11 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 11 Aprile 2021 alle 17:10:34

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La singolare bellezza della poesia di Giosi Lippolis

foto di Giosi Lippolis
Giosi Lippolis

Taranto è una città strana! Rimpiange sempre i tesori che avrebbe voluto, recrimina per le cose che pretendeva, esalta valori e cose di poco conto, o personaggi scontati che non hanno certo bisogno della sua vetrina per essere in vista, ma in genere dimentica i suoi veri tesori, tra i quali i figli che si è lasciata sfuggire e non ha saputo riconoscere. Non ha voluto ritrovare. Era nato da questa consapevolezza, nelle pagine del “Corriere del giorno”, l’idea di un Museo dei tarantini illustri.

Ma intanto proviamo a ricordarne un altro, anzi: un’altra, dopo aver ricordato, nei mesi scorsi, poeti di grande spessore come Cosimo Ortesta (premio Viareggio per la poesia), Giovanna Sicari, tra le maggiori poetesse italiane, e Pasquale Pinto, amato da Caproni, da Spagnoletti e da Alda Marini ma non dai suoi concittadini. Parliamo oggi di Giosi Lippolis, scrittrice, poetessa e giornalista nata a Ginosa, ma vissuta anche a Taranto, prima di trasferirsi in America e poi definitivamente a Roma. A lei è dedicato un mio saggio apparso nel quarto volume di “Secolo donna”, l’importante collana delle edizioni Macabor, la cui copertina è dedicata a Maria Grazia Calandrone, poetessa italiana a tutti nota. È una strana avventura, quella umana e letteraria di Giosi Lippolis. Così densa di significati che si dovrebbe immaginare icona universale. Soprattutto se esiste una poesia al femminile.

La persecuzione fascista, la difficile strada dell’emigrazione, la discriminazione religiosa, la marginalità sociale e letteraria del Sud, e poi la difficoltà di emergere per le donne che negli anni del dopoguerra si dedicavano alla letteratura: dovrebbero bastare queste tracce a incuriosire generazioni di critici e letterati se non ci fosse, al di sopra di tutto, una poesia di singolare bellezza. Tutto le meriterebbe un posto di primo piano nel panorama letterario ancor più se ci si ricorda, come dovrebbero fare gli inghiottitori di libri e classifiche, che un suo romanzo, “La porta accanto”, scelto da Walter Mauro, entrò nella cinquina dello Strega e tra i finalisti del Viareggio nel 1974. E che fu autorevole collaboratrice di periodici come “Amica” e di riviste letterarie come “La Fiera Letteraria”.

A Giosi, la cui fede profonda che l’accomunava all’amatissimo padre, giovane pastore protestante spentosi ancora giovane proprio in conseguenza delle persecuzioni fasciste, le diede certamente altri sbocchi umani di senso. La modernità dei suoi versi, già a partire dagli anni del Dopoguerra, assieme alla sapidità delle sue provocazioni, alla densità delle sue riflessioni sulla morte, sul sesso, su Dio, sulla vita, hanno ancora da insegnarci qualcosa. “Scrive come scriverebbe una delle eroine di Graham Greene o di François Mauriac. Con la stesa vertigine del peccato”, scrive di lei Prezzolini, che fu suo grande estimatore, ma io proporrei un parallelo con la poetessa americana Sylvia Plath (“ci sono amori senza paradiso”) e ancora prima di lei Emily Dickinson, che forse lesse nei suoi anni americani o, da oriunda di ritorno, in Italia.

Per quanto mi riguarda, le sue poesie le scoprii tempo fa, sfogliando la collezione della “Voce del popolo”, dove comparivano, di tanto in tanto, soprattutto nelle edizioni degli anni Cinquanta. In assenza di internet, e scomparsi i redattori del tempo, non mi riuscì di sapere molto. Da una poesia del 1952 capì che era nata a Ginosa (lo stesso paese di un altro poeta e giornalista: Luciano Luisi, ultranovantenne ancora attivo). Solo più tardi potei rintracciare i suoi scritti, il suo romanzo autobiografico del 2000: “Getta il tuo pane sulle acque” e soprattutto il citato capolavoro del 1973. Ma chi era Giosi Lippolis? Nacque nel 1923. Suo padre era un pastore evangelico che, controcorrente anche nelle migrazioni, era tornato con la giovane moglie, un’americana di origini calabresi, dall’America alla nativa Puglia. Trascorse l’infanzia tra Palermo e Ginosa in condizioni spesso misere, talora semiclandestine, a causa dell’ostilità del fascismo alla missione paterna sia per l’anticonformismo della famiglia. Quindi si trasferì a Taranto, dove rimase fino alla fine della guerra. Poi, morto il padre in conseguenza delle ripetute violenze fasciste, il resto della famiglia emigrò gradualmente negli Stati Uniti.

Stabilitasi a Philadelphia e poi New York dove, dopo vari lavori, si dedicò all’insegnamento nell’Istituto Italiano di Cultura, a partire dal 1955 strinse una sincera amicizia con Dylan Thomas e Giuseppe Prezzolini, che nel 1959 presentò al pubblico con una delle sue rare prefazioni le poesie di È il tempo una speranza che cammina (Guanda). Dagli Stati Uniti avviò poi una fitta attività di corrispondente con “La Nazione”, “Il Mattino” e con le riviste “Il mondo”, “Amica”, “Tempo presente” e “La fiera letteraria”, “Nuova Antologia”, “Il Caffè” e, come detto, la “Voce del popolo”.

Nel 1961 sposò John Maloney, scrittore irlandese, che morirà solo sette anni dopo. Tornò in Italia stabilendosi a Roma e alternando lunghi periodi negli Stati Uniti. Dagli anni Ottanta collaborò anche con Radio Tre a varie emittenti private. Come tutti i letterati e le persone sensibili, Giosi porta dentro di sé la sua terra d’origine, la cui dimensione culturale viva anche nel rapporto che ebbe con il grande poeta visivo Lamberto Pignotti che con Michele Perfetti, altro grande pugliese, vissuto per anni a Taranto, fu tra i protagonisti del Gruppo 70. Nei suoi scritti e nelle sue poesie, l’autrice si rivela donna di grande fascino intellettuale, di incredibile autenticità che, in quegli anni difficili di metà ‘900, dovette risultare esplosiva per il mondo culturale dell’epoca.

“La conoscenza di questa donna – è il commento persino sconcertante di Prezzolini – è stata per me uno dei doni che la sorte manda per rendere la vita meno intollerabile. Tutte le volte che ho letto o riletto i suoi versi, che così fedelmente la rappresentano, ho sentito di trovarmi di fronte a quel che è l’accento della poesia, di cui conosco tante definizioni che mi lasciano insoddisfatto ma il brivido della quale non mi ha quasi mai ingannato. In quel piccolo ma profondo dominio che si è creato, la Lippolis si esprime con sicurezza. Il suo linguaggio è un miracolo, se si considerano i pericoli che ha corso nella sua formazione; non è meridionalistico, non è italcafonico, non è giornalistico……”. Il commento entusiastico di Prezzolini si deve spiegare con lo sconcerto, che egli stesso ammette, di fronte alla capacità di creare metafore che non sono solo rappresentazioni letterarie e immaginifiche ma sono sintesi di senso aforistico.

Poesia erotica, nel senso più autentico, è la sua, che descrive senza finzioni l’entità del desiderio, del piacere e poi della sua mancanza, nell’assenza angosciosa della persona amata e del vuoto lasciato. Rari esempi in quella che era stata fino ad allora, in Italia, la poesia delle donne, che sembrano rimandare, forse, ai versi passionali di Sibilla Aleramo. E poi ci sono i suoi versi sull’emigrazione, che potremmo considerare di nuova attualità, poiché possono spiegare, attraverso, il passato anche l’eterno presente, di tanti che, in ogni momento in ogni epoca, sono costretti ad andare via o …a venire tra noi: il dramma di dover ricominciare una vita il cui passato rimane appeso in un luogo mnemonico che è solo, drammaticamente, intimo. No. Non l’impudicizia della carne ci danna. Essa è innocente perché vera. Ma il dotto meretricio dello spirito esercitato sopra i marciapiedi delle parole, delle teorie, ci degrada. Ci nega alla passione, alla lotta, alle perdite, al riscatto. Dissangua, goccia dopo goccia, l’alveo dell’amore che, oscenamente esposto, ancora, eternamente, è crocifisso.

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Amo i tre gesti tuoi che ci completano presenti l’uno all’altro. Tu padrone. Ti chini sul mio corpo, a te mi premi, la mia bocca respiri nella tua. Sei vivo, sei potente, sei felice. Ma dopo questo ogni minuto è mio.

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Gli emigranti sono membra tronche, ignude, tremanti di vergogna, sangue a grumi, contro l’ultimo cielo della patria. Come la fame e la speranza, lenta, la nave scioglie voti e attaccamenti. Crocifissa è la vita, contro il segno aguzzo e ignobile del passaporto. Incerta e odiata la resurrezione. E il cuore, zolla della nostra terra, ci abbandona. Agonizza sopra il molo, solo contro l’inesorabile orizzonte.

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Sbarco d New York, in un qualunque giorno. Il porto è una voragine d’ecclissi che inghiotte il cielo a fiotti di vapore e l’acqua è abisso denso solo d’echi migrati anch’essi ed ancorati all’onde. Anime trasmigranti disumana una fantasmagorica corrente di scontri senza incontri, arsi residui d’immobili naufragi rassegnati. Voci e suoni d’incrociano, battute di dialoghi intensi, disperati. Qualcuno grida, c’è chi ride e piange. Qualcuno, disperatamente, tace. Di speranza e di schianti popolata l’aria martella, pazza di distanze, e l’universo è turgido d’assenze. I ricordi stupiscono e sgomentano come la morte ad un sopravvissuto. Volgono assidui gli attimi, oltre un tempo ed una vita che non sono più. Nulla è passato, ed il presente è un vuoto com’era il caos prima del creato. Tutto qui è vero, tranne la clemenza di Dio. Qui l’uomo è veramente solo con la sua morte e la sua resurrezione.

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