sé un valore garantito anche quando non ha valore.

Critica dello stile e critica della cultura, che, se fino a metà del Novecento si sostenevano reciprocamente, oggi soffrono di un generale discredito, al punto che sembra quasi indecente criticare uno scrittore di successo facendo confronti con i migliori autori di mezzo secolo fa. Nel giornalismo è d’obbligo non violare il fair play che esige rispetto per qualunque prodotto culturale. La seconda annotazione: il libro di Franco Moretti suggerisce non poche riflessioni, una in particolare: sollecita a riconoscere, a riscoprire e a rivalutare il fattore “distanza” verso il quale sovente si hanno forti pregiudizi; bisogna invece collocarlo nel contesto del nostro tempo. La “presenza” è, certo, importante : si pensi alla didattica in-presenza a scuola.

Alla non questionabilità della vita partecipata, corale e ricca di sorprese, della “classe”, che avvolge gli eventi unici, assai simile a una rappresentazione teatrale, e soprattutto alla perdita di contatto fisico-interpersonale tra docente e discente, di quel rapporto che si realizza tra due persone che si incontrano, si guardano, si frequentano con fatismi, posture, atti/gesti prossemici, cenni del capo, sguardi parlanti, e quant’altro. Ma è un modo. Nel mondo sempre più digitalizzato, in cui ogni distanza viene riconfigurata, compaiono nuovi cortocircuiti e nuove vicinanze, occorre fare uno sforzo per leggere con occhi nuovi la pratica professionale: abituarsi a riguardare la distanza e ridefinirla. Abbiamo bisogno di distacco e di straniamento. Dico meglio con le parole di Franco Brevini: «La realtà è anamorfica. Basta spostarsi per cogliere qualcosa che prima non era visibile anche se sotto gli occhi di tutti» (2010, p.11). In questa prospettiva, non posso non riconoscere, dopo le prime esperienze d’insegnamento universitario online (aprile – maggio-giugno – luglio) e quelle successive (settembre – ottobre – novembre – dicembre), alcuni elementi di novità, significativamente produttivi, sotto il profilo formativo, così come inviterei, sommessamente, non pochi docenti, specie quelli che si sono molto impegnati nel non far mancare la scuola e l’università ai giovani, a riconsiderare con occhi nuovi l’esperienza vissuta. Aprendo anche una discussione serena e critica all’interno delle comunità scolastiche, intesa a fare avanzare la conoscenza sul “fare scuola”.

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