29 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 11:54:00

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Il guardare come via per conoscere la vita

foto di Alessandro D’Avenia
Alessandro D’Avenia

L’appello (Mondadori, Milano 2020) è il nuovo romanzo di Alessandro D’Avenia che ha per tema la scuola. Si racconta la storia di un professore cieco e dei suoi dieci alunni (la Quinta D) che arriva al momento giusto: al tempo della scuola “da remoto” che è una forma di rimozione sia mentale sia reale dell’antica scholé, del tempo liberato dalle fatiche, che è forse la fatica di introdurre continuamente alla vita. Inizia con un insegnante, supplente di scienze, di nome Omero (in greco significa “colui che non vede”), che entra in classe e guarda la classe come nessuno mai. La nostra civiltà non è forse iniziata proprio con un cieco che guardava ciò che gli altri vedevano soltanto?

Da qui la sua didattica con le parole di Alessandro D’Avenia: «Le lezioni non sono tragitti di metropolitana, obbligati, ma passeggiate in montagna in cui ci si ferma quando si vuole,a riposarsi,a guardare il panorama, a toccare un pianta, a osservare un volatile» (L’appello, 2020). Se ciò non accade, le molteplici potenzialità cognitive dell’alunno non sono sollecitate che in scarsissima misura: tendono piuttosto a deprimersi e a logorarsi nella mera fatica del vedere dati, nozioni, tutti elementi che preparano sia al disgusto e alla riottosità, sia a quel concettualismo degradato di cui mi ha parlato in una amabile conversazione privata Raffaele La Capria, decano degli scrittori italiani, nella splendida casa nel novembre del 2017 (di cui aveva parlato nel suo libro, La mosca nella bottiglia. Elogio del senso comune, Rizzoli, Milano1964). Dunque: bisogna rilanciare, a scuola, il “guardare”.

Talora è un modo nuovo di vedere, un aprire gli occhi, quasi spalancarli, per vedere di più. Allora si fa osservare, che è seguire con cura, e dunque esaminare e rilevare. Ecco il guardare costituirsi come intrusione nel mondo visto: non per perderlo ma per meglio illuminarlo con una luce nuova, quella dei propri occhi. Non affetti però – si badi – da scotoma. Talaltra è un semplice mirare, quel guardare intorno con compiacimento, con le sue connesse declinazioni in ammirare, strabiliare, provare meraviglia. È il guardare come via e modo per conoscere la vita in cui si vive. Compito educativo è attrezzare la mente contro le percezioni logore, le cristallizzazioni concettuali, contro le verità preconcette, e oggi, più che mai, contro le “fake news” (l’ultima: i “novax“ !), che minacciano di privare la persona dell’ autonomia, impoverendone il potere del pensare personale. La scuola deve evitare di trasmettere un sapere stantio e promuovere piuttosto le qualità interpretative dei e delle giovani nei riguardi del mondo reale.

Kant è icastico: «Osa pensare! Abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza!»(1784). La libertà di pensare costituisce l’unico tesoro rimastoci in mezzo a non poche imposizioni sociali. E non solo: ci sono ancora altre “finestre” del guardare. C’è il guardare e l’ammirarsi, fino al meravigliarsi, preparatorio al chiudere gli “occhi per riflettere”, considerare epperciò contemplare. E soprattutto per guardarsi dentro! È considerare il guardare come via per conoscere-se-stessi: una traiettoria che parte dal vedere naïf e si muove verso il guardare come ricerca e anche come tensione verso il senso dell’esistere. E ancora: le ulteriori elaborazioni del fantasticare, del sognare aocchi-aperti. E l’immaginare. Finisco con una calda raccomandazione : non dimenticare mai di evitare la scotomizzazione di tanti poveri che ci chiedono aiuto. Primi fra tutti quelli che ci aspettano fuori dei negozi alimentari: li vediamo, ma non li guardiamo!

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