25 Febbraio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Febbraio 2021 alle 20:03:42


Secondo quella che è ormai una vulgata, Taranto a partire dalla seconda metà del Novecento sarebbe stata un deserto culturale, un territorio ad encefalogramma piatto, una città immolata al moloch dell’acciaio e via seguitando. Radicalmente falso. Prima della seconda industrializzazione Taranto non era certo un paradiso, come non disinteressatamente vorrebbero farci credere; e con tutte le sue contraddizioni ed i suoi errori, l’industrializzazione non ha portato l’inferno in terra (anzi, fra le altre cose, nel male e nel bene, ha messo in moto un potente ascensore sociale che ha scardinato, insieme con la riforma agraria, un sistema castale ancora medievale).

E, soprattutto, pur scontando un forte handicap di partenza (la mancanza di una Università), Taranto è stata, proprio a partire dai vituperati anni ’60 una città ricca di cultura, non solo ricca economicamente. Nel 1960 in cui viene posta la prima pietra dell’Italsider un singolare personaggio roveretano, Carlo Belli, lancia un’idea apparentemente folle, megalomane, spropositata (certe forze politiche diranno la stessa cosa, qualche anno dopo, per ostacolare un progetto che subirà così gravi e dannosi ritardi: il grande porto di Taranto ideato e progettato dal Consorzio Asi guidato da Mario Mazzarino): tenere annualmente a Taranto, città che la guerra persa ha impoverito radicalmente, distruggendo la Marina imperiale che vi aveva la sua base principale, un convegno internazionale di studi archeologici, storici, linguistici, un convegno interdisciplinare, insomma, sulla Magna Grecia.

Trovò sponda in un illuminato imprenditore, poi prematuramente scomparso, Angelo Raffaele Cassano, che era alla guida dell’Ente provinciale del turismo (Ept), uno di quei preziosi strumenti soppressi in nome di uno stupido centralismo regionalistico, che ebbe un ruolo di promozione e valorizzazione non solo del turismo e della cultura ma dello sviluppo, e che meriterebbe un approfondito studio, e nel suo direttore generale, Mario Costa. In meno di un anno di febbrile lavoro, Belli, Cassano e Costa, con la supervisione organizzativa dell’allora enfant prodige dell’archeologia Attilio Stazio, inventarono i Convegni internazionali di studi sulla Magna Grecia, la cui prima edizione si tenne nel 1961 e che, sfidando difficoltà d’ogni sorta e persino boicottaggi, si sono regolarmente tenuti ogni anno a Taranto fino al 2019, facendone la più longeva, continuativa ed ininterrotta manifestazione mondiale di cultura antichistica. La sessantesima edizione, che doveva tenersi nel 2020, è stata rinviata causa Covid. I Convegni Magna Grecia hanno tenuto a battesimo, come borsisti e come uditori ancora coi calzoncini corti, centinaia di archeologi e studiosi di discipline antichistiche di ogni parte del mondo; poi con ruoli strategici nelle Università, nelle Soprintendenze e nei Musei. Ed hanno davvero, come auspicava Belli, “messo il nome di Taranto in commercio nei circoli internazionali dell’alta cultura”.

Fra questi ragazzi in calzoncini corti, ancora liceale all’Archita, c’era Enzo Lippolis: un gigante della cultura antichistica a livello internazionale. E se i suoi successi di docente e dirigente universitario si situano in questo inizio di secolo, con l’aver portato il Dipartimento di Scienze dell’antichità della Sapienza di Roma nel quinquennio di sua direzione dal 101° posto al 1° nel mondo secondo un ranking internazionale con partecipazione dei principali Atenei del globo, non si può dimenticare la sua attività nella Soprintendenza tarantina e nella direzione (1989/1995) del Museo di Taranto, del quale fu tra i curatori del nuovo progetto espositivo, poi concretizzato, con ritardi certo non dovuti a Taranto, nel MArTA. E fu tra gli ideatori e curatori della storica mostra milanese “Gli Ori di Taranto in età ellenistica”, poi replicata a Taranto ed all’estero. E non hanno mai rescisso collegamenti con la Taranto d’origine archeologi come Francesco D’Andria, Lello Greco, Cosimo D’Angela (che poi, al principio del nuovo secolo, sarebbe stato, al fianco dell’ammiraglio Francesco Ricci, il primo responsabile scientifico di quella straordinaria operazione di documentazione, studio, scavo, restauro ed apertura alla pubblica fruizione del Castello aragonese di Taranto).

Nel territorio jonico, partendo dalla natia Massafra, in cui ha sempre conservato stabile dimora, il futuro accademico dei Lincei e Rettore fondatore dell’Università di Basilicata, Cosimo Damiano Fonseca ideava, elaborava ed imponeva il concetto di “civiltà rupestre”, che, aspramente contrastato inizialmente come un ossimoro, si è ormai imposto come indiscutibile caposaldo negli studi storici e demo-antropologici (dopo altri studi su riviste e relazioni in convegni, il suo primo, fondamentale testo in materia, “Civiltà rupestre in terra jonica”, apparve nel 1970 presso Bestetti; e nel 1971 si tenne il 1° Convegno internazionale di studi sulla civiltà rupestre; con cadenza più o meno biennale, i Convegni si celebrano tuttora). Nel 1975, ancora in territorio jonico, a Martina Franca, nasceva per iniziativa di Alessandro Caroli, col conforto di Franco Punzi e Paolo Grassi, il Festival della Valle d’Itria, una delle più importanti manifestazioni musicali italiane, di prevalente matrice operistica, anch’esso ininterrotto, e che un grande giornalista (barese, non sospetto di campanilismo), Tonino Rossano, definì nel titolo di un suo libro “Miracolo a Martina”.

Parlavamo di Convegni Magna Grecia e di Ept: sotto la guida di Cassano e Costa, l’Ept fu un motore culturale di grande dinamismo: la galleria Taras, per esempio, costruì con continuità, durante tutto l’anno, un osservatorio sull’arte contemporanea (come cercò di fare nelle sue poche edizioni il Premio Taranto), in collegamento con le migliore energie critiche del periodo e con i galleristi più aperti al nuovo di tutta Italia; e servì anche da incubatrice artistica. E ancora: c’è stato di sicuro uno scempio urbanistico, a Taranto, ma c’è stata anche, fra altre cose, la realizzazione di una delle più importanti opere d’architettura sacra contemporanea di tutto il ‘900 mondiale: la Concattedrale della Gran Madre di Dio di Gio Ponti, voluta dall’arcivescovo Motolese, progettata a partire dal ’64 e realizzata fra il 1967 (prima pietra) ed il 1970 (inaugurazione). E infine (in fine dell’articolo, non dell’argomento, molto più ampio, o di protagonisti e situazioni), in tema di cultura, non possiamo dimenticare un particolare non proprio trascurabile. Dal 1947 al 1979 (anno di nascita di Quotidiano, a Lecce), infatti, Taranto è stata l’unica città del Mezzogiorno continentale (salvo episodi sporadici, di brevissima durata, per esempio in Calabria), oltre a Napoli e Bari, ad avere un suo quotidiano, il Corriere del Giorno (vissuto fino al 2014). E quindi ad avere una sua voce autonoma, un suo autonomo punto di vista, anche culturale, sul mondo; con una ricca terza pagina (quelle dei primi anni furono antologizzate da Narciso Bino nel suo “Il bel Corriere”). Alla metà degli anni ’70 Taranto aveva indici di lettura dei più alti del Mezzogiorno, come, rispetto alla popolazione, aveva il più alto sbigliettamento in cinema (area test, prime visioni nazionali in anteprima) e teatri. Altro che deserto.

1 Commento
  1. Mario Pennuzzi 1 mese ago
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    C’era molta aspettativa a Taranto rispetto alla nomina della città capitale italiana 2022. Comunque lo si rigiri questo risultato che non pone la città al primo posto, è comunque importante. Un lavoro di ricerca ed un dibattito come quello che si è sviluppato non può andare sprecato, in una città che solo qualche anno or sono, aveva assunto con scetticismo e con ironia la stessa possibilità di candidarsi. Oggi Taranto ha la necessità di riflettere su se stessa e sulle proprie possibilità, una città con una storia plurimillenaria non può non partire dalle proprie radici per immaginare il futuro. Ma quali radici? quanti strati ci sono sotto il suolo che calpestiamo, quante città, quante storie diverse, strati che si sovrappongono senza conservare la memoria l’una dell’altra, cesure nel percorso temporale che hanno impedito di trarre nutrimento da ciò che ha preceduto la storia attuale, che si dipana nello stesso luogo, nello stesso scenario ma non nello stesso tempo. Che ne è stato della città greca, quella città che non parlava il greco di Atene, il greco attico, ma una versione dorica, un’altra lingua, anche se i parlanti dell’una o dell’altra si comprendevano quasi senza fatica. Una lingua che ha donato all’umanità termini e concetti nuovi. Anni or sono Remo Bodei venne a spiegarci che l’umanità doveva a Taranto il concetto e la parola macchina, come strumento attraverso il quale l’uomo si imponeva alla natura, forzandola ed ingannandola. Una città che derivava da Sparta ma per la quale la definizione di città spartana era ed è inadeguata, una città che si proponeva come potenza navale e centro commerciale, uomini di mare come il grande Archita che perì in un naufragio, non combattenti di terra, quando si combatteva per terra la città era in grado di pagare eserciti che provenivano dalla Grecia, lo Spartano Archidamo morto sotto le mura di Manduria, e Pirro nelle guerre contro Roma. Una città ricca di cultura e di monumenti prima ancora che potenza militare, la stessa città che ebbe un merito particolare l’essere stata uno dei soggetti più rilevanti del travaso della cultura greca nella repubblica romana e nel sorgente impero, la filosofia il teatro, la matematica. Molto di più di alcune tristi rappresentazioni di discutibile cultura spartana o delle povere barche che vengono dette spartane.
    Taranto è soprattutto il Mediterraneo topograficamente come molte grandi antiche città che si offrivano da più lati al mare, come Siracusa, greca come Taranto, sorta ad Ortigia, come la punica Cagliari, come Cartagine la grande rivale di Roma. Il Mediterraneo immenso crocevia di popoli e culture e Taranto ogni sua sponda ha trasmesso al sui territorio segni indelebili. Dalla Grecia come abbiamo già detto, dall’Africa da cui giunse Annibale, ma poi dal sultanato di Keruan da cui giunsero gli arabi che dominarono la Puglia alla fine del primo millennio, ai pirati barbareschi che più volte si spinsero sulle nostre coste. Dai Balcani provenivano suggestioni spirituali che hanno lasciato le tracce di una civiltà rupestre che si stende per un largo tratto, dalla contaminazione con la cultura iberica provengono i riti della Passione così simili a quelli dell’Andalusia. Taranto è il Mediterraneo, acqua salata, diceva lo slogan così discusso. Ma persino la stagione della città industriale era protesa nel mare, non penso tanto alla cultura militare, penso alla produzione d’acciaio ai grandi tubi senza saldatura che furono forgiati a Taranto per i grandi oleodotti d’altri Paesi. L’Europa è nata qui. Taranto è questa, ma spesso lo dimentica. Tra una fase ed un’altra della sua storia sembra sempre dover ricominciare tutto daccapo. Negli anni 90 del secolo scorso è avvenuta una di queste cesure, non ancora del tutto compresa e lì che bisogna ricominciare a scavare.

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