16 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 16 Settembre 2021 alle 07:10:41

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L’Accademia della Crusca, Dante Alighieri e la civiltà delle lettere

foto di Francesco Sabatini
Francesco Sabatini

Caro direttore,
ci sono momenti della vita che fermano, anche per un attimo, il tempo. Mi è giunta graditissima e imprevista una copia anastatica della “Divina Commedia” rivolta a migliore lezione dagli Accademici della Crusca, in Firenze, per Domenico Manzani (1595) con licenza de’ Superiori. La copia porta la data dell’Accademia della Crusca e Loescher editore, Torino, Firenze, 2012. Il voluminoso volume di quasi seicento pagine, al di là della stesura completa delle cantiche dantesche, riviste e corrette nel testo consegnato da altre fonti e registri del Trecento e del Quattrocento, porta una “Premessa” di Nicoletta Maraschio, presidente dell’Accademia, del professore Francesco Sabatini, presidente onorario, e di Domenico De Martino.

Mi fermerò sullo scritto del professore Sabatini: “Una lettura di Dante Alighieri perenne e sempre viva” nel mentre, per spazio giornalistico, tralascio la “premessa” della Maraschio e l’intervento del De Martino, interessante studio sugli Accademici della Crusca tra “Vocabolario e lingua dantesca” lezione, direi, insostituibile perché confronta l’edizione della “Commedia” rivolta a miglior lezione pubblicata dagli Accademici della Crusca nel 1595 anche in prospettiva del loro “Vocabolario” che apparve in prima impressione nel 1612. Studio, questo del De Martino, di ordinamento e di conservazione e di interpretazione dei materiali conservativi nell’Archivio storico dell’Accademia prodotto da Severina Parodi (1925-2003) alla quale oggi quell’Archivio è intitolato. Ma, caro direttore, torno alla fitta precisa, storicamente e culturalmente parlando, lezione del prof. Sabatini e del perché una “lettura” di Dante Alighieri è lezione perenne e sempre nuova.

Lo studio del Sabatini è preceduto da una chiarificatrice premessa: “Quando è veramente grande, un’opera d’arte è una fonte inesauribile di significati, tanto che si può definire ogni secolo in base al particolar modo in cui è interpretata la ‘Commedia’. C’è da chiedersi quale sia il nostro modo, a pochi anni dal settimo centenario della morte del poeta”. Il lavoro del prof. Sabatini è dal decennio tuttavia che precede la ricorrenza di grandissimo rilievo nazionale ed internazionale del 700esimo anno della morte di Dante.

L’anno dantesco è ormai giunto a noi e lo studio dell’Accademico Sabatini è più che mai attuale. Scrive: “Ogni opera vive del dialogo fra autore e lettore, di ciò che entrambi vi immettono attraverso il loro contratto, anche se delinea la forza che il primo le ha impresso”. Da qui si parte e da qui si giunge a quella perenne e sempre nuova “lectura” che Dante offre al lettore; “lectura” che, quindi, diventa una delle più alte e profonde lezioni di vita che mai siano uscite dalla mente umana. Dante rinasce a vita nuova, dopo la parziale oblivione della sua massima opera nel seicento e settecento, ai contatti vivi e veri di forma politica e sociale dell’Ottocento. Primamente c’è Vico e, per quella forza emotiva e caratteriale, l’Alfieri, ma è con Foscolo, Mazzini e Rossetti che Dante, la sua opera, il suo “iter biografico”, prende la forma d’essere di una comunità nazionale. In questa prospettiva, fornita di molte quinte laterali, l’intera opera di Dante risultava e risulta più centrale e proteiforme; di qui lo scavo costante linguistico, la scoperta di nuovi codici e nuovi commenti del poema, la sempre più affermazione ed intesa fra studiosi di un nuovo vocabolario non solo dantesco, ma italiano del quale Bruno Migliorini fu l’artefice di una tale e tanta opera nel 1960.

Molte scelte linguistiche dantesche, al di là e al di sopra della lingua, un tempo “vulgare” ed oggi nazionale, sono entrate nell’uso etimologico e glottologico comune, persino la parola “quisquilia” che, latinamente, indicava “impurità, immondizia” è diventata “mille milia”, locuzione che, nel nostro linguaggio , ha dato il nome ad una famosa competizione automobilistica. “Quisquilia” che Dante rima con “mille milia”. Ma Dante con il suo poema ha dato luogo e vita culturale, a cominciare dal Boccaccio, a letture dantesche interpretate da gloriosi attori quale sugli altri Vittorio Sermonti. Ma, continua Sabatini, non dimentichiamo Ruggiero Ruggieri, Romolo Valli, Carmelo Bene, Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman ed infine Roberto Benigni.

Non sono venute meno le cosiddette “animazioni” mediante illustri interpreti di teatro e non sono mancate le interpretazioni pittoriche e grafiche in tutti i tempi, né si dimenticano le tavole grafiche del Dorè, né, vicini alla nostra epoca quelle su tela di Guttuso, Dalì, Cossu, Savinio. Caro direttore, la “lettura” del prof Sabatini, pone infine l’accento su quel valore eterno della lingua di Dante, che nei secoli, “stravince su di noi” e ci possiede irresistibilmente: e noi lottiamo con Dante nel vincere il male della vita, ieri come oggi, come sempre per giungere, scrive l’autore, all’ultimo verso del poema: “Dieci parole (articoli compresi) che hanno suggellato l’infinito amore di Dio verso l’uomo, termine primo ed ultimo del suo completo atto creativo. Nell’uomo si è incarnato, nell’infinito che diventa finito; Io sono la via, la verità e la vita. Dante è presente, di una presenza ideale e concreta, quale una forza dell’immagine creatrice che scuote gli ignavi, mortifica i pavidi, condanna i falsi cristiani, annulla le supremazie e le prepotenze di chi si sente artefice di qualcosa, che è poi il nulla.

Dante, oggi più che mai, in questa scriteriata patria nostra, epidemica e politicamente confusa ed incerta del suo futuro, proprio Dante dovrà idealmente e fortemente venirci incontro ed essere per noi tutti la guida, la sola guida, per superare la “oscura selva” del momento. Un risorgimento nuovo, una novella rinascita

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