12 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Aprile 2021 alle 16:52:04


(Dalla lettera ad un amico, ecco questo testo che parla di Procida e del rapporto con i pescatori di Taranto. Il testo è stato scritto nel marzo del 2020. Lo proponiamo oggi, reso particolarmente attuale dalla designazione di Procida come Capitale Italiana della Cultura 2022, concorso al quale ha partecipato anche Taranto)

(…) Alphonse de Lamartine. Magari lo conosci già questo romanzo. Io lo sto rileggendo per la terza volta. L’ho ripreso questa mattina. A proposito di amore e libertà, del richiamo poetico delle cose, dell’impegno politico, della purezza del sentimento profondo, del coraggio, dei rimpianti o del coraggio del rimpianto. A chiare lettere, mosso dalla passione per la letteratura, ispirato dal suo primo viaggio in Italia, folgorato dalla semplicità, genuinità e autenticità di quegli stessi luoghi rimasti oggi intatti, descrive personaggi e luoghi intorno alla vita dei pescatori e ne racconta la generosità, l’umiltà, gli usi e i costumi, nonché la precarietà di un’esistenza mai semplice, ma sempre dignitosa, carica di passione e gratitudine sempre. La foto del libro davanti al vecchio porto di Marina Grande è del 26 settembre 2017, quando ancora non era successo niente. Fu la prima volta che andai a Procida. Non sapevo nulla di quell’isola, se non qualcosa dei tanti racconti di Angela e mio padre. Angela è la presidente della cooperativa di piccola pesca della quale facevano parte mio nonno, mio padre, mio zio e i miei cugini.

Adesso sta per chiudere. Di piccoli pescatori ne sono rimasti troppo pochi. La sede si trova in quella piazzetta riqualificata dal basso, in cui siamo stati insieme quella domenica mattina. Angela è la figlia di uno dei primi tre paranzieri di Taranto, ‘u prucitan: il procidano, gli altri due erano molfettesi. Erano le prime paranze, quelle affascinanti, con la vela e senza motore. Dopo la laurea mi decisi ad andare lì a fare delle ricerche, e quella fu solo la prima di numerosissime altre visite e sorprese. Talmente tante che ormai ero una procidana adottiva. Anche a Procida conobbi alcuni uomini, ma umani, umani davvero. Alberto devo dire che era molto affascinante.

Qualche anno in più di me, architetto, esperto delle linee e degli archi procidani, che come secondo lavoro la sera faceva il conducente di autobus (mignon del posto) per l’azienda locale, di cui la sua società era parte. Un altro mi propose di andare a vivere con lui. Uno addirittura di sposarlo! Fu molto dolce quando me lo chiese davanti al mare. Poi ricordo Francesco, che nella zona belvedere di fronte all’ufficio postale, stava avviando un locale notturno, uno dei pochissimi presenti sull’isola… (forse l’unico?!), era il nipote del sindaco, che però voleva piuttosto divertirsi, ma di mattina si trasformava, quando ero seduta al bar da sola a bere l’espressino, in via Roma, al bar Roma, che prepara delle lingue al limone tradizionali buonissime, beh, lì si avvicinava, dopo aver parcheggiato l’Audi con cui sfrecciava prepotente, mi faceva compagnia e mi chiedeva sempre di accompagnarlo a pesca, con la lenza, sua più grande passione nelle ore diurne più tranquille.

Manco da molto e mi manca tutto. Che desiderio di tornarci e pure che impazienza di portare una cosa a un pescatore giù alla corricella: un posto magico e pittoresco, lento, autentico, dai colori pastello, che si può raggiungere solo a piedi, dopo una lunga scalinata di 150 gradini, 180 se dall’altro lato. Al tramonto, laggiù c’è un localino dove prendere un buon calice di vino bianco per sorseggiarlo seduti su una barca a terra (da soli è armoniosissimo) oppure accanto c’è una gelateria dove gustare un ottimo gelato artigianale in un pomeriggio assolato, mentre le bimbe giocano in bicicletta, fanno disegni e ti invitano alle ore 17 allo spettacolo delle marionette costruite da loro insieme ai bimbi, che a un certo punto lasciano le bici, saltano sulle barche e fingono di remare prendendo il largo oppure improvvisano i nodi, quello dell’amicizia, dell’amore, della gioia…Lì si tramanda ancora di padre in figlio il mestiere della pesca ai più piccoli, che sono desiderosi di imparare e ambiscono con orgoglio al mestiere di mare, non vogliono fare altro, e c’è un istituto nautico molto attivo, all’avanguardia. Con una docente, Rachele, sono ancora in contatto. Molto in gamba con i ragazzi. L’ultima volta che ci incontrammo mi raccontò degli sforzi in atto per far passare ai ragazzi il messaggio dell’importanza della conoscenza delle lingue e stavano in quei giorni organizzando un grosso incontro su questo tema.

Nelle case si dorme con le porte aperte in estate, e in inverno non vengono chiuse a chiave. Fortunatamente, l’isola non è ancora stata invasa dal fenomeno del turismo di massa. Si sta cercando di mantenere questa caratteristica. Ischia, l’isola paracula, un po’ sorella, un po’ sorellastra, la schernisce per questo. A Ischia conobbi un ragazzo, Marco, professione: girare il mondo, che alla fine mi chiese di andare a vivere con lui a Forio e continuare a girare il mondo insieme a lui. Proprietario di una catena di ristoranti, che non si spiegava perché a Ischia io preferissi Procida, tanto che si decise a prendere il traghetto col fratello per vedere dove potessero investire anche lì. Poi non lo hanno più fatto. Hanno scelto Sant’Angelo, diamante raro, ex borgo di pescatori, oggi culla del vero lusso. È difficilissimo colonizzare Procida, grazie alla provvidenza marina. Quando ci andai per la prima volta, come volevo dirti, sapevo ben poco.

Così, scrissi a Roberto. Non lo vedo dal funerale di mio padre. È tornato solo lo scorso fine novembre per il corteo a Taranto. Me lo inviò lui questo articolo, che adesso ti giro, felicissimo di sapermi lì “più vicini che mai”. Vive a Napoli, nei QS, Quartieri Spagnoli (o Quore Spinato). Da lì, subito dopo, passai dalla libreria Nutrimenti, giù, al porto vecchio, la cui proprietaria ogni giorno scrive una frase nuova col gesso bianco sulla lavagna nera, esposta fuori al sole e pure se piove. Mi sono dilungata, e non ho detto ancora niente […]

testo e foto di Marina Basile

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