20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 14:00:21

foto di Marco Aurelio
Marco Aurelio

“Guarda dentro di te: dentro di te c’è la fonte del bene sempre capace di zampillare, se sempre saprai scavare in te stesso”. Sul Danubio, mentre i Germani si ribellano a Roma e un’epidemia di peste infuria tra l’esercito, l’imperatore Marco Aurelio scrive i suoi “Colloqui” o “Ricordi”. Principe perfetto, Marco Aurelio era innamorato della filosofia stoica di cui fu l’ultimo rappresentante. Scelto da Adriano quando era ancora diciassettenne come successore dopo Antonino, la sua figura nobile e spirituale continua ad affascinare ancor oggi.

A lui si rivolge idealmente Marguerite Yourcenar, autrice di una delle opere più belle del Novecento, le “Memorie di Adriano”, scrivendo il romanzo sotto forma di lettera autobiografica che l’imperatore Adriano, alla fine dei suoi giorni, destina al giovane Marco di cui apprezza le straordinarie qualità. Salito al trono nel 161 d.C. Marco Aurelio, dopo aver associato al potere il fratello Lucio, manifestò immediatamente la volontà di dedicarsi alla filosofia e alla ricerca dell’affetto popolare. Il popolo infatti lo amò subito e cominciò a sperare nella realizzazione degli ideali di libertà e di uguaglianza fra gli uomini che l’imperatore propugnava, promettendo l’affrancamento degli schiavi. Marco Aurelio era un convinto sostenitore delle tesi dello Stoicismo, una concezione incentrata sull’importanza del logos, l’ordine divino e provvidenziale che governa il mondo. La natura è un tutto, una ragione necessaria che sorregge infallibilmente ogni cosa ed è comune agli uomini e agli dei. Il cosmo si identifica con Dio, in una forma di panteismo che predica l’esistenza di un seme universale in tutti i viventi.

Gli uomini, dunque, hanno una parentela comune e non solo sono uguali tra loro ma, sosteneva Marco Aurelio, devono amarsi l’un l’altro. Questo precetto quasi evangelico ispirò l’inizio del principato antonino, tuttavia la “felicitas temporum” proclamata con disinvoltura al momento dell’ascesa al potere dell’imperatore filosofo, si interruppe nello stesso anno, il 161 d.C., con l’arrivo di una serie di sciagure che si abbatterono sul suo regno. Roma fu allagata da un’esondazione del Tevere che, con una piena eccezionale, distrusse buona parte dei quartieri popolari. Seguì una carestia che flagellò la capitale e affamò i suoi abitanti.

Ma la disgrazia più grande doveva arrivare nel 165, quando una malattia mai vista prima di allora, forse il morbillo o più probabilmente il vaiolo, irruppe nell’impero trasformandosi rapidamente nella prima pandemia della nostra storia. L’epidemia, detta peste antonina dal nome della dinastia regnante, durò quasi un ventennio e falciò milioni di vittime – si stima tra i 5 e i 30 milioni. La popolazione dell’impero venne ridotta di un terzo, l’esercito romano fu decimato, le conseguenze sociali e politiche furono devastanti. Alcuni storici sostengono che il mondo antico non si riebbe più dal colpo inflitto dalla piaga che lo visitò durante il regno degli Antonini.

IL PENSIERO STOICO
Nel 169 la peste uccise Lucio e così Marco Aurelio, il fratello più famoso, continuò a regnare da solo fino al 180 d.C. Anche lui naturalmente intraprese le consuete campagne militari dell’imperialismo romano, alle quali neanche il più saggio degli uomini poteva sottrarsi. L’ultima si concluse con la sua morte. Durante la campagna contro i Germani, mentre il morbo infieriva sulle truppe che scarseggiavano ogni giorno di più, Marco Aurelio scrisse il suo unico libro di sentenze e riflessioni. Chiuso nel suo accampamento, impotente di fronte alla peste che nemmeno il grande medico Galeno aveva saputo curare, l’imperatore stoico si affidava alla filosofia come cura dell’anima.

Malato, dipendente dall’oppio per calmare i forti dolori, sa di dover morire, ma ritiene che quella condizione estrema possa favorire il ritiro dell’anima in se stessa e l’introspezione. Il pensiero stoico diventa il filo conduttore della sua meditazione sui mali del mondo e sulla invincibilità della ragione e del dovere, qualità necessarie per raggiungere la felicità. L’uomo è parte del flusso incessante delle cose e solo con la morte si libererà di quella “prigione dell’anima” che è il corpo. Questa liberazione sarà l’inizio di una nuova vita o la fine di ogni responsabilità? Marco Aurelio non è interessato a trovare una risposta a questa domanda.

Può darsi che l’anima riassorbendosi nel tutto tramuti in altri esseri, ma superiore all’anima stessa c’è l’intelletto o mente (nous). Egli è convinto che l’anima intellettiva, ossia la nostra intelligenza, costituisca il nostro vero io, il rifugio sicuro in cui dobbiamo ritirarci per difenderci da qualunque pericolo e per trovare le energie necessarie a vivere una vita degna di essere umani. Se vogliamo essere felici dobbiamo diventare padroni di noi stessi esercitando la conoscenza. Essa ci guiderà verso la consapevolezza che il nostro destino è solo una porzione del tutto che noi abitiamo, una parte che viene trascinata nella nullità delle cose: “Abbraccia col pensiero tutto quanto il cosmo, percorri con la mente il tempo infinito e considera quanto sia rapida la trasformazione di ogni singola parte di ciascuna cosa, quanto sia breve il tempo”.

La consapevolezza di appartenere al tutto e di costituirne soltanto una piccola parte non provoca alcun dolore al saggio, anzi il sophòs (il sapiente o filosofo) è colui che raggiunge l’imperturbabilità grazie a una costante autodisciplina fondata sul senso del dovere. L’apice di questo esercizio quotidiano della cura di sé si raggiunge accettando le cose con un profondo sentimento religioso, accogliendo dio nella nostra mente. Il dio di Marco Aurelio è una divinità razionale e universale, non trascendente e personale come quello cristiano, che dobbiamo imparare ad invocare “rendendo grazie agli dei dal profondo del cuore”. La nostra intelligenza ci renderà consapevoli che “semplice e modesta è l’opera della filosofia” e che la caducità delle cose ci mostra la loro insignificanza. “Osserva dall’alto infinite greggi, infinite cerimonie, navigazioni di ogni genere nelle tempeste e nella bonaccia, creature diverse che nascono, vivono insieme e spariscono. Pensa poi alla vita vissuta un tempo da altri, a quella che sarà vissuta dopo di te e a quella che è vissuta ora” – scrive Marco Aurelio nei “Ricordi”. Leggendolo, scorrono davanti ai nostri occhi i versi mirabili di Leopardi. La luna e le greggi del “Canto notturno del pastore errante”, la mente che sprofonda nei pensieri dell’”Infinito”, la straordinaria meditazione sulla storia nella “Ginestra”.

LA LEZIONE MORALE DI MARCO AURELIO
Nel bel mezzo della prima pandemia di vaiolo che l’umanità abbia conosciuto e che a breve se lo sarebbe portato via, Marco Aurelio meditava su questi pensieri. Con lui lo Stoicismo celebrava il suo trionfo in quanto, come è stato giustamente rilevato, un imperatore, il sovrano di tutto il mondo conosciuto, si professava stoico e operava da stoico. Viene spontaneo obiettare che per un uomo che aveva raggiunto il massimo potere del suo tempo, un uomo che stava perfettamente a suo agio nel mondo, era facile professarsi filosofo e affrontare la vita con lucido distacco. Ma la lezione di Marco Aurelio, il suo dovere morale che dà senso al vivere e il sentimento di una precisa vicinanza dell’uomo con gli dei, costituiscono un messaggio universale.

“Cerca di essere più schietto e più buono nei tuoi rapporti con gli dei” è il suo monito. E il suo invito a “vivere con gli dei” conferisce un’impronta spirituale ai concetti dell’etica stoica, affinandoli fino ad avvicinarli ai concetti evangelici. In punto di morte si congedò dagli amici che lo piangevano con una frase rimasta famosa: – “Perché piangete per me e non pensate piuttosto alla pestilenza e alla morte comune”? – E nella malattia si spinse a sottolineare che il comune vincolo che lega tutti gli uomini deve essere innalzato a precetto dell’amore: “E’ proprio dell’anima razionale amare il prossimo, il che è verità e umiltà”. L’attualità della sua lezione morale è vivificante: gioie e dolori, avversità e periodi felici si susseguono in un ciclo eterno sempre uguale che tutto comprende, perciò la nostra esperienza del mondo non può essere rinchiusa nel cerchio dell’individualismo. Anche nel mezzo di una calamità che manda in crisi il senso della nostra esistenza e minaccia la nostra stessa vita, il richiamo al legame fraterno della “social catena” ci unisce. “Siamo nati per la cooperazione, come un granello di terra è attaccato ad un altro granello” – ci ricorda l’imperatore filosofo, congedandoci con un appello alla solidarietà tra gli esseri umani accomunati dallo stesso destino.

Ida Russo
Presidente della sezione di Taranto della Società Filosofica Italiana

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