15 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 19:30:02

foto di fra Antonio Salinaro
fra Antonio Salinaro

A vederlo ispira immediatamente simpatia, anche se quella foltissima capigliatura da band anni Settanta ti stupisce subito. Ma poi ti rendi conto che anche quella è un segno visibile, una impronta di una sua dimensione umana che, nata da un passato di difficoltà e dolore è diventata uno stimolo per chi gli sta vicino. Lo abbiamo conosciuto in tanti, nei suoi anni tarantini, fra’ Antonio Salinaro, il frate minore che potevi trovare nella parrocchia di San Pasquale, in corso Umberto e che nei suoi anni di servizio è diventato un punto di riferimento per molti, anche da punto di vista culturale o per quel processo che, qualche anno fa, chiamavamo inculturazione della fede.

Come dimenticare l’inaugurazione de Museo parrocchiale, al cui allestimento ha lavorato convintamente assieme a fra Francesco Zecca e ai confratelli? Da poco più di un anno frate Antonio è in Lombardia nella provincia di Pavia, arrivato qui, per la verità, per curare il tumore che gli era stato diagnosticato e che, nonostante tutto, non gli ha tolto l’entusiasmo e la gioia che lo contraddistinguono. Ebbene, anche lì, a San Martino Siccomario dove presta servizio nella parrocchia, dove lo ha voluto il vescovo di Vigevano, Maurizio Gervasoni, dopo una prima esperienza in una parrocchia periferica, quella di Suardi, in cui si trova una casa famiglia per minorenni soli, frate Antonio è già diventato un punto di coagulo, soprattutto per i giovani e la sua vita, il suo burrascoso passato travasato in una vita di fede, sono un esempio per molti. Al punto che un regista, Pino Lenti, ha girato un film sulla sua vita: “Dal nero al marrone”, che dovremmo vedere al cinema nel corso dell’anno.

Lenti ha raccontato la sua storia in un film che mostra, come spiega bene il titolo, il suo passaggio dal nero della gioventù da incubo, fatta di violenza e abusi, al marrone del saio francescano. A Taranto è nato nel 1969 da Maria Grazia, ragazza madre che vive a Lama, che lo ha seguito e amato pur nelle sua solitudine. Che è stata, ce lo confessa lo stesso frate Antonio, determinante nella sua conversione, dopo essere stata per anni anche vittima dei suoi maltrattamenti, soprattutto quando era finito nel tunnel della droga. Gli abbiamo chiesto cosa ha provato a sentirsi improvvisamente oggetto di tanta attenzione. «Beh! È un po’ strano che una notizia apparsa improvvisamente faccia nascere tante attenzioni, ma per il resto la mia vita è sempre la stessa. Sempre rivolta al servizio».

Chi ti ha conosciuto, negli anni della tua gioventù difficile e nei primi anni di servizio a San Pasquale, conosce molto bene la tua storia, una vita complicata, negli anni della scuola non proprio esaltanti, poi col l’espulsione dalla Marina, nella quale ti eri arruolato con tanto entusiasmo, dopo che eri sprofondato nella droga, gli anni in cui la tossicodipendenza ti faceva essere violento anche con tua madre, nel tentativo fallito di aprire una cartoleria con le violenze subite da parte di balordi, e poi la solitudine, la depressione… fino allo scoperta di Dio. Com’è avvenuta? «Tutto è cominciato un giorno che sono entrato in in una chiesa, una sera in cui avevo deciso di farla finita».

«Mi sono confessato con un giovane sacerdote, mio coetaneo, che non si è scomposto nel trovarmi di fronte: capelli lunghi, orecchini, abiti trasandati». «Lì è scattato qualcosa, ma devo anche dire che il conforto di mia madre non mi aveva mai abbandonato». È nata lì anche la tua vocazione? «E’ iniziato lì un lungo percorso di ricerca e di lavoro, conclusosi con l’ingresso tra i francescani nel 1997. Tredici anni dopo ha preso i voti, nel frattempo sono riuscito a diplomarmi, a laurearmi in teologia e a seguire un master». La tua testimonianza è diventata un messaggio di speranza in giro per le scuole d’Italia e in qualche programma televisivo. La prima parrocchia dove hai prestato servizio era San Pasquale Baylon, nella sua Taranto, in cui si sono avvicinati tanti ragazzi con un passato paragonabile al tuo. Tutti ancora ti ricordano con grande affetto e stima. Non pochi ti rimpiangono.

«Noi siamo frati e dobbiamo essere costantemente in movimento. Non ci radichiamo ma portiamo dappertutto il nostro messaggio, la nostra stessa vita. È questa la nostra peculiarità». Ma è vero che al Nord le gente non va in chiesa e che soprattutto i giovani sono lontani e indifferenti alla fede? «Ma no! Io ho trovato tanta partecipazione». «La gente è uguale dappertutto. Sa essere accogliente e disponibile e anche in un piccolo paese si può trovare tanta partecipazione e si riesce a stare insieme. Quanto a giovani, hanno tutti gli stessi problemi, le stesse ansie e, in questo periodo, hanno tutti un gran bisogno di lavoro e di tranquillità. Anche da queste parti». Cosa ti manca di Taranto? «Il mare. Chi ci è nato a due passi ne sente sempre la mancanza!!».

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