11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

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Le vendette e gli intrighi della politica ricordano “Un ballo in maschera”

foto di Giuseppe Verdi
Giuseppe Verdi

Caro direttore,
la nostra politica mi ricorda non tanto la guicciardiniana “discrezione” o quel “particulare” che tanto piacque e dispiacque gli storici e politici del passato; e neppure le “maschere” della animata “Commedia dell’Arte”; no, caro direttore, la nostra politica da tempo mi ricorda, anzi mi porta, a quel “ballo in maschera” verdiano dove gli attori protagonisti (cantanti s’intende) attraverso la maschera, che non era quella anti epidemia attuale, aprivano il carnevale delle loro ascose vendette e dei loro malcelati intrighi. Sotto quella maschera non mancavano cospiratori, falsi amici, pugnalatori dal mascherato sorriso. Ora, direttore, la nostra politica è nel segno di un drammatico “ballo in maschera” ma senza “la poesia della musica”; è un giro ipocrita di mascherata fra così chiamati amici e cosiddetti avversari di partito o, quel che è più incoerente, fra disposti ad una “poltrona” visibile o invisibile, e senza dubbio nel campo stabilito di una fallace politica. Che il popolo sa, ben anche sa nulla più esso conta. Sopporta sotto la forza della stessa sopportazione.

L’epidemia c’è tuttora e sulla epidemia le forze politiche vivono i loro giorni necessariamente convinti che nulla potrà essere più realtà che, proprio durante l’assalto del male, l’amico di ieri è diventato l’avversario del momento; e dove la ferma intenzione di non lasciare una poltrona produce l’inesorabile convinzione di essere fuori da ogni comprensione ideologica nel mentre avanza la confusione e il disordine morale. E non manca in prima fila chi è uscito fuori di partito e ne ha abbracciato altro nel convincimento di prolungare l’attesa di una forma politica conseguenza del suo politico salto. E il “ballo in maschera” continua e il guelfo di ieri (perché i guelfi sotto altro nome ci sono) combatte con il ghibellino di ieri e di oggi nel mentre il popolo che quel guelfo e quel ghibellino ha votato assiste ad un continuo disfacimento della politica democratica.

E siamo arrivati, nel mentre invochiamo, anche per via cattolica, l’Unità di una Patria che si chiama Italia, allo svilimento etico e morale ed anche religioso di una contestualità senza respiro e senza futura certezza. Il popolo è stanco, umiliato non solo dalla precipitata pandemia, ma di continui voltagabbana di rito; e c’è chi “gentilmente” sbraita e c’è chi animosamente prepara nuove, anche mediatiche, intese e ricevimenti di preparati consensi. Ne vien fuori una decadente visione della nostra civiltà e società e in tale boscaglia, e lo si vede di continuo, non mancano i falchi e i corvi della politica e in tale aspetto non più democratico la lotta è alla supremazia politica acquisita in breve tempo e desiderata per lungo tempo.

E il popolo costretto a vivere e a non operare dietro i colori di uno stato regionale in atto, vive la sua pallida, per tanti, esistenza nel mentre altri guardano con volpina attenzione alla “mascherata” in atto e in efficienza. E mi sovvengono, ora, i versi che sono di Antonio Somma del “Ballo in maschera” verdiano. Ed è Riccardo, governatore di Boston, che canta: “Tra la folla de’ creduli ognuno / S’abbandoni e folleggi con me”.

Tutti noi, caro direttore, per codesti nostri politici, folleggiamo; nella follia è il progresso delle anime sacre all’antica bacchica divinità che aveva grappoli d’uva alla testa e foglie larghe sempre verdi alle tempie. E dal suo cielo pagano sorride; e sorride sotto i nuovi folti baffi il filosofo tedesco Nietzsche, italianamente chiamato “Nicce”. È suo l’ “Ecce Homo” del Novecento; o “l’uomo finito” di Papini? Considerate voi, cari lettori, quale delle due opere è più vicina alla nostra svilita democrazia.

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