22 Gennaio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Gennaio 2021 alle 15:25:57

La scuola ai tempi del covid
La scuola ai tempi del covid

Il giorno 5 gennaio, vigilia dell’Epifania, le famiglie italiane e le varie categorie del personale docente della scuola erano in vigile attesa delle direttive che avrebbero dovuto regolare la ripresa dell’attività scolastica dopo le vacanze natalizie, mentre il maledetto Covid 19, sempre in agguato, aleggiava sulla nazione come un maledetto incubo. I protagonisti confermati agivano secondo il noto codice binario: in primo piano il governo e le regioni; in secondo la DID e la DAD (Didattica Digitale Integrata e Didattica A Distanza); in terzo la dirigenza scolastica e le famiglie; in quarto la scuola media di primo grado e la scuola media di secondo grado; in quinto il personale docente di ruolo e quello ‘precario’, buon ultimo perché relegato da sempre in fondo a tutte le classifiche e con diritto di parola mai veramente esercitato.

Risultato? Chi diceva una cosa e chi un’altra mentre i vari ‘tam tam’ si inseguivano sui cellulari creando panico e disinformazione. In sede di competenze il governo, dopo una riunione di alquante ore, emanava il suo editto: si torna a scuola il 7 gennaio, anzi no l’11, anzi probabilmente il 15 se si potrà. Sempre in sede di competenze, in serata si esprimeva il Presidente della Puglia attraverso una dettagliatissima ordinanza articolata in una ventina (!) di ‘Visto’, ‘Vista’ e ‘Visti’, in nove ‘Considerato che’, in quattro ‘Rilevato che’ e in ben 4 commi finali; il tutto per stabilire che, data la situazione e le raccomandazioni contenute nelle decine di decreti governativi precedenti, si doveva adottare intanto la massima flessibilità possibile per la didattica nella scuola media di primo grado, il che significava che infine a decidere fra la didattica integrata e quella a distanza sarebbero state le famiglie degli alunni, libere di scegliere ‘optando’ con dichiarazione scritta, inviata al dirigente scolastico, il quale in ultima istanza avrebbe potuto concedersi il diritto di organizzare le attività, previa riunione online con il consiglio di Istituto, sulla base delle effettive esigenze in materia di utilizzo dei laboratori (fuori uso nel settanta per cento degli edfici) e degli altri mezzi didattici presenti nella struttura e finalizzati anche all’istruzione degli alunni diversamente abili.

Dunque: una tale evidente farragine informativa, cui fin qui ha fatto da corredo il contorto linguaggio della burocrazia politico-amministrativa, ancora attardata dal perpetuarsi dello stile (!) delle celebri “gride” di manzoniana memoria, non può che nuocere all’efficienza dell’istituzione scolastica, sempre più ingessata da pregiudizi ideologici, da ritardi tecnologici, da una catena decisionale frastagliata e imbevuta di divieti di ogni sorta, da impedimenti interamministrativi che ne rallentano l’operatività. Alla base di tale farragine vanno individuate le tradizionali carenze strutturali che riguardano l’efficienza di attrezzature, gli spazi didattici e il personale specializzato di supporto, ma soprattutto va riconsiderato sul piano politico-sindacale l’impiego tutt’altro che equo e razionale del personale insegnante etichettato come ‘precario’ ormai da decenni, ma che da sempre si qualifica pure come ‘viaggiante’ o ‘pendolare’ o ‘fuori sede’ e sostiene un po’ dovunque in Italia l’impegno di educare i nostri ragazzi a crescere in scienza e coscienza.

Categoria, questa, divisa a sua volta in sottocategorie contraddistinte dalle più o meno affollate ‘graduatorie’ che popolano l’universo docente e che scorrono con una lentezza quasi pari ai tempi delle ere geologiche. Esse rassomigliano ad una specie di moderna ‘corte dei miracoli’, in cui però albergano molto spesso figure professionali di grande dignità e adeguata preparazione, che per i più diversi motivi non sono riuscite ad emergere dalle secche di aggiornamenti, qualificazioni, abilitazioni, concorsi ecc. e navigano a vista nella speranza che il legislatore, le organizzazioni sindacali e le rappresentanze di categoria riescano a trarle dalla fossa degli sconosciuti, garantendo loro una qualche forma di stabilizzazione nel segno del riconoscimento dei loro decenni di lavoro.

A nulla è valso finora il duplice appello all’adozione di ben due direttive dell’Unione Europea che hanno sancito l’obbligo di assunzione, dopo tre anni di servizio, di tutti coloro che hanno prestato la loro opera nelle varie amministrazioni. Malgrado le procedure di infrazione promosse anche per altri settori lavorativi, lo Stato italiano continua ad ignorare le direttive europee e a mandare avanti non un sistema efficace di formazione interna della docenza ‘instabile’ ma il macchinoso (e dispendioso) sistema di reclutamento nei ruoli che mantiene inalterata, per tempi biblici e metodi di esecuzione, la condizione di ‘sfruttati’ per centinaia di migliaia di insegnanti. Se costoro devono superare defatiganti procedure, aggravate anche dal contemporaneo dilagare oggi della pandemia (domani non si sa) che complica ulteriormente la loro organizzazione razionale e li condanna ad attese debilitanti che esse si concludano in tempi accettabili, quale senso morale ha il nicchiare dello Stato che comunque li ha utilizzati, pur senza i vari titoli, come docenti a tutti gli effetti per tanti anni e continua a richiedere per loro il conseguimento di abilitazioni già meritate operando? Il ‘precariato’ non può essere una condanna a vita, un marchio infamante per negare dignità alla più necessaria (una volta si diceva nobile) delle prestazioni d’opera. Si rifletta poi (pare che non ve ne sia gran voglia perché il problema è veramente spinoso) sulla crescita esponenziale della popolazione scolastica bisognosa del cosiddetto ‘sostegno’: trattasi di intere legioni di allievi suddivisi per categorie clinico-psicologiche e affidati, come va e come viene, alle cure di insegnanti che provengono da studi e formazioni generiche e ‘nominati eccentricamente’ per affiancamenti casuali che spesso provocano svantaggi più che vantaggi per il recupero dei ragazzi, poiché privi di specializzazioni nonché spesso di quella attitudine e sensibilità necessarie ai singoli diversissimi casi da trattare.

La realtà della scuola italiana è davvero preoccupante perché drammatica e perché si articola in aree e sottoaree cui mancano efficaci controlli e progetti di pertinente sistemazione delle situazioni di crisi più allarmanti: si pensi al crescente aumento dei casi di autismo nel nostro paese che comporterebbe la necessità di trattamenti ad hoc, dato che non c’è un solo caso uguale all’altro e mancano strategie specifiche per l’organizzazione delle competenze o lo sviluppo di preparazioni adeguate. Ma si sa che la fretta di provvedere purchessia al reclutamento (sempre ad anno scolastico abbondantemente iniziato!) di figure necessarie come il pane, genera diffuso malcontento tra le famiglie interessate, al parere delle quali troppo spesso si fa ricorso quasi che lo scarico delle responsabilità sia una strada percorribile per la soluzione di problemi che l’emergenza (come oggi quella del covid ) rende particolarmente urgenti e delicati: si veda come sul territorio siano state le famiglie a decidere fra la scelta della DID o quella della DAD per la ripresa delle lezioni dopo la sosta natalizia, per cui tra scuole medie di primo e secondo grado, e non solo in Puglia ovviamente, potranno verificarsi sbilanciamenti didattici ben al di là dell’ormai troppo discussa quota del 50 per cento e del succedersi dei turni, di difficile praticabilità.

No, così non va bene, la scuola ha bisogno di disciplina certa ad ogni livello e di decisioni funzionali al miglior rendimento di tutte le sue componenti, senza equivoci deleteri fra democrazia partecipata e sfilacciamenti per comportamento anarcoide. Forse è il caso, come sostiene il collega-filosofo prof. Galimberti, che si riconsideri il ruolo consentito alle famiglie nella gestione di certi meccanismi scolastici che apparentemente sembrano garantire funzionamenti democratici, ma che ormai troppo spesso ingenerano confusione e prevalenza di interessi egoistici. Più in generale la scuola ha bisogno di una strategia globale, non di tattiche affidate di volta in volta all’inventiva (!) di questo o quel ministro e a decisioni che, dietro la pretesa di risolvere i vuoti più gravi della legislazione creatisi nel corso di decenni con parziali riforme di facciata e di consenso, si limitano a provvedimenti detti urgenti come gli ingestibili ‘concorsoni’ o nuove selezioni abilitanti o scivolamenti di graduatorie che attendono inutilmente di esaurirsi.

Intanto nessuno si chiede se la formazione dei giovani sia garantita da una didattica all’altezza delle sempre più incalzanti esigenze della modernità; nessuna forma di verifica sul campo per esprimere un equo giudizio circa le capacità docenti di aggiornarsi efficacemente rinsanguando gli anemici percorsi indicati dai programmi e le modalità di trasmissione del ‘sapere’, da cui infine dipendono le personali sorti dell’apprendimento giovanile. Oggi più che mai la scuola del nostro paese ha bisogno di chi guidi l’opera di rinnovamento attraverso il lavoro di una snella supercommissione di esperti che rifondi totalmente il protocollo generale nei principi, negli obbiettivi, nelle determinazioni applicative dei metodi e dei mezzi. Aspettiamo, fiduciosi, che il pressapochismo di pochi, la politica in primis, non vanifichi il fattivo impegno di molti che lavorano per una scuola finalmente all’altezza del suo nome, un tempo apprezzata in Europa e oltreoceano, oggi purtroppo data in forte ritardo.

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