20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 08:05:06

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Letterati ed intellettuali nel passato e nel presente

foto di Ugo Foscolo
Ugo Foscolo

Caro direttore, l’intervento di Piero Massafra di recente sul nostro Taranto BuonaSera, mi invita, e credo possa anche altri invitare, a qualche personale riflessione. Quel suo intervento l’ho pienamente letto e condiviso per la sua impostazione generale che, anche quando lo svolgimento del pensiero si è nutrito dentro la malinconica ironia o il sarcastico atteggiamento che è proprio della scrittura del prof. Massafra, e che quel pensiero rende, quale avvolgente “querelle”, di poter anche pensare alla fine di un intellettuale, è proprio allora che quell’intellettuale esce dal guscio del suo essere un letterato “entro riposte piume” e si consegna alla battaglia politica onde il suo tempo si avvale e si considera. E l’ironia è la maturità del nostro pensiero e della nostra discrezione.

E qui Massafra ha ragione. Ed è qui che mi rifaccio a quel solare libro del mio maestro pisano Luigi Russo, dal titolo: “Il tramonto del letterato” (Laterza, Bari, 1960) nel quale ci sono precisi concetti, storicamente parlando, di come un letterato, uscendo dalla malattia del suo conformismo, dalla tabe del suo ossequio al politico del tempo, per tal via, diventa “un eretico” come Russo definisce chi vuole rinascere sotto nuove forme ed essere, lui, da letterato divenuto intellettuale, che finalmente può dire la sua in una organica voce fuori o contro la consueta atmosfera del suo tempo storico e sociale. Codesto è per Russo, e direi per noi tutti, l’intellettuale; è colui che esce allo scoperto e denuncia, secondo il suo pensiero, fatti e nefasti del politico vigente.

L’intellettuale è un lottatore, spesso solitario; il letterato è un signore dal quieto vivere che, come un Vincenzo Monti, si riposa dietro sereni quadri pensando a tradurre la sua “Odissea”, mentre un Foscolo prende la via dell’esilio per essere più tenace nel suo gesto a rinnegare coloro che il suo tempo governarono. Stranieri o non stranieri che fossero. Moravia, nel suo “L’uomo come fine” si trova costretto a constatare che c’è un divario tra l’ambizione letteraria dello scrittore e quella intellettuale. Scrive: “Gli scrittori italiani non sono abbastanza intellettuali. Gli intellettuali hanno fornito dei maestri, i letterati mai”. E qui Moravia si rifaceva al “tramonto del letterato” del Russo, già pubblicato, nel volume “L’elogio della polemica”. Nel letterato, tanto Russo quanto Moravia, (ed altri tuttavia) riconoscevano mancanza di coerenza, conformismo, camaleontismo, nell’intellettuale una indipendenza morale ed una coerenza di principi mediante i quali anche la civiltà letteraria aveva avuto il suo progresso etico-sociale.Si chiudeva l’epoca di un Monti o di un Metastasio (per ricordare uomini del passato) e si aprivano epoche di un Foscolo, di un Carducci, per arrivare al Croce e al Gramsci che testimonia, con il suo martirio, la fede nei valori positivi della democrazia popolare contro ogni regime tirannico.

E quel letterato che crede di essere un intellettuale affiancandosi al tenore politico del signore del tempo, diventa ancor più un letterato conformista e compiacente. Caro direttore, tutti quei letterati che, venendo fuori dal partito fascista, credendosi intellettuali, si affiancarono supinamente al partito trionfante nel loro tempo, non furono intellettuali, ma letterati di un’altra ideologia e quindi, ripeto, non intellettuali. Vile è l’uomo di cultura che si vende per amore di carrierismo o di posizione sociale ed economica al politico del suo tempo: intellettuale sarà colui che coerente con il suo pensiero e con la sua critica, combatte l’avverso pensiero legato al tenace potere o alla ancora più tenace ambizione di potere. L’intellettuale potrà anche allinearsi a chi saggiamente governa e predilige sacrosanti concetti di elevazione sociale e politica del suo popolo; allora sarà guida e maestro agli uomini del suo tempo; e non ci sarà contrasto fra politica e morale, o meglio fra guida politica e virtù etiche e le sue virtù saranno un tutt’uno con quelle civiche e sociali.

Tuttavia l’intellettuale che si unisce al politico per cambiare l’uomo politico e, purtroppo, non vi riesce, ha prodotto un suo significativo atto che potrà essere di esempio ad altri. E l’esempio, in questo frangente, è un faro di luce che illumina la via anche se quella via attualmente è ancora contorta e buia. L’intellettuale rimane nel tempo, il letterato rimane se rimane solo nella Storia della letteratura. È tutto!

1 Commento
  1. Massimo 3 mesi ago
    Reply

    Più che un commento, una precisazione: Monti non tradusse l’Odissea – che fu tradotta dal Pindemonte – ma l’Iliade.

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