21 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Settembre 2021 alle 06:50:00

Cronaca News

I fatti di Capodanno, salviamo quel ragazzino

foto di Il ragazzino con la pistola
Il ragazzino con la pistola

Agli elettrodomestici lanciati dal balcone, diciamocelo pure, eravamo abituati. La novità di quest’anno è che il lancio è stato immortalato con il video autoprodotto dai protagonisti della bravata e orgogliosamente dagli stessi messo in rete, a disposizione di tutto il pubblico delle chat e dei social.

Qui – lo dice Gianni Florido nella sua nota che pubblichiamo nelle pagine di Agorà – è un problema di senso civico inesistente e c’è sicuramente bisogno di imbastire un programma concreto di rieducazione che non sia tuttavia dissociata dalla repressione, strumento primo da attuare verso questi comportamenti. Anche perché a sconcertare è proprio l’ostentazione di questi gesti, il divulgarli impunemente nella certezza di aver compiuto un atto di cui compiacersi e dei quali – si ritiene erroneamente – nessuno andrà a chiedere conto. Quindi, far sentire la presenza dello Stato – come è avvenuto con l’immediata individuazione e la denuncia dei responsabili – è il primo passo da compiere per far comprendere a questi campioni dell’inciviltà che esiste un vivere civile da rispettare sempre e comunque e che a certe norme non si può sfuggire se non a prezzo di pesanti sanzioni.

È anche il modo più veloce per tentare di rendere questi soggetti consapevoli della stupidità dei propri comportamenti che loro stessi hanno reso di dominio pubblico. Lo sconcerto più profondo lo ha tuttavia destato il video del bambino che impugna la pistola e spara. La mimica è impressionante: il gesto plastico di afferrare l’arma a due mani, puntare come se si volesse prendere la mira contro qualcuno e fare fuoco. In quella agghiacciante sequenza c’è tutta la scioccante emulazione di modelli di malavita, aggravata dalle parole che hanno preceduto gli spari. Nei volgarissimi e rabbiosi insulti che quel bambino indirizza al presidente del consiglio Giuseppe Conte c’è tutto il disprezzo per le istituzioni e per le regole dello Stato, c’è tutta la spavalderia di chi, già da piccolo, ritiene che lo sprezzo di ogni forma di legalità sia la strada per affermare la propria volontà ed esaltare la propria esistenza. Piccoli boss crescono, verrebbe da dire.

Ma quel bambino non è un boss, è vittima di una subcultura che va estirpata senza esitazione, anche se attraverso un lungo lavoro di recupero sociale e culturale che costerà tempo e fatica. Quel bambino va salvato. Quel bambino ha il diritto di conoscere altri stili di vita, ha il diritto di confrontarsi con altri modelli culturali, ha il diritto di sapere che esiste un mondo completamente diverso da quello nel quale finora è vissuto, ha il diritto di sapere che non ci sono solo i bulletti di quartiere che vivono nella sfida quotidiana di imporre la legge del più forte.

Ha il diritto di sapere che lo studio può essere ancora uno strumento di evoluzione sociale, oltre che interiore Certo, la scuola oggi fatica molto ad affermare la propria autorevolezza, schiacciata da anni di scelte politiche confuse, spesso deleterie, e da un corpo docente nel quale – in un Paese disperatamente povero di buon lavoro – ormai non è semplice veder prevalere la componente “missionaria” di consapevolezza del proprio ruolo su quella legata alla mera preoccupazione di assicurarsi il cosiddetto “posto fisso”. Per questo e altri motivi la scuola da sola non può farcela ad affrontare e risolvere situazioni di questo tipo, soprattutto in una provincia, come questa, afflitta dagli sconfortanti e impressionanti dati sulla dispersione scolastica. C’è urgente bisogno di un lavoro più profondo, che chiami in causa una politica capace di esprimere indirizzi lungimiranti che vadano oltre la ricerca del consenso immediato. Se ci si ferma alle sanzioni si è compiuto solo il primo e non risolutivo passo.

C’è urgenza di coinvolgere servizi sociali, scuole, parrocchie e tutte le possibili agenzie educative nella costruzione di efficaci laboratori di quartiere, dove bambini e ragazzi possano essere messi a contatto con mondi e modelli radicalmente diversi da quelli nei quali è immersa la loro quotidiana vita familiare. È lì, in quei laboratori, che questi ragazzini devono poter apprendere che impugnare una penna per scrivere una poesia, un pennello per dipingere o un plettro per suonare una chitarra può essere molto più appagante che impugnare una pistola la notte di capodanno. Questo è il lavoro della politica: scardinare certi devastanti pilastri subculturali per favorire l’emancipazione di un popolo, di una comunità. È il suo senso più profondo, il suo compito più difficile e, forse proprio per questo, oggi così poco praticato da chi, in questo Paese, ha la responsabilità della cosa pubblica.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

1 Commento
  1. Natalia Cardetta 9 mesi ago
    Reply

    Smettiamola di dire che la colpa è della scuola. Purtroppo è la famiglia che gioca il ruolo primario ed è responsabile della educazione dei figli. Bisogna prima rieducare i genitori … forse qualcosa cambierebbe!

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