20 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 20 Aprile 2021 alle 20:01:12

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Nel settecentenario del Sommo Poeta, no all’italiano populista

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Emoticon

È strisciante l’idea, in questa fase difficile che tutti stiamo vivendo, che un regime più autoritario di quello democratico, quale è il nostro, potrebbe essere accettato, in particolare da una fetta non secondaria di individui. Per costoro il nuovo nemico è la «società aperta», vista come minaccia, a cui contrappongono società chiuse dove si costruiscono non solo barriere e muri fisici ma anche steccati ideologici e etnici, promettendo un ritorno al passato, mitizzato e rassicurante, fatto di ordine, sicurezze sociali e famiglie tradizionali.

Così come non è difficile avvertire che esiste un’interrogazione occulta sul valore della democrazia: occorre riprendere, e con urgenza, una narrazione che affronti i problemi di trasparenza e di organizzazione dei sistemi democratici. La riduzione dello spazio concettuale della politica determina conseguentemente, e non ultima, una contrazione del suo linguaggio. Pervasivo è un degrado generalizzato dei livelli del discorso (parlato e scritto): il termine, “moderazione” è un vizio morale da correggere perché sinonimo di debolezza, “compromesso” uguale a “inciucio”, “mediazione” impronunciabile. Premiate invece le espressioni “spettacolarizzazione dell’intransigenza”, “trionfo del protagonismo”, “durezza verbale”. Il mito della disintermediazione ha portato con sé il rifiuto di ruoli e di competenze istituzionali, e fatto credere che chiarezza e trasparenza si dovessero tradurre in un drastico abbassamento dei registri linguistici.

Al logos si preferisce il logo; ai discorsi i brand. In un’epoca che, per l’esaurimento delle narrazioni ideologiche, si propone come post-ideologica a dominare il discorso politico è un linguaggio sincopato, refrattario al ragionamento: non testi argomentati bensì emologismi. Le emozioni si sostituiscono alle idee; parole, frasi, formule funzionano come emoticon o emoji: un linguaggio infantile che, rinunciando a interpretare la realtà, la semplifica in una serie di disegnini stilizzati. Chi scrive si sente come sollevato di fatto da ogni responsabilità: la voce che parla nelle sue pagine non è propriamente la sua, ma un falsetto d’invenzione, perché «L’Io è un altro», come già sapeva Arthur Rimbaud. Le opinioni, più faziose e sciocche, difatti sono presentate come se fossero una corrente di pensiero filosofico. Siamo oltre il “facilese” di Beniamino Placido: verso il cazzeggio comunicativo delle chat. Né è il “politichese” (parlo meglio di te), ma addirittura c’è il “gentese” (parlo come te). Il cittadino anziché riflettere su i problemi, si riflette su: è replicante.

Anziché esprimere un’opinione, la insegue come gregario con i “like”. Più che attestare una storia, affoga nella cronaca. Siamo nella bubble democracy! In questo habitat prospera l’italiano populista, con la sua popolarità ostentata, orgogliosamente becera (fin dai primi vagiti “vaffa”): lo sdoganamento di un linguaggio che nessuno più frequentava. Punta tutto sul turpiloquio, sull’anacoluto, sul congiuntivo sbagliato, sull’inglese maccheronico: sul grammaticalmente (e politicamente) scorretto. Le stesse forze estranee alle suggestioni dell’antisistema tendono a combattere i populismi emergenti con armi non troppo diverse rispetto ai loro antagonisti. A imperversare è, di conseguenza, il pensiero pre-politico. E la lingua che lo veicola, più che una antilingua à la Calvino, è una vetero lingua: rozza, semplicistica, aggressiva. Una lingua che più che mirare al progresso vorrebbe farci regredire, riportandoci agli istinti e alle pulsioni primarie. È come se la politica imponesse e rendesse «virale», quello stile ad effetto, tutto proclami e sorrisi posticci, poco compatibile con una lungimirante cultura di governo della società aperta.

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