15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 19:30:02

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“Il pittore”, storia di un colore e del suo senso di vivere

foto di Pablo Picasso - nella foto: “Autoritratto con una tavolozza”
Pablo Picasso - nella foto: “Autoritratto con una tavolozza”

Arrivò il Natale e col Natale la mia data di scadenza. Salutai tutti e mi recai alla stazione. La destinazione la decisero i pochi soldi che avevo. Non fece molte fermate quel treno e scesi sulla tavolozza di un pittore. Ero diventato un colore. Non so quale, non l’ho mai saputo. Ero impastato con altri colori. Ogni tanto una parte di me era utilizzata sulla tela del pittore. Non capivo di quale disegno facessi parte. Ero lì che aspettavo di essere adoperato ogni tanto. Di fronte avevo un pittore che mi utilizzava, non m’importava se fosse o no un grande pittore.

Non m’interessava sapere di far parte o meno di un quadro importante. Quel che mi addolorava era di sentirmi ridotto, ancora una volta, a cosa. Lo scopo di chi m’impiegava non coincideva con il mio. Il mio essere non era. Che m’importava del pittore. Del resto, lui era interessato a me? Per lui ero semplicemente un colore. Se la sua fosse stata passione o mania a me non sarebbe comunque importato. Il destino aveva deciso per me. Perché io dovevo essere il mezzo della sua ispirazione? E della mia ispirazione a qualcuno fregava? Che aspirazioni può avere un colore? Tavolozza, tela, occhi, questo è il tragitto della sua esistenza. Che spreco la creazione. Sì, ero invidioso del pittore della sua possibilità di creare, ma non ero io il meschino.

Meschino è il destino delle cose che attribuisce compiti ad alcuni e responsabilità ad altri. La creazione si basa sulla disuguaglianza. In fin dei conti ero condannato neanche a fare lo spettatore da uno squarcio di riva, no, ero spettatore di ciò che mi era di fronte senza sapere di quale insieme facessi parte. A che mi serviva sapere come fosse fatta la stanza del pittore se non riuscivo a capire di quale disegno facessi parte? Mi annoiavo da morire e mi annoiavo a vivere. Immobile e vuoto in quel tempo lento e stanco, nauseato! Nessun Dio da cercare, nessuna felicità da espiare. Chissà se Dio si era pentito di aver creato un mondo così malinconicamente mediocre. Di colpo una serie di domande:

– ma lo spettacolo qual è?
– Lo spettacolo dov’è?
– Era poi così importante sapere del quadro?

In fin dei conti Io ero ancora Io. Dovevo solo filtrare, vivere quell’esperienza. Non c’era un dove fuggire perché non sapevo veramente da cosa fuggire. Senza tralasciare il particolare che non sapevo, comunque, come fuggire. La vita continuava a essere la vita: una successione di eventi inspiegabili e, probabilmente, senza senso. Io cercavo un senso a tutto e questo cercare il senso della vita mi teneva in vita. Avevo perso la percezione del centro delle cose perché il centro non esiste. Le domande mettevano in moto il mio essere.

Cominciavo a sentirmi immagine oltre che colore. La noia non proveniva dalla ripetizione degli eventi, ma dal non aver trovato ancora il mio perché, che continuavo a cercare pur essendo quasi del tutto convinto che un perché di se stessi non c’è. Sapevo che così facendo prendevo coscienza del mio viaggio nella vita, della strada percorsa e mi rafforzavo per le tappe successive. Il quadro è il pittore, i colori, i segni e gli spettatori. Nonostante la noia ero comunque coinvolto con la mia storia. Una verità si delineava: avevo bisogno delle tempeste interiori per sentirmi vivo. Naufrago prima ancora di naufragare e salvo sull’onda più alta della tempesta.

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