05 Agosto 2021 - Ultimo aggiornamento il: 04 Agosto 2021 alle 06:19:06

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“Troppo pieno”, dall’horror vacui all’horror pleni

foto di “La bellezza del caos”, il libro di Leo Tenneriello
“La bellezza del caos”, il libro di Leo Tenneriello

Avrebbe voluto avere la forza di fermarsi, di bruciare tutto, di arrendersi. Invece no, andava avanti. Era fatto così. La sua inerzia era la sua forza. Le dita non cessavano mai di pigiare i tasti del computer. Scriveva e scriveva, creava e distruggeva. Aveva una fame inarrestabile di parole, sentiva un bisogno forsennato di moltiplicare le frasi per vincere la sua profonda paura del vuoto. Sapeva che a quel vuoto non doveva rispondere con il troppo pieno, ma non aveva altre strategie. Aveva il dono di sporgersi nel suo passato e riportare nel presente gli oggetti più cari. Quel giorno, per non ubbidire all’assillo di scrivere, andò a ripescare nella sua infanzia la prima bicicletta che ebbe in regalo dal nonno. Voleva concedersi un giorno di svago.

Desiderava ripercorrere spensieratamente le strade della sua fanciullezza. Cominciò a pedalare senza sosta. Piombavano nella sua testa, a una velocità incontrollabile, voci, volti, storie. Catturato da quel vortice di ricordi, come in stato confusionale, cadde per terra distruggendo la sua bicicletta. Era capitato, senza volerlo, di fronte alla casa della sua infanzia. Era stata ristrutturata, ma restava comunque bruttina. Di quella casa qualcosa gli mancava, ma non sapeva cosa. Forse l’incoscienza e il non avere responsabilità. Forse l’odore e l’essenzialità. Aveva attraversato tutto il quartiere. Trame di auto, negozi, persone. Cani ossequiati come mucche indiane. Sparute bandiere che sicuramente avevano vissuto periodi felici e ora, abbracciate svogliatamente alla loro asta, cercavano di consolarsi col vento. Era arrivato davanti alla porta.

Era tentato di bussare. Chi gli avrebbe aperto? Che tipo di persone ci sarebbero state? Stavano cucinando? Non sapeva. Era la sua vecchia casa: estranea e familiare. Non bussava; percepiva le voci e gli odori. Era lì in modo da non destare sospetti, non voleva che lo scambiassero per un ladro o, peggio ancora, per un maniaco. I secondi che passavano sembravano mesi, anni. Cominciava ad avvertire un senso di familiarità improvvisa con gli occupanti della casa. Era tentato di bussare per farsi accogliere, quasi come se fossero vecchi amici, per raccontarsi la vita passata. Temporeggiò, ma poi andò via. A ogni casa il suo fascino, il suo mistero.

La sua infanzia era stata simile alla vita adulta. Sempre solo. Da ragazzino giocava con personaggi immaginari e da adulto inventava, per i suoi scritti, soggetti (un po’ spettri e un po’ angeli) che popolavano le sue giornate. In verità quei personaggi erano demoni insaziabili. Gli sottraevano sostanza. Quello che lui a volte credeva fosse l’abbraccio della fantasia era invece la morsa della noia che giorno dopo giorno lo stritolava. Nonostante l’ennesima presa di coscienza della sua esistenza, quel pomeriggio terminò serenamente. Non scrisse nulla e si sentiva bene. Divano, telecomando e un film accomodante. Si apprestava a vivere l’ennesima notte dove avrebbe incontrato i fantasmi che il giorno non aveva voluto affrontare.

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