25 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Settembre 2021 alle 07:15:05

foto di David Maria Turoldo
David Maria Turoldo

In occasione del Santo Natale mi viene sempre in mente una lirica dedicata a questa ricorrenza da David Maria Turoldo (1916 – 1992), presbitero, filosofo, teologo, poeta, antifascista, membro dell’Ordine dei servi di Maria. Figura di primo piano della Chiesa nella seconda metà del Novecento per il suo instancabile impegno in direzione del profondo rinnovamento sia negli uomini che nelle sue istituzioni, si spese con solerzia e continuità per l’attuazione degli ideali conciliari.

Fu anche un cittadino esemplare, che non mancò di prodigarsi in favore della cittadinanza e dei più deboli durante l’occupazione nazista della città di Milano, durante la quale le forze naziste potevano disporre a piacimento dei fascisti conniventi e proni al nemico. Furono venti mesi durissimi (1943- 1945), di deportazioni e di eccidi (nel database sulle stragi nazifasciste in Italia, risultato di una ricerca compiuta ad opera dell’Anpi e dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, gli episodi censiti per Milano e provincia sono più di 150), di scioperi (i più imponenti nel marzo 1944) e di azioni di resistenza (in cui persero la vita, tra gli altri, personaggi come Eugenio Curiel, Sergio Kasman e Mariolino Greppi, il figlio ventenne di Antonio, il futuro sindaco della Liberazione. Padre Turoldo collaborò attivamente con la resistenza antifascista creando e diffondendo dal suo convento, Santa Maria dei Servi in San Carlo al Corso, il periodico clandestino “l’Uomo”.

Il titolo testimonia la sua scelta dell’umano contro il disumano, perché, come sosteneva, «la realizzazione della propria umanità: questo è il solo scopo della vita». La sua militanza durò tutta la vita, interpretando il messaggio evangelico «essere nel mondo senza essere del mondo» come «un essere nel sistema senza essere del sistema». Un sacerdote scomodo In linea con queste scelte di fondo, fu sempre un sacerdote ‘scomodo’, aperto al dialogo e al confronto in maniera mai preconcetta per costruire un modello di società fondato sulla autentica fratellanza e sulla solidarietà. Importante e significativa fu la collaborazione da lui prestata a don Zeno Saltini, figura carismatica del cattolicesimo italiano, che portò avanti illuminati progetti di recupero sociale dei bambini poveri e abbandonati e assistiti con amorevolezza cristiana.

Alla base del progetto c’era un’idea diversa di famiglia, dove gli adulti, sposati e non sposati, fungono da genitori non soltanto dei propri ma anche dei figli altrui e le cosiddette “mamme di vocazione” rinunciano al matrimonio per vivere la maternità in totale castità. Nel 1947 don Zeno occupa con loro l’ex campo di concentramento di Fossoli, frazione di Carpi, per costruire la nuova città. Dove prima c’erano reticolati, sorge una nuova realtà. Lo scopo principale era quello di dare un’accoglienza ai tanti orfani di guerra, con un tipo di assistenza diverso dai tradizionali orfanotrofi, fondato sull’apporto delle “mamme di vocazione”.

Con la Chiesa post-conciliare Turoldo fu uno dei principali sostenitori del progetto di don Zeno Saltini noto con il nome di Nomadelfia, il villaggio nato per accogliere gli orfani di guerra «con la fraternità come unica legge» e si prodigò tantissimo nella raccolta dei fondi necessari presso la ricca borghesia milanese. A seguito di prese di posizione assunte da politici locali e da alcune autorità ecclesiastiche (mi pare di vedere in ciò delle affinità con la vicenda esistenziale e religiosa di don Milani), nel 1953 padre Turoldo dovette lasciare Milano e soggiornare in conventi dei Servi dell’Austria e della Baviera. Nel 1955 Turoldo venne assegnato dai superiori al convento della SS. Annunziata di Firenze e qui incontrò personalità affini al suo modo di sentire quali fra Giovanni Vannucci, padre Ernesto Balducci, il sindaco Giorgio La Pira e molti altri personaggi, impegnati nel processo di rinnovamento della società a tutti i livelli.

Ma anche da Firenze sarà costretto ad allontanarsi e a trascorrere un periodo di peregrinazioni all’estero. Solo nel 1961 poté rientrare in Italia e nel corso degli anni ’60 e‘70 non mancò di portare avanti progetti di nuove esperienze religiose, che videro il coinvolgimento attivo dei laici. Davvero esaltante la realizzazione della cosiddetta “Casa di Emmaus”, in un piccolo centro del bergamasco, Fontanella di Sotto il Monte Giovanni XXIII, che divenne punto di riferimento per molti protagonisti della storia culturale e civile italiana ed estera e per molte personalità del mondo ecclesiale e di altre confessioni cristiane. La fede e la poesia Ma il profilo di padre Turoldo sarebbe del tutto incompleto, se non accennassi alla sua statura di letterato e di poeta. Intanto, va ricordato che conseguì nel 1946 la laurea in filosofia con una tesi dal titolo “La fatica della ragione. Contributo per un’ontologia dell’uomo”, sotto la guida di Gustavo Bontadini.

Sia Bontadini che Carlo Bo gli offrirono l’incarico di assistente universitario, il primo presso la cattedra di Filosofia Teoretica a Milano, il secondo presso la cattedra di Letteratura all’università di Urbino. Ma la strada che doveva percorrere era un’altra, suggerita tra l’altro dalla sua vocazione religiosa. Fu autore di non pochi testi di poesia, di narrativa e di saggistica spirituale, che lo fecero conoscere a livello nazionale e lo imposero all’attenzione della migliore critica. Alla sua opera espressero convinti consensi, oltre a Carlo Bo, Andrea Zanzotto, Mario Luzi, Gianfranco Ravasi etc. Solo alcuni titoli di poesia: “Lungo i fiumi” (Milano 1987), “O sensi miei “(Poesie 1948 – 1988) con note introduttive di Andrea Zanzotto e Luciano Erba (Milano 1990) “La morte ha paura”, Servitium Ed. 1994 etc.

Di lui Carlo Bo ebbe a dire: «Ha avuto da Dio due doni: la fede e la poesia, e Dio, dandogli la fede, gli ha chiesto di cantarla ogni giorno». La sua è una poesia intensa, atipica ma coinvolgente, che coniuga la profonda fede religiosa con i valori più autentici della laicità. La coerenza con cui portò avanti le sue idee e la capacità di tradurle in una poesia vera e appassionata ne fanno un testimone singolare del nostro tempo, una voce profetica autentica, vero pellegrino (più controvoglia che per scelta), cantore delle Scritture (antidoto al veleno del potere e dell’egoismo) e della carità (da anteporre a leggi e compromessi), scrutatore attento dell’orizzonte del mondo.

***

Vieni, Signore

Vieni di notte,

ma nel nostro cuore è sempre notte:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni in silenzio,

noi non sappiamo più cosa dirci:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni in solitudine,

ma ognuno di noi è sempre più solo:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni, figlio della pace,

noi ignoriamo cosa sia la pace:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a liberarci,

noi siamo sempre più schiavi:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a consolarci,

noi siamo sempre più tristi:

e, dunque, vieni sempre, Signore.

Vieni a cercarci,

noi siamo sempre più perduti:

e, dunque, vieni sempre, Signore,

Vieni, Tu che ci ami:

nessuno è in comunione col fratello

se prima non è con Te, o Signore.

Noi siamo lontani, smarriti,

né sappiamo chi siamo, cosa vogliamo:

vieni, Signore,

vieni sempre, Signore.

(P. David Maria Turoldo)

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