17 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 17 Aprile 2021 alle 18:16:49

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Le nostre cose colorano l’identità sbiadita

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Le nostre cose colorano l’identità sbiadita

Innumerevole è la varietà di cose che satura la nostra esistenza quotidiana e attende, secondo i nostri interessi, di essere compresa. Abiti, ninnoli, attrezzi, utensili, giocattoli di quando eravamo bambini, e tante altre piccole cose sparse che esercitano un potere su di noi, che ci confermano e riportano i segni di chi siamo, di chi siamo stati.

Viviamo, ormai da quasi un anno, le nostre vite abbracciati dalle cose, da oggetti d’uso, di conoscenza, di desiderio: preziosi, sacri, libidici magici, ma anche nascosti, smarriti, inservibili. Quante, nel corso della nostra vita, riempiono le stanze e i luoghi che abitiamo fino a ispirarci talora un senso di eccesso e di quasi soffocamento. Eppure sono parte della nostra identità, contribuiscono a colorarla nel vuoto relazionale in cui siamo precipitati: ci dicono chi siamo. E chi vogliamo che gli altri pensino che siamo. Le loro vicende s’intrecciano.

L’io di ciascuno è nella mente, ma anche nel mondo intorno a noi, nelle tracce che ha lasciato sugli oggetti d’uso e sulle cose che sono state tramite di relazione tra noi e gli altri. Uomini, donne e esseri differenti di genere, giovani e anziani, hanno sempre cercato di avere più cose, se ne sono appassionati, le hanno riunite in collezioni, scelte alcune non altre per esprimere se stessi: avere è anche un modo di essere. Ciascuno di noi è riconoscibile nei tanti oggetti che possiede: sono rintracciabili sedimenti psichici della propria storia personale. Non poca parte della nostra esistenza ne è costituita. Le cose rappresentano nodi di relazione con la vita di ognuno di noi e quella degli altri,anelli di continuità tra generazioni, ponti che collegano storie individuali e collettive,raccordi con civiltà umane e natura. In questo tempo di amaro disincanto sono le prime a ricevere una premurosa attenzione, che per noi si configurano come doni. È un modo nuovo di guardare, puntando alla struttura ascosa delle cose stesse: ci si china ad ascoltarne la voce e lo si fa scrutando attentamente le parole che le punteggiano, le locuzioni che le tratteggiano, le metafore, le analogie e le immagini che le evocano. Ci inducono a innalzarci al di sopra dell’inconsistenza e della mediocrità in cui sembra in alcuni momenti di cadere se non investissimo in esse pensieri, affetti, progetti, fantasie.

Le cogliamo dall’ inesauribile nostro campo percettivo e le ritagliamo per mezzo delle forme suggerite dai nomi della nostra lingua, dalle nozioni acquisite, dalle nostre personali proiezioni. . Mettersi in ascolto delle storie che possono raccontarci, ricordarci delle persone che le hanno costruite, pulite,riparate, conservate,disposte secondo un ordine, che può essere quello di una collezione, quasi di un piccolo museo; di solito ci troviamo davanti a una Wunderkammer, a una collezione senza costrutto, eterogenea, talvolta slegata, priva di valore, talaltra addirittura di gusto. Tutte storie, però, che postulano l’ascolto fluttuante (termine così familiare,e necessario,agli psicoanalisti) che consente di cogliere il risuonare di voci, il dipanare di ricordi, il ridestare di emozioni. La storia personale di ognuno può essere densa di fratture, talvolta gravi. Allora le cose possedute, amate, oppure ricercate e fatte emergere dal passato, assumono un valore riparatore. Bere nella tazza preferita, riordinare la collezione delle monete, mettere al polso l’orologio del nonno finiscono per avere una funzione terapeutica. Storie, dunque, dell’immarcescibile vita delle cose che passiamo in rassegna con un filo di stupore. Tutte cose che con la storia di ciascuna ci aiutano a disegnare la nostra personalità e cosi contribuiscono, oggi più che mai, a darne consistenza.

Salvare pertanto gli oggetti dal loro uso puramente strumentale e talora dalla loro insignificanza può voler dire comprendere meglio noi stessi e le vicende in cui siamo inseriti. Le cose ci spingono a dare ascolto alla realtà, a farla entrare in noi aprendo le finestre del nostro io, così da areare una interiorità talora asfittica. Di ogni cosa considerata con attenzione possono allora diramarsi differenti percorsi di curiosità epistemica e molteplici sentieri di relazione affettiva. Per questo è bene che le conserviamo come i nostri segreti, come le zone biografiche nascoste, e solo nostre: teniamole all’ombra e riserviamole a pochi, soltanto a coloro nei quali è bello riconoscerci, ritrovare quello che siamo come in uno specchio.

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