27 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Settembre 2021 alle 17:59:00

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Giovanni Gentile

Petrarca, oggi, avrebbe scritto non “Povera e nuda vai filosofia” ma “Povera vai nostra nuda scuola”. Filosofia come cultura, sapienza da distribuire quotidianamente ai tanti allievi, dai primi anni scolastici all’epilogo degli studi dell’insegnamento superiore, sino alle soglie dell’Università. La mia può sembrare una memoria del tempo che fu, ma è una constatazione, amara e, purtroppo, vera di come si sono ridotti gli studi nel corso del tempo, inesorabile giudice delle azioni e dei comportamenti di coloro che, improvvidi e superficiali, politicamente parlando, hanno ridotto la Scuola nei suoi ordini di esistenza, non risparmiando anche gli istituti universitari.

Scuola di oggi! L’epidemia di questi mesi ha costretto l’istituzione scolastica a non essere più “la Scuola” e nemmeno quella che il filosofo Bobbio osava dire: “disciplina scolastica”. E aggiungeva con triste presagio: una scuola che declina sconforta l’avvenire dei giovani e rende uno Stato decadente. L’origine della decadenza scolastica risale, ed io personalmente l’ho vissuto, a quel fatidico sessantotto, a quella incontrollata ed incauta “rivoluzione studentesca” allorquando si mandarono all’assalto occupazionale degli Istituti scolastici gli allievi, infatuati da novelle ideologie, falsamente democratiche mentre erano solamente demagogiche.

Si doveva rinnovare la Scuola detta tradizionale, elitaria, non aperta a tutti; principio sacrosanto anche se alla cosiddetta scuola elitaria, (ed io ebbi tanti compagni al liceo “Archita”) andavano, con personale onore di studio, figli di famiglie non borghesi (come si diceva, ma di umile ed onesta vita sociale che oggi sono validissimi professionisti in più strati sociali). Ricordo che docenti e preside del liceo “Archita”, al suono di una campanella, furono messi fuori in maniera inurbana. E così fu in tanti Istituti Scolastici di Taranto e d’Italia. Quella “rivoluzione” in Francia durò due anni (De Gaulle rimandò tutti a scuola dicendo: “la ricreazione è finita”) da noi è durata decenni con danni che perdurano purtroppo, e che hanno sradicato e inaridito la funzione stessa del docente. Ad essa aderirono presidi e professori certi di un cambiamento scolastico ed educativo generazionale.

L’avversario era la riforma del filosofo Gentile; e come riformarla? Si pensò ad un altro filosofo, Marcuse, eretto a mito e con un libretto che veniva dalla Cina. Furono messi in atto nuovi programmi di studio, eliminando il meglio del passato, intramontabile perché sempre attuale, con decisioni ministeriali illogiche e alogiche che hanno sconvolto la regolarità ed essenzialità costruttiva degli studi soprattutto di media inferiore e superiore, sino ad arrivare, con proposte sconvolgenti e sconfortanti per il corpo docente, al farsesco o pinocchiesco esame di Stato e alla resa della stessa dignità del docente, umiliato moralmente ed economicamente e, per mancanza di concorsi, profugo, esule in altre regioni d’Italia, al fine di un posto di lavoro mal remunerato. La voce della Scuola entrò nel silenzio e qualcuno in alto loco disse che era improduttiva.

Una democrazia nella scuola, conseguenza di una vera “democrazia” nel paese, avrebbe comportato una visione e una programmazione nuove con aperture metodologiche e didattiche rinnovate che non togliessero il meglio della cultura e della didattica dell’insegnamento già in passato collaudato e non togliessero dignità a presidi e docenti attraverso leggi e leggine limitative del pur equanime “officium” di lavoro. E i fatti dirompenti furono non solo le mensili assemblee degli alunni sovente ridotte ad ore di svago collettivo e a mancanza di valide argomentazioni ma anche le riunioni d’Istituto, necessarie ad una intesa integrativa fra scuole e famiglie e, purtroppo, a volte, ridotte a riunioni conviviali o a mancanza di una collaborazione al fine di migliorare l’andamento scolastico. La scuola si frantumava nel mentre si accorpavano Istituti con Istituti con il vago titolo di “Comprensorio”.

E così la scuola italiana non è finita, peggiorava attraverso demagogiche inclinazioni che hanno esautorato e l’insegnamento dei docenti e lo stesso governo presidenziale con inutili relazioni e fuorvianti intendimenti. La scuola diventava in tal modo ideologicamente politicizzata laddove doveva essere libera e democraticamente dialettica. Risultato: una gioventù che ad oggi non trova lavoro, disoccupazione intellettuale, corpo docente limitato nel numero professionale e nella sua funzione pedagogica, presidi presi del tutto da burocratiche operazioni e da tempestive ordinanze ministeriali. Ed anni scolastici via col vento. L’epidemia è stata il colpo di maglio ma la luce della Scuola era già sotto il moggio.

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Occorre rifare la Scuola riportandola alla luce della sua vera essenza culturale e didattica: rinnovare il tessuto docente, programmazione stabilita da criteri di revisione interna che dia il merito al merito; ed infine ridare dignità al docente, serenità ai dirigenti scolastici, sicuro avvenire ai giovani. Tutto questo con Ministri della Pubblica Istruzione preparati e non ideologizzati, con meno atti burocratici inutili ed inopportuni e dare alla Scuola l’immagine di una Italia rinata proprio dalla Scuola ad un nuovo cammino con uomini di governo, ripeto, che alla vellutata e ben remunerata poltrona preferiscano il dovere e l’autorità delle competenze.

E coraggio di lavoro, mai conformismo culturale e politico nella Scuola. Ricordo quel monito di Quintiliano (Instu, 2, 2,8) “Praeceptores non corporis sed mentium parentes sunt”. Gli insegnanti non sono i genitori del corpo, lo sono delle menti. E il docente ritorni ad essere il docente stimato ed organico che non si debba di lui dire quello che il manzoniano Don Abbondio disse del filosofo Carneade: “Ma chi era costui?” Ben sapendo il docente che c’è un’avanzata tecnologica che sembra infinita e che deve saper coniugare con il sistema pedagogico e didattico di cui lui, e solo lui, è l’artefice.

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