26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

Cultura News

Letture per dare vita al nostro spirito

foto di “Voglia di libri”, di Mario Andreose
“Voglia di libri”, di Mario Andreose

Parliamo di tre libri, non solo nuovi, ma davvero degni per chi ha passione per la lettura. “Voglia di libri”, di Mario Andreose (La Nave di Teseo), “Le migliaia di pagine di libri che hanno intessuto la mia vita”, lo vedrei così un sottotitolo per questo saggio che si legge come un romanzo, sapiente e intrigante racconto di un uomo di talento, Mario Andreose, che dalla provinciale (!?) Venezia raggiunge Milano per legare tutta sua vita con la carta stampata. Produce testi d’ogni tipo, dalla saggistica alla letteratura, dalla filosofia alla scienza, dalla manualistica al libro d’élite. Non c’è campo che non abbia praticato. Così questo libro è il riepilogo del suo lavoro.

Andreose principia con un doveroso grazie a li suoi maggiori, i suoi grandi maestri; e quelli che lo hanno affiancato con i loro doni di alta qualità culturale: Alberto Mondadori, Giacomo Debenedetti, Enzo Paci, Erich Linder, Valentino Bompiani, Alberto Moravia, Umberto Eco (del quale è più giovane di appena due anni), Leonardo Sciascia, Maria Corti, Giovanni Reale. La sua vicenda comincia con Mondadori, correttore di bozze negli anni del piombo, quello della linotype. Da quel momento l’avventura si dipana in numerosi salti di quota, cioè continue promozioni in case editrici dove la sua esperienza di operatore, organizzatore, conoscitore di quello che oggi è il marketing si fa sempre sentire. Un esempio il suo passaggio alla Fabbri (divenuta di Agnelli), e la nascita per suo mezzo di una fortunata serie di testi scolastici.

Non li aveva praticati ma accoglie la proposta per fare una scommessa con se stesso. Andreose è di quelli che sanno benissimo che i libri sono una merce, una merce particolare, e lo dimostra nella ricerca della qualità. Assoluto primato di queste pagine è la tanta letteratura, nazionale ed internazionale, passata per le sue mani; vicende dense di riflessioni su valori e significati delle opere e sulla vita delle idee. La sua sensibilità tiene compresenti il valore dell’opera e la statura degli scrittori. E, poi, ecco l’editoria che è anche fatta di capacità di indagine, di contatti interpersonali, di savoir faire, per un continuo equilibrio nell’operare fra talenti, navigando nelle proposte inseguendo il successo.

Il curriculum di una vita, aiuto redattore, redattore capo, manager a tutto campo, direttore editoriale, presidente della riuscitissima casa editrice La Nave di Teseo, fondata con Umberto Eco ed Elisabetta Sgarbi. Traduttore di testi importanti, ed i tantissimi impegni di curatele, alcune monumentali. Il libro è ricco di aneddoti dell’affascinante mondo degli scrittori, poeti, saggisti (italiani e stranieri) e conduce il lettore a sentirsi frequentatore di scrittori che ha amato attraverso le loro opere. Ritrova pregi, difetti, caratteri, bizze, serietà, timidezze e sicumere, una pioggia di autori, come T. S. Eliot, Steinbebeck, Bellow, Tondelli, de Chirico, Kandisnskij, Klee pittori-scrittori, Pagliarani, Sanguineti, Guglielmi, Eco, che si ritrova in non pochi capitoli, Arbasino, Pasolini, Moravia, Parise, Gadda, Lévi-Strauss, e ci femiamo qui, sono centinaia e più. Appassionanti sono poi le notizie della partecipazione di Andreose alle Fiere internazionali dei libri, in giro per il mondo, a organizzare. Anche a prendersi grandi soddisfazioni: forse la maggiore quando, come dice testualmente, diventa “l’uomo più ricercato del pianeta. Perché è a lui che devono ricorrere le case editrici “estere” se vogliono pubblicare “Il nome della rosa”. Ma la scorrevole narrazione va molto oltre gli aneddoti: è la densa cultura dell’autore, che il lettore troverà.

Un libro di uno scrittore giovane, di questa generazione. Domenico Burzo, su Pavel Florenskij: “La conversione di un uomo moderno”. Sottotitolo: “Pavel Florenskij e il sentiero dell’esperienza religiosa”, edito da Mimesis. Un gigante del pensiero, una cultura che percorreva molti campi dello scibile, da quelli scientifici a quelli della poesia e della musica: Florenskij fu matematico, fisico, ingegnere, epistemologo, filosofo, teologo, conoscitore delle arti, studioso di archeologia e di musica, semiotico; e conosceva diverse lingue orientali ed europee, leggeva e scriveva l’ebraico ed il greco antichi, ed il latino, senza bisogno del vocabolario. Un genio, giustamente è chiamato il Leonardo russo. Nella pregevole prefazione Lubomir Zak – della Pontificia Università Lateranense – spiega che Burzo si è concentrato sul “come” della conversione religiosa di Florenskij, sulla “modalità” del suo accadere; ed il giovane studioso ha il dono di gettare lo sguardo verso il centro, “in medias res”. Mostrando i fuochi dell’ellisse del pensiero di Florenskij: una conoscenza innata pre/concettuale e pre/verbale che consente la capacità di entrar empaticamente nel “sacro”; e l’idea ontologica delle parole dell’apostolo Paolo “in Lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”, che cioè “tutto ciò che esiste è mantenuto nell’essere, da un’unica radice, una luce vivificante che rifranta in infiniti raggi, promana dal Creatore” Il volume è ricco di riferimenti storici e della biografia del filosofo. Il testo è filosofia pura, spiegata con rigore. L’autore avverte che in Florenskij c’è un cuore cherubico, una personalità di un cuore che ha fatto i conti con il mondo e con la storia. Punto focale della sua filosofia la sua esperienza di conversione: nella conversione possiamo scorgere una grande risposta alle ristrettezza della mentalità moderna.

Si ha l’impressione che Florenskij abbia osservato un altro mondo, un’altra società rispetto alla nostra; un’impressione non vera perché Florenskij ha vissuto ed è stato capace di entrare nelle misteriose caverne dei fenomeni e del quotidiano, ed ogni volta di cogliere le radici del reale, l’arché, con una visione sinottica della totalità. La sua infanzia fu una continua percezione di meraviglia, di potenza che vibra “in una perfetta consonanza armonica con la natura e l’essenza dell’essere”. La bellezza della natura è per lui quella che trepida di fronte ad un mistero che si compie. Il giovanissimo Florenskij sa già il mistero della natura, la conseguenza è volerla seguire. Come ad esempio di fronte al mare, con il quale aveva un rapporto carnale, sentiva il mare sulla pelle, faccia a faccia con l’amata eternità della natura. Aggiungeremmo qui che il piccolo Florenskij ha una capacità eidetetica, com’è per l’infanzia. Ma anche una “coscienza eidetica”, cosa che alla normalità dei bambini è impossibile.

“Miracolo” del vissuto concreto della meraviglia, nella misura in cui è condiviso e non semplicemente ripetuto. La volontà dei genitori lo consegnerà pesantemente agli apprendimenti scientifici e razionalistici per contrastare il suo avvertire prepotente il fascino del mistero. favola, magia, religioso (favorita anche dalla frequentazione di una giovane zia). La sua adolescenza si trovò in un dualismo del quale ebbe piena coscienza. La sua scelta fu presto l’idealismo. Un “idealismo concreto”, tuttavia, quindi una forma d’idealismo che è un sì alla vita dell’essere vivente, la manifestazione più evidente dell’idea contro quel parassita che è lo scetticismo. Il sì alla vita rende possibile la conoscenza integrale che non può non realizzarsi che attraverso il simbolo. Per tutta la vita, diceva Florenskij, “ho pensato ad una sola cosa, al rapporto con il simbolo”. La conoscenza integrale che vuole la verità vuol dire quindi conoscenza del simbolo, che ci ricorda che c’è qualcosa sotto la superficie: è la bocca della caverna di Platone. Dal simbolo discendono tante possibilità gnoseologiche e religiose. Nel simbolo c’è una forma di conoscenza di amore per il significato, per cui il nostro corpo potremmo chiamarlo anima, perché non c’è differenza, distinzione tra simboleggiato e simboleggiante.

Dio è presente nel nome di Dio per cui la preghiera che invoca Dio non è “un nome” ma “Dio è nel nome”. Da qui deriva in Florenskij la sua antropodicea. La tematica del simbolo porta rapidamente al culto: il luogo in cui il simbolo realizza pienamente la propria natura: la filosofia del culto, un altro capolavoro di Florenskij. Il culto è l’origine dell’esperienza religiosa, è la soglia tra l’al di qua e l’al di là. Non c’è esperienza religiosa nella quale non ci sia il culto. Una finestra che si apre sul mondo metafisico. Va visto dall’alto verso in basso, ma anche dal basso verso l’alto, come un gesto e attività dell’uomo. Culto è cultura, quindi energia di ogni cosa, energia divina. Messaggio conclusivo di Florenskij, volendolo sintetizzare in una formula, è che tutto passa ma tutto rimane, niente svanisce ma si conserva. Ciò che ha valore rimane anche se smettiamo di percepirlo. Tutte le grandi imprese, anche se tutti avessero dimenticato, in qualche maniera restano e danno i loro frutti se abbiamo viva la sensazione della sua eternità. Risiedere nell’eternità è il cuore della speranza: una grande lezione, di questa grande mente, di questo grande uomo. Un genio che aveva già dato grandi prove di sé e poteva avere tutto dalla vita e invece si fa prete e va nella direzione opposta.

Decide di scendere di status sociale, sostiene con fermezza la sua convinzione religiosa, patisce carcere e gulag (che potrebbe evitare ma rifiuta di farlo) per permettere agli altri di poter intravvedere la luce della verità e della libertà. Accoglie la morte. Florenskij, un gigante. Ben chiarito, con il suo pensiero religioso, in questo libro assai convincente. Un piccolo grande libro è questo Pasolini, “Il mio calcio”, edito da Garzanti nella collana proprio intitolata come il nostro incipit: “i piccoli grandi libri”. Lo attendevano da anni i tanti lettori di Pasolini, ma soprattutto gli appassionati delle nazionali poeti e scrittori, ispirate tutte dalla passione (e dalla iniziativa) del poeta di Casarsa o, se vogliamo, citato nella contro copertina, del celebre romanzo “Ragazzi di vita”. Che poi non era altro che il lungo racconto “Terracina” che chi scrive sdoganò nel 1992, diffondendolo nell’omonima cittadina laziale (che lo ringraziò con un ricordevole convegno). Fu l’unico grazie visto che gli editori che subito si tuffarono e lo pubblicarono, dimenticarono di farlo: è la vita, ragazzi! Alcuni capitoli sono di mano di Pasolini, già pubblicati o inediti, più qualche intervista (l’ultima gli venne pubblicata postuma, dopo la tragedia della sua morte). Se la formazione degli scrittori, che giocò contro la rappresentativa della borgata romana Donna Olimpia, è Bassani, Cancogni, Garboli, Sermonti, Giagni, Cibotto, Pasolini … la gloria a questo libro è assicurata. Firmato da Costanzo, il 23 marzo del 1956 su “Paese sera” racconta l’evento, ma senza citarli tutti ed undici, i calciatori. Inserisce alcune sue domande al poeta-scrittore-regista.

E le risposte: che è tifoso del Bologna perché ci è nato, che va a Roma a vedere le partite perché è un gioco (fa anche bene al fisico ed allo spirito), che gli intellettuali e le classi dirigenti farebbero bene a interessarsene. Sono concetti che se non di Pasolini nessuno troverebbe né originali né interessanti, lo conferma anche Gabriele Romagnoli nella bene informata prefazione. Ripartita in quattro paragrafi (Un uomo solo in campo / L’immarcabile anima del calcio / Fenomenologia del campione /Io so, io prevedo) non solo descrivono, ma interpretano il personaggio con una lettura che va ben oltre il football. Tra i capitoli direttamente di Pier Paolo c’è “Reportage sul Dio”. Forse dei più pasoliniani. “Dio” naturalmente qui non ci porta nella religione ma indica il migliore dei calciatori, che viene inventato, rintracciato perché abbia successo e porti con sé tutto un mondo di corte dei miracoli o comunque di approfittatori del suo ruolo del campione.

Dai presidenti interessati a successi politici, alle ragazze che si getteranno tra le sue braccia nella speranza di “arrivare” alla notorietà e forse alla ricchezza, e cortei di tifosi, ecc. L’invenzione del grande calciatore (se non finisce nella polvere) potrebbe anche scegliersi un esito positivo: “Io finirei qui, Non giocherei sulla caducità della gloria, lascerei Juanito sulla vetta. L’amore della Dea, l’amicizia del figlio del Presidente. Nell’illusione che tutto ciò gli spetti, che sia duraturo (…)”. I capitoli sono otto, compreso ”Er morto puzzerà tutta la settimana”. Buona lettura.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche