29 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 29 Luglio 2021 alle 11:00:10

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Una Nike tarantina nella città di Brescia


Sabato scorso il telegiornale ha dedicato un servizio alla restituzione alla città di Brescia, dopo gli interventi di restauro, della statua della Nike alata: un originale greco del terzo secolo a.C. Trattandosi di un originale greco proviene dalla Grecia o dalla Magna Grecia. Noi pensiamo che, con tutta probabilità, provenga da Taranto, e sia la celebre statua che vollero dedicare alla Dea i Tarantini per celebrare la vittoria sull’esercito romano nel 280 a.C. ad Eraclea.

Cerchiamo di ricapitolare i fatti, quella statua di straordinaria bellezza, alta due metri, venne trovata nel 1826 a Brescia, scavandosi alcune domus romane nei pressi di Santa Giulia, nascosta in un ripostiglio di bronzi e protetta da assi di legno. La dea giaceva distesa con le due ali deposte di fianco. Il ritrovamento suscitò all’epoca grande clamore, e si decise di esporla subito al pubblico per mostrarla anche agli artisti che avrebbero potuto ammirare un originale greco nella sua integrità. La statua addobbata con nastri e festoni venne trasportata in municipio tra due ali di folla ammirata, da quel momento divenne il simbolo della città lombarda. Ovviamente si cercò di capire come una statua greca potesse essere arrivata sin là e per quale motivo. Furono fatte varie congetture: forse trasportata a Roma da Corinto nel 146, come bottino di guerra del console Lucio Mummio, o da Alessandria d’Egitto al seguito di Ottaviano nel 29 a.C. per celebrare il trionfo dell’imperatore ad Azio.

Anni dopo sarebbe arrivata a Brescia quale dono dell’imperatore Vespasiano per la vittoria delle sue truppe a Bedriacum (presso Cremona) contro Vitellio. Di Taranto quale possibile origine della statua nessuna ipotesi, anche perché all’epoca si pensava che la celebre Nike tarantina ,opera probabilmente di un allievo di Lisippo, dovesse essere gigantesca come le altre statue colossali di Taranto, 7 o 8 metri secondo il Wuilleumier. Nulla di più errato, la nostra , come osservato da Massimo Nafissi ( Culti Greci in Occidente, Taranto 1995, pag.257) era di dimensioni più ridotte, tanto che fu progettato di portarla al funerale di Augusto e di farla passare sotto l’arco trionfale; ipotesi confermata dalle indagini archeologiche, condotte negli anni 60 da Alfonso Bartoli nella Curia del Senato a Roma, che ha rinvenuto il basamento sul quale poggiava, che, date le dimensioni, poteva reggere una statua di grandezza pressoché naturale. Caduta la incompatibilità delle dimensioni , ad escludere qualsiasi collegamento con la Nike tarantina , sarebbe sopravvenuta nel frattempo, circa venti anni fa , una singolare scoperta : durante alcuni lavori di restauro qualcuno si accorse che le ali non erano originali, ma posticce, anzi , cito il Corriere della sera del 28.2.2003, “agganciate sulla schiena senza tanti complimenti: per una parte spuntano correttamente dalla pelle e per l’altra dal panneggio della veste, come se fossero cucite sul tessuto”.

Si gridò alla sorpresa, non di una Nike si trattava dunque, ma di una Afrodite a cui erano state aggiunte delle ali per farne una Nike, una dea della vittoria. Strano dono da parte di un imperatore romano di una statua rabberciata e camuffata da Afrodite a Nike, trasportata da Roma a Brescia, per ringraziare i Bresciani nell’aiuto dato in battaglia. Ebbene proprio quelle ali rabberciate inducono a ritenere che quella statua potrebbe essere la Nike tarantina. Vediamo la storia di questa statua tarantina, una storia travagliata. Portata via da Taranto, probabilmente nel 209 a.C. da Fabio Massimo, sappiamo che venne collocata prima sull’Aventino e dopo da Cesare Augusto nella Curia Julia, ad ornamento del suo trionfo egizio. Davanti la statua lo stesso Augusto aveva fatto collocare un altare dove i senatori usavano bruciare incenso e prestare giuramento.

Dopo il trionfo del cristianesimo rimase uno degli ultimi simboli del paganesimo, cui i senatori continuavano a rendere omaggio e sacrifici prima di sedere in assemblea. Quell’altare, contestato dalla chiesa venne rimosso una prima volta da Costanzo, ricollocato al suo posto da Giuliano, rimosso di nuovo da Graziano, riportato da Valentiniano II, e definitivamente allontanato per l’intervento di Ambrogio, vescovo di Milano, cui si oppose invano il senatore Simmaco, ultimo rappresentane della aristocrazia senatoria pagana. Qui si perdono le notizie della nostra Vittoria, probabilmente rimossa insieme all’altare, e venduta a qualche mercante per la rottamazione. Fra tante traversie la statua ,colpita da un fulmine , aveva perso le ali, tanto sappiamo dal racconto di Dione Cassio, che riferisce che nell’anno 722 di Roma (32 a.C.) durante una tempesta furono danneggiati a Roma molti monumenti, tra questi la statua della Vittoria collocata sull’Aventino, che precipitò a terra dall’alto della scena del teatro. E’ lo stesso Dione Cassio a informarci che tre anni dopo, per celebrare la sua vittoria, Augusto collocò nella Curia Julia la statua della Vittoria, evidentemente restaurata, specificando che era” quella che ancora oggi è lì collocata, un tempo portata da Taranto a Roma (a.u.c.725,LI,22) Nel citare questo passo di Dione Cassio ( uno storico del II secolo d.C. ) non diciamo nulla di nuovo, la novità sta nel mettere in relazione quanto narrato da questo scrittore con la Nike di Brescia dalle ali rifatte. Su questa vicenda un articolo scrisse nel 1931 Egidio Baffi, che così si esprimeva:” Un giorno il fulmine investì la statua della Vittoria, che ebbe le ali spezzate. Grande fu la costernazione del popolo il quale, dall’inatteso avvenimento, trasse presagio sinistro, ma Pompeo, per animare i Romani disse loro: “ Sono gli dei che hanno voluto per noi tarpare le ali alla Vittoria; ella ormai non dovrà più spiccare il volo da Roma”. E il popolo gli credette”. (Vedetta Jonica, 9.3.1931)

Tanto scriveva il Baffi, non citando la Nike di Brescia perchè all’epoca nessuno aveva notato che le ali di questa erano state riattaccate. Né siamo riusciti a capire di quale Pompeo si trattasse perché lo storico tarantino non citava la fonte nel suo articolo. Una descrizione della nostra Nike, fu tentata in quegli stessi anni, siamo nel 1934, dalle colonne della Voce del Popolo, da Ciro Drago, che fu insigne archeologo e direttore del Museo. Essa ci può essere utile per raffrontarla alla immagine della statua rinvenuta a Brescia”. Sappiamo solo con sicurezza che una statua di Nike, in bronzo dorato, sottratta alla città bimare da Fabio Massimo nel 208 a.C., forse unitamente all’Ercole di Lisippo, fu collocata degnamente da Augusto nel Foro di Roma per ornare la Curia Julia….Adolfo Reinac credette infatti di avere una replica di questa Vittoria tarantina in una bella statuetta di bronzo del Museo di Napoli, proveniente dagli scavi di Pompei. Il corpo flessuosamente leggero, si alza nella impetuosità del volo sul piede sinistro appoggiato lievemente su un globo; e il vento ne gonfia il peplo dalle pieghe delicate e sinuose e l’apotygma, delicatamente stretto alla cinta, le dona dolcemente vita e colore, Il braccio destro doveva innalzare la corona della vittoria; e l’altro braccio, invece del pesante trofeo, che d’altronde male si sarebbe prestato per la statuetta di Pompi alta solo 50 cm., porta oggi una semplice verghetta quasi in forma di arco.

Autore di questa scultura grandiosa, materiata di vento, sembra sia stato Eutichide di Sicione, allievo di Lisippo.”(Voce del Popolo, 7.9.1934) Questa è la storia, ognuno può giudicare come vuole. Se esaminiamo attentamente le immagini a noi sembra comunque che la statua di Brescia non sia, come si è ipotizzato, una Afrodite con ali aggiunte per farne una Nike. La statua sin dalla origine doveva avere le ali, cioè era una Nike. A parte il particolare notato, che le ali “per una parte spuntano correttamente dalla pelle”, cioè dovevano essere presenti sin dall’origine, si deve osservare che la statua senza le ali si mostra squilibrata in avanti e maggiormente apparirebbe sbilanciata se si dovessero riapplicare alle braccia gli oggetti che sosteneva. In occasione di un convegno organizzato nel gennaio del 2005 dagli Amici dei Musei, ebbi anche modo di far presente la cosa, pubblicamente, al sindaco di Brescia e agli archeologi venuti ad illustrare quanto da loro fatto per promuovere l’immagine della città, specificando che ovviamente non si trattava di rivendicare nulla o promuovere conflitti di proprietà, ipotesi assurda anche dal punto di vista giuridico, ma di accertare la verità, specificando che sarebbe una bellissima cosa se i Bresciani e quanti lì si recano ad ammirare la statua potessero sapere che si tratta di una delle più famose opere d’arte della antichità, proveniente da Taranto.

1 Commento
  1. Vincenzo 6 mesi ago
    Reply

    Bravissimo Dr. Lucio, Ha fatto una cronistoria puntualissima e veritiera che a nessuno potrebbe venire in mente di contraddirla. Da persona perbene ha chiuso l’articolo dichiarandosi non interessato a far aprire un conflitto sulla proprietà dell’opera ma, Lei è stato così preciso che, ne sono certo, nessun giudice le darebbe torto. Mi rivolgo a chi è competente: perchè non aprire la vertenza riportando la storia e facendo risultare che la statua è stata asportata da Taranto quando fu sconfitta da Roma e il vincitore si portò a Roma le cose di valore? Spero che qualcuno, che conta, si faccia interprete e chieda, legittimamente il ritorno a casa della bellissima opera. Altrettando dovrebbe farsi per la “Persefona gaia” esposta a Berlino.
    Grazie – Taranto, 21.01.2021

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