19 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Aprile 2021 alle 07:17:57

Cronaca News

Ripartire dall’entusiasmo ricucendo le fratture

Una veduta aerea del Ponte Girevole
Una veduta aerea del Ponte Girevole

Ci avevamo creduto, ci avevamo sperato. È andata diversamente da come avremmo voluto. Taranto non sarà la Capitale Italiana della Cultura per il 2022, la giuria ha preferito Procida tra le dieci finaliste. Possiamo dire che è andata male? No, affatto. Perché intorno a questa candidatura si è alimentato un entusiasmo che in città non si percepiva da tempo, da anni. Questa è probabilmente la risorsa immateriale più preziosa messa in luce in questo concorso, una risorsa che sarebbe delittuoso dissipare lasciandosi vincere dallo scoramento per non avercela fatta a guadagnare la prima posizione. Ha detto bene il ministro Franceschini: anche il solo fatto di essere in finale è un titolo che merita di essere valorizzato.

E Taranto questo deve fare: valorizzare quel che di buono ha prodotto e può ancora produrre questo percorso. Vincere avrebbe dato alla città e a tutto il territorio tarantino uno slancio psicologico e morale utile per uscire progressivamente da quella immagine di città martoriata che abbiamo seminato in questi anni, non di rado con una certa dose di autolesionismo. Ecco: Taranto deve uscire dalla logica di città che vuole essere commiserata, che prova a suscitare compassione, a strappare lacrime e a elemosinare risarcimento per le ferite che purtroppo ci portiamo dentro. Dobbiamo invece saperci porre con autorevolezza ai tavoli delle negoziazioni, lavorare con energia e coraggio per costruire una prospettiva che regali alle nuove generazioni una città dove si possa tornare a sorridere. I giovani della Taranto di oggi non hanno conosciuto quella Taranto sorridente degli anni ’60 e ’70, quella Taranto che era una delle città più importanti del Mezzogiorno e dell’intero Paese, con un tasso di crescita e sviluppo oggi neanche lontanamente immaginabile.

Quella era una Taranto accogliente, straordinario laboratorio di integrazione fra genti di differente provenienza culturale: in quegli anni abbiamo accolto la ricchezza di tradizioni e culture provenienti da tutto il Sud e anche oltre, invertendo una tendenza atavica: non si fuggiva da Taranto per lavorare altrove, ma si veniva a Taranto per lavorare. Migliaia di famiglie intrapresero in quegli anni il viaggio verso Taranto e fu proprio in quegli anni – aspetto oggi colpevolmente sottaciuto – che tanti figli di operai poterono istruirsi a livello universitario dando senso e concretezza alla funzione del cosiddetto ascensore sociale. Taranto in quella fase visse uno sviluppo tanto entusiasmante quanto probabilmente al di sopra della propria capacità di gestione della complessità che l’industrializzazione andava generando. Certo, con tutte le gravi distorsioni del caso.

Due su tutte: la sottovalutazione della questione ambientale e la caotica espansione urbanistica. Oggi con quella storia bisogna fare i conti in modo oggettivo, accettandone le ferite con l’obiettivo di sanarle senza tuttavia scadere in quel negazionismo piuttosto superficiale e divisivo che tenta di cancellare anche gli aspetti positivi che pure hanno contribuito a fare di Taranto una città, esattamente come era accaduto a fine Ottocento con l’insediamento dell’Arsenale, primo decisivo impulso allo sviluppo che tuttavia già allora portava con sé pesanti effetti collaterali sia dal punto di vista ambientale (i danni causati al Mar Piccolo) che sanitari (su tutti, le patologie per esposizione all’amianto di cui sono rimaste vittime decine e decine di operai).

Proprio oggi sul nostro giornale, nelle pagine di Agorà, apriamo una riflessione su ciò che è stato il Novecento per Taranto, una riflessione che vuole essere un contributo per un giudizio più equilibrato sulla nostra storia recente, perché senza la ricerca di un equilibrio nell’analisi storica si rischia di non ricucire le divisioni che hanno lacerato la città in questi anni. E Taranto ha bisogno di ritrovarsi intorno ad obiettivi comuni, non di esasperare le già profonde fratture. Un esempio: due opere giustamente celebrate in questi mesi, la riscoperta Concattedrale e la rinnovata Biblioteca Acclavio, sono l’espressione plastica di ciò che è stata Taranto negli anni della grande espansione degli anni ‘70, sia dal punto di vista artistico-culturale (l’opera di Gio Ponti) che da quello urbanistico-architettonico (la Bestat dell’architetto Luigi Piccinato), esempi che dovrebbero indurci ad una più pacata riflessione su quel che sono stati il Novecento e l’industrializzazione per Taranto.

Adesso, però, dopo le lacrime, è arrivato il momento di tornare a costruire una città sorridente. Lo dobbiamo ai nostri figli, purtroppo nati e cresciuti in una città cupa, colma di mestizia e appunto ferita da lacerazioni sociali senza precedenti. C’è da costruire una città fondata senz’altro su altri paradigmi. Ha detto bene il presidente della giuria, Stefano Baia Curioni: la cultura è oggi considerata elemento fondamentale dei piani di sviluppo; la cultura è ormai pane quotidiano, è slancio ideale per costruire percorsi sostenibili. E allora, rimbocchiamoci le maniche, abbandoniamo un certo approccio vittimistico e provinciale e ripartiamo da questa partecipazione al concorso per Capitale Italiana della Cultura.

Nel dossier presentato dal Comune ci sono tante idee che possono e devono essere realizzate a prescindere dall’esito di questa partita, a cominciare dalla formazione di imprese della cultura e all’adeguamento degli standard di accoglienza. Fra le altre cose servirà una particolare attenzione per educare al senso civico, per ricucire le distanze con le periferie e, soprattutto, bisognerà attivare una continua fase di ascolto della città viva, quella che non si arrende e rigetta disfattismo, slogan, autoreferenzialità e adulazione fine a sé stessa. Avanti, allora. Con l’entusiasmo di queste settimane. Ce la possiamo ancora fare.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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